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Vietnam, Iraq, Afghanistan: Hollywood trasforma ogni guerra nel dramma di coscienza di chi l’ha fatta, mentre le vittime restano scenografia. Il Vietnam ha vinto sul campo, ma la memoria globale parla americano: il senso di colpa come genere cinematografico.
Hanno perso la guerra, hanno vinto il film: il senso di colpa come merce d’esportazione
Hollywood possiede un metodo infallibile per elaborare le guerre perse o discusse: l’immersione nel tormento di chi ha premuto il grilletto. Il Vietnam ha fissato il modello con una filmografia di rara qualità: Il cacciatore (1978), Apocalypse Now (1979), Platoon (1986), Full Metal Jacket (1987) e Nato il quattro luglio (1989). Sono opere complesse, sofferte, diversissime tra loro, ma accomunate dalla centralità del trauma, la corruzione morale e le psiche spezzate dei reduci, e inscatolarle in categorie rigide sarebbe sciocco. Ma la critica interna non è una riparazione.
Il trauma del carnefice come genere cinematografico
Il problema è l’inventario di ciò che non mostrano. Nel conflitto gli Stati Uniti hanno perso circa 58mila militari, mentre le stime dei morti vietnamiti variano da poco meno di un milione a circa tre milioni, e nel 1995 Hanoi ha indicato fino a due milioni di civili e circa 1,1 milioni di combattenti. Lo scrittore Viet Thanh Nguyen ricorda nel saggio Nothing Ever Dies (2016) un paragone eloquente: un monumento ai caduti vietnamiti costruito con la stessa densità di nomi del Vietnam Memorial di Washington, lungo circa 150 yard, si estenderebbe per nove miglia.
Lo schema si è ripetuto dopo l’11 settembre. In breve sono arrivati Jarhead (2005), Nella valle di Elah (2007), Redacted (2007), Leoni per agnelli (2007), Stop-Loss (2008), The Hurt Locker (2008), Green Zone (2010), Zero Dark Thirty (2012), Lone Survivor (2013), American Sniper (2014) e, più di recente, Warfare. The Hurt Locker ha conquistato sei Oscar, compresi miglior film e miglior regia, e Kathryn Bigelow è stata la prima donna a ottenerlo; American Sniper ha incassato circa 350 milioni di dollari solo negli Stati Uniti, mentre Nella valle di Elah ne ha raccolti meno di sette. Redacted, ispirato allo stupro di un’adolescente irachena e allo sterminio della sua famiglia da parte di soldati americani, ha vinto a Venezia ed è stato evitato dal pubblico statunitense.
Le cifre della realtà vanno in un’altra direzione. Secondo il Costs of War Project dell’Università Brown, in Iraq e Afghanistan sono morti circa 7mila militari americani, a fronte di oltre 185mila civili iracheni e circa 46mila civili afghani. Le voci locali esistono, come Son of Babylon del regista iracheno Mohamed al-Daradji, ma circolano con una forza di distribuzione incomparabile con quella degli studios.
La guerra si combatte due volte, e la seconda la vince chi possiede gli studios
Nguyen riassume il meccanismo con una formula: le guerre si combattono due volte, prima sul campo e poi nella memoria. Le forze comuniste hanno vinto la prima con la caduta di Saigon nel 1975, mentre gli Stati Uniti hanno recuperato la seconda con gli interessi, esportando in tutto il mondo il proprio senso di colpa. Le commemorazioni vietnamite, fatte di cimiteri, monumenti e manifesti, non superano i confini nazionali, perché il raggio d’azione della memoria dipende dalla potenza industriale di chi la produce.
La struttura è sempre la stessa: il dolore degli aggressori è il soggetto, quello degli aggrediti è la scenografia. Nei film migliori l’iracheno resta una minaccia da interpretare, un ragazzino che vende DVD ai margini della base, un possibile attentatore, e solo di rado la persona con una storia propria. Il capolavoro del meccanismo è la complessità morale: più è sofisticato il tormento del soldato, meno ci si chiede chi abitasse i villaggi, e lo spettatore esce dalla sala convinto di aver fatto i conti con la storia in due ore e al prezzo di un biglietto.
Sarebbe pigro denunciare la malafede, perché molti di questi film sono più critici verso la guerra di quanto lo siano stati i governi che l’hanno decisa. Ma, come già detto, la critica interna non è una riparazione. Platoon è del 1986, Full Metal Jacket del 1987, e meno di vent’anni dopo l’esercito americano varcava il confine iracheno davanti a un pubblico educato da decenni a commuoversi per chi spara. Il cinema dell’espiazione non ha funzionato da vaccino, ha funzionato da assicurazione morale: assolve in anticipo e permette di ricominciare.
La memoria è un campo di battaglia in cui vince chi possiede i mezzi di produzione. Finché la sofferenza altrui resterà sfondo e la colpa di chi bombarda diventerà arco narrativo, ogni nuova guerra avrà già il suo film, e i morti, come al solito, non avranno diritto di replica.

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