D’Alema e la sinistra dei figli: quando il Pci diventò un’eredità da consumare

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Dalla disciplina austera del Pci alla generazione dei figli, più incline a narcisismo, successo e consumo dell’eredità politica: la parabola della sinistra italiana viene letta come un conflitto edipico tra fondatori e successori, fino alla mitobiografia di D’Alema.

Le zuccherose rimembranze di D’Alema

– Fausto Anderlini*

Il Pci fu una chiesa e, come tale, predicò per gli aderenti una condotta di vita seria e austera da galantuomini, anche valorizzando l’ubbidienza e il sacrificio, in nome dell’interesse collettivo e del disinteresse personale. Questo valeva per i semplici iscritti come per i quadri dirigenti. Nel caso di questi ultimi, tuttavia, con un’esenzione, in questo contraddicendo il galateo professato dalla vera Chiesa, cattolica apostolica romana: l’umiltà.

I “rivoluzionari di professione”, nell’accezione leniniana, proprio perché depositari della “coscienza per sé”, si pensavano come élite e avevano un’elevata stima di sé. Ne avevano ben d’onde, se non altro perché questa autostima emanava da una generazione “eroica” che aveva fatto la guerra di Spagna, attraversato il periodo clandestino, guidato la Resistenza ed essendosi infine profusa nell’edificazione del “Partito nuovo” nei duri anni ’40-’50.

Questa generazione, in alto come in basso, cardinali, chierici, missionari, semplici credenti, era letteralmente cementata nel partito, nel cui ambito si esauriva l’intero significato di vita. Perciò, in ogni modo, si industriò nell’edificarlo per godere di benefici simbolici, di stima, identità e rispetto impareggiabili rispetto a qualsivoglia privilegio mondano.

Tanto questa fu una generazione di “costruttori”, tanto quella successiva, cioè dei figli, sia carnali che adottivi, i baby boomers nati nel dopoguerra, fu una generazione incline alla dissipazione, al lusso e al godimento esistenziale. Cercò in ogni modo di acquisire l’eredità dei fondatori per realizzare le proprie aspettative di successo. Voleva imitarli, ma anche superarli. E alla fine ucciderli, in una combustione edipica che toccò l’acme con il cambio del nome.

Tutto il fallimento del Pds, come si domanda Bruno Gravagnuolo, a commento dell’ultima sciropposa mitobiografia data alle stampe da D’Alema, si spiega in questo “naturale” cambio generazionale.

Il narcisismo, l’arroganza, la supponenza, e tanto più in chi era d’estrazione borghese o godeva della fortuna d’essere figlio d’arte, fu la cifra dei nuovi arrivati. Destino ciclico di ogni aristocrazia ereditaria, specie in tempi di cambiamenti inediti e contagiosi. Il partito non fu per loro un capitale da accrescere, ma il campo nel quale trarre le risorse per realizzare le loro ambizioni differenzianti. Infanzia di capi, nati col bastoncino del comando e dell’autoaffermazione nello zainetto.

Scrivo a ragion veduta perché anch’io ne ho fatto parte, pur essendo d’estrazione proletaria e certo non avendo conseguito grandi successi. Una dolorosa consapevolezza che mi ha portato a rimuovere tutto il segmento di vita politica che va dai trent’anni ai cinquant’anni, portando semmai in evidenza il tracciato mnestico che va dai tre ai diciotto anni, quello dell’epopea nella calda placenta della famiglia, del villaggio e del quartiere operaio-contadino. Lì, prima di divenire arrogante, ero innocente.

Nella lunga intervista al Corriere, D’Alema, senza dubbio fra i più dotati, se non il massimo esponente, di questa dannosa generazione di subentrati, si sforza in ogni modo di allontanare da sé il pregiudizio che da sempre lo descrive come personalità calcolatrice, fredda e spietata quanto sarcastica. Si offre all’intervistatore in una chiave romantica e sentimentale, ribelle e persino erotistica. Invece che un’autocritica spietata (preferibilmente in altra sede che il sordido giornale euro-atlantico), una caramellosa (quasi veltroniana) mitobiografia da anni ’60, se non sessantottina. Per una volta, eo quoque, un piacione.

Tutti solidali, ogni dissidio e animosa concorrenzialità infragenerazionale nel dimenticatoio. Non è un caso che i figli di questa generazione siano quasi sempre mal riusciti, se non degli spostati borghesi perfettamente integrati (persino nell’anglosfera). Godendo del patrimonio acquisito, come ogni rampollo di ceto (master, esperienze all’estero, specie nella finanza, nel management o nella cultura e nei media), ma non volendo seguire comunque le orme dei genitori, cioè della politica come professione. Anche questa un’evoluzione naturale.

Più talentuosi, come mi ha suggerito Mauthe, quelli che come mito di riferimento ed esempio di vita si sono attaccati ai nonni. Non oso pensare, mettendomi i panni di Turgenev, a cosa potranno attaccarsi i nipoti, cioè i figli dei figli (ammesso che siano generati).

 

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini

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