Putin manda un “missilegramma” a Tokyo come biglietto da visita, e il Giappone si riarma da solo

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Putin visita per la prima volta le Curili e la sua flotta testa missili Bastion a poche ore di distanza, irritando Tokyo. Il Giappone risponde blindando un bilancio della difesa record per il 2027, segno di una fiducia sempre più fragile nella protezione americana.

Putin scende alle Curili, Tokyo alza il bilancio della difesa

C’è un secondo fronte del Pacifico che l’attenzione mediatica europea, tutta concentrata su Taiwan e sul Mar Cinese Meridionale, ha lasciato colpevolmente in ombra fino a pochi giorni fa. Riguarda le Curili, l’arcipelago vulcanico che separa Russia e Giappone lungo la rotta verso la Kamchatka, occupato dall’Unione Sovietica nell’agosto del 1945 come bottino della resa giapponese e mai restituito nonostante ottant’anni di rivendicazioni formali da parte di Tokyo su quattro delle sue isole più meridionali.

Il 13 agosto Vladimir Putin ha compiuto quella che Nikkei Asia definisce la sua prima visita in assoluto nella regione, toccando l’isola di Etorofu, la più estesa del gruppo conteso, in un blitz dal significato tutt’altro che turistico.

Un test missilistico come biglietto da visita

Poche ore dopo il passaggio del presidente russo, la Flotta del Pacifico ha condotto un’esercitazione a fuoco vivo che definire dimostrativa sarebbe un eufemismo. Un’unità dotata del sistema missilistico superficie-nave Bastion, già schierato permanentemente a Etorofu, ha simulato un attacco contro bersagli navali colpendoli tutti a una distanza di almeno 300 chilometri, con la partecipazione dell’incrociatore lanciamissili Varyag, ammiraglia della flotta, e del sottomarino a propulsione nucleare Omsk.

Il messaggio, per chi ancora nutrisse dubbi sulla sua destinazione, è arrivato puntuale al Ministero degli Esteri giapponese, che ha definito inaccettabile qualunque rafforzamento militare russo su territori che Tokyo continua a considerare propri, in aperto contrasto con la versione russa secondo cui le isole sarebbero entrate legittimamente a far parte del territorio sovietico attraverso l’atto stesso di resa giapponese.

Mosca, dal canto suo, ha convocato l’ambasciatore nipponico proprio in risposta alla protesta formale presentata da Tokyo contro la visita presidenziale, in un balletto diplomatico dove ciascuna parte si dichiara offesa dall’offesa dell’altra.

Sarebbe ingenuo leggere questa sequenza di gesti come un episodio isolato, slegato dal resto della politica estera del Cremlino. La visita alle Curili arriva a stretto giro dopo il rinnovato attivismo atlantista della nuova premier giapponese Sanae Takaichi, e il tempismo suggerisce piuttosto una punizione mirata, un modo per ricordare a Tokyo che avvicinarsi troppo a Washington e ai suoi alleati ha un prezzo geografico immediato, misurabile in gittata missilistica.

Non è un caso isolato nemmeno nel quadro regionale più ampio: pochi giorni prima era stato il nordcoreano Kim Jong-un a lanciare dieci missili balistici verso il Mar del Giappone, in una sequenza di segnali muscolari che dal Mar Cinese Meridionale si sta progressivamente spostando verso le fredde latitudini artiche, complice anche l’effetto domino delle politiche di Trump e Putin sull’intero scacchiere asiatico, a partire dal precedente ucraino.

Tokyo si riarma perché ha smesso di fidarsi di Washington

La reazione giapponese non si è limitata alle proteste diplomatiche di rito. Il South China Morning Post riporta che il Ministero della Difesa nipponico si prepara a chiedere per l’anno fiscale 2027 un bilancio record da 8.900 miliardi di yen, pari a 56,1 miliardi di dollari, destinato in larga parte a droni, sistemi di comando basati sull’intelligenza artificiale, missili a lungo raggio e sostegno diretto all’industria bellica nazionale.

Le motivazioni ufficiali elencate dal quotidiano di Hong Kong meritano di essere lette con attenzione, perché tra le righe raccontano molto più di quanto dicano esplicitamente: il deterioramento della sicurezza regionale, le lezioni tratte dal conflitto ucraino, e soprattutto un calo di fiducia negli Stati Uniti come partner affidabile per la sicurezza nazionale. È la stessa erosione di fiducia che, in queste settimane, sta spingendo Seul a interrogarsi sull’affidabilità dell’alleato americano dopo la brusca riduzione delle esercitazioni congiunte volute da Trump.

Il Giappone, circondato da tre vicini nucleari o para-nucleari come Cina, Russia e Corea del Nord, ha evidentemente concluso che affidarsi esclusivamente all’ombrello americano sia una scommessa sempre più rischiosa, e ha scelto di riarmarsi da sé, in silenzio ma con cifre tutt’altro che silenziose.

Quel che resta, alla fine di questa sequenza di visite, test missilistici e proteste diplomatiche, è la fotografia di un Pacifico sempre meno pacifico, dove ogni attore regionale si prepara autonomamente al peggio mentre le grandi potenze, Washington in testa, distribuiscono garanzie sempre più sottili e sempre meno credibili. Le Curili, remote e dimenticate dai radar mediatici europei, sono probabilmente solo l’ultimo avamposto di una tensione che ha smesso da tempo di essere localizzata.

 

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