IA, la guerra dei giganti: mentre USA e Cina corrono, l’Europa regala i propri dati

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La corsa all’IA non è solo tecnologica: USA e Cina perseguono modelli diversi, mentre l’Europa rischia di restare dipendente. Tra AGI, dati e sovranità digitale, la vera partita è decidere chi controllerà l’intelligenza costruita anche con i nostri dati.

La follia megalomane dell’IA americana (e perché dovremmo guardare altrove).

Il dibattito sull’Intelligenza Artificiale è ormai pane quotidiano. Ne parlano tutti: il barista, il politico, che è quello che ne sa meno, il famoso cugino che tutti hanno e che fino a ieri non sapeva cosa fosse un algoritmo. E ancora oggi non l’ha ben capito.

I due protagonisti a livello globale sono Stati Uniti e Cina. L’Europa, come spesso accade, non pervenuta, o quasi. Ma al di là della cronaca quotidiana, c’è una domanda di fondo che merita di essere posta: USA e Cina stanno correndo la stessa gara? La risposta è no. E capire perché è fondamentale per capire da che parte stare.

La Silicone Valley ed il sogno dell’onnipotenza

Negli Stati Uniti la corsa è una sola, ed è verso l’AGI: Intelligente Artificiale Generale. Un sistema che sappia fare tutto, che pensi come un essere umano, anzi meglio. Che sostituisca il medico, l’avvocato, lo scrittore, il programmatore in un colpo solo. OpenAI, Google, Anthropic, Grok: tutti inseguono lo stesso miraggio, con investimenti che si contano in centinaia di miliardi di dollari. Che manco ci sono ma questa è un’altra storia.

È una scommessa titanica. E, lasciatemelo dire, ha tratti di megalomania che sarebbe disonesto, e stupido, ignorare. L’idea che un pugno di aziende californiane possa costruire “la mente digitale universale” del pianeta, e che il resto del mondo debba semplicemente collegarsi alle loro API e pagare il canone è quantomeno ambizioso, per non dire arrogante.

Eppure la Silicon Valley ci crede, perché storicamente le sue scommesse folli hanno funzionato: Internet, lo smartphone, il cloud. La logica è quella del “winner takes all”, il vincitore prende tutto. Chi arriva primo al traguardo dell’AGI controllerà l’infrastruttura cognitiva del mondo intero, come Microsoft controllava i sistemi operativi negli anni Novanta.

Ma c’è un problema, anzi ce ne sono diversi. I data center che addestrano questi mostri computazionali consumano già l’energia di intere città e prosciugano le falde acquifere locali. I dati di alta qualità su cui addestrare i modelli stanno finendo, e quando un’IA inizia ad allenarsi sui testi generati da altre IA, le sue prestazioni peggiorano, come se ti facessi spiegare la geopolitica da Tajani. E poi c’è il mondo reale, che non sembra disposto ad accettare passivamente un monopolio cognitivo a stelle e strisce.

La Cina e il pragmatismo del “cablare le linee di produzione”

Dall’altra parte del Pacifico, la musica è diversa. La Cina non ignora i modelli generali, DeepSeek ha dimostrato che Pechino può competere anche su quel fronte, e con una frazione del budget americano, ma la strategia di fondo è un’altra. È verticale, settoriale, concreta.

Mentre la Silicon Valley cerca di costruire un cervello onnisciente, la Cina sta “cablando le linee di produzione”. IA per la diagnostica medica negli ospedali. IA per la logistica dei porti. IA per la gestione del traffico nelle smart city. IA per la pubblica amministrazione. Modelli più piccoli, più efficienti, specializzati in un compito specifico e integrati nel tessuto produttivo del Paese.

È un approccio meno affascinante dal punto di vista narrativo, non fa titoli sui giornali come la promessa di una superintelligenza, ma è tremendamente pragmatico. E ha un vantaggio nascosto: un modello specializzato è più facile da controllare, da adattare alle leggi locali e da rendere efficiente dal punto di vista dei costi. Non serve un supercomputer che consumi quanto una piccola nazione per prevedere i guasti di una catena di montaggio.

La vera posta in gioco: i nostri dati

Ma veniamo al punto che dovrebbe interessare tutti noi, non solo i tecnici. La vera partita non si gioca sulla potenza dei chip o sull’eleganza degli algoritmi. Si gioca sui dati. I nostri dati.

Quando usiamo un servizio di IA americano, che sia ChatGPT, Gemini o il prossimo giocattolo di Musk, stiamo facendo un patto che nessuno ci ha spiegato chiaramente. Noi forniamo la materia prima: le nostre domande, i nostri testi, le nostre abitudini, il nostro know-how aziendale. Loro la usano per addestrare modelli che diventeranno più intelligenti, più preziosi e più costosi. Noi non possederemo mai quel modello. Non sapremo mai esattamente cosa ci sia dentro. E se domani quel CEO decidesse di cambiare le regole del gioco, noi non avremo alcuna leva.

È una forma di colonialismo digitale, e non è una metafora esagerata. L’Europa fornisce i dati, la Silicon Valley rivende l’Intelligenza a caro prezzo. Come quando le potenze coloniali estraevano le materie prime dalle colonie e rivendevano i prodotti finiti.

Io nel mio piccolo, uso IA cinesi. Non per simpatia politica, un po’ si l’ammetto, ma non sono ingenuo e so bene che dietro ogni tecnologia ci sono posizionamenti geopolitici e interessi di Stato, ma perché mi pongo una domanda semplice: perché regalare i miei dati a Musk dovrebbe farmi stare più tranquillo che affidarli a un’azienda di Shenzhen? Almeno con la Cina il rapporto di forza è esplicito. Con la Silicon Valley è mascherato da retorica libertaria e da interfacce amichevoli.

La terza via che l’Europa dovrebbe avere il coraggio di percorrere

L’Europa non può competere con gli Stati Uniti sulla scala bruta degli investimenti, né con la Cina sulla pianificazione statale centralizzata. E non deve farlo. La sua strada è un’altra, e passa proprio per quella che potremmo chiamare la “via dei Davide contro Golia”.

Immaginiamo modelli di IA più piccoli, specializzati, trasparenti e, soprattutto, modificabili. Un’azienda sanitaria italiana che prende un modello “aperto” (il cui codice è pubblico e verificabile), lo installa sui propri server in Italia, e lo addestra esclusivamente sulle cartelle cliniche dei propri pazienti, senza che un singolo byte attraversi l’Atlantico. Un ente pubblico che usa un’IA per smaltire le pratiche burocratiche, sapendo esattamente come funziona e dove finiscono i dati dei cittadini.

Non è fantascienza. In Francia, Mistral AI sta già costruendo modelli potenti e aperti pensati per il mercato europeo. In Italia e Germania si sperimentano sistemi di “IA federata”, dove l’intelligenza si allena direttamente sui dispositivi locali senza mai inviare nulla al cloud. Sono soluzioni meno spettacolari di un’AGI onnisciente, ma sono reali, sostenibili e, cosa non da poco, rispettose della sovranità digitale dei cittadini.

L’AI Act europeo, tanto criticato come burocrazia che frena l’innovazione, letto in questa chiave assume un senso diverso: non è un freno, è uno scudo. È il tentativo, imperfetto, perfettibile, ma necessario, di dire ai giganti tecnologici che in Europa non si opera come nel Far West.

C’è un’ultima, antipatica verità da mettere in chiaro: le Big Tech americane non vogliono solo dominare il mercato, vogliono scrivere le regole del gioco. Quando l’Europa ha provato a regolamentare i social network o a proteggere la privacy con il GDPR, le reazioni della Silicon Valley sono state sempre le stesse: allarmismo, minacce di ritirare i servizi dal mercato, accuse di ‘frenare l’innovazione’. Oggi fanno esattamente lo stesso con l’AI Act. La loro pretesa di fondo è che la tecnologia debba rimanere una zona franca, dove le regole le dettano loro in base ai propri interessi di bilancio, e non in base ai diritti dei cittadini.

Ma la storia recente insegna una lezione diversa: una volta che le regole europee entrano in vigore, il mondo non finisce. Anzi, spesso diventano lo standard de facto a livello globale (il cosiddetto ‘effetto Bruxelles’), costringendo le stesse multinazionali ad adattarsi.

L’AI Act non è un ostacolo burocratico, è l’unico argine democratico possibile contro l’idea che il progresso tecnologico debba per forza coincidere con l’impunità delle piattaforme. Lo so che stiamo parlando dell’Europa di Ursula e Kaja Kallas ma meglio di niente.

La corsa all’IA non è una gara di velocità. È una scelta di civiltà. Gli Stati Uniti puntano a costruire il trono digitale del futuro e a sedercisi sopra. La Cina punta a cablare l’intelligenza nel proprio apparato produttivo e di controllo. L’Europa, se avrà il coraggio di smettere di fare la spettatrice e di inseguire sogni megalomani che non le appartengono, potrebbe costruire qualcosa di diverso: un’IA a misura d’uomo, radicata nei territori, trasparente, specializzata e, soprattutto, che non trasformi i cittadini in materia prima gratuita per l’arricchimento di pochi.

La domanda, alla fine, è semplice: perché dovremmo costruire con i nostri dati il trono di qualcun altro?

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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