www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Trump riduce le esercitazioni con Seul e apre a un incontro con Kim, che risponde lanciando 10 missili balistici verso il Mar del Giappone. La Corea del Sud si sente abbandonata, la Cina ne approfitta subito, e Pyongyang si presenta al tavolo da posizione di forza.
Trump scopre che l’atomica fa paura, ma solo quando ce l’ha davvero qualcuno
Dieci missili balistici lanciati verso il Mar del Giappone in una sola giornata non sono più notizia, sono routine, ed è proprio questa normalizzazione a dire tutto quello che serve sapere sullo stato della deterrenza in Estremo Oriente. I vettori, identificati dagli analisti sudcoreani come del tipo KN-25 e capaci in teoria di trasportare testate nucleari tattiche, sono caduti in mare dopo un volo di 300 chilometri, fuori dalla zona economica esclusiva giapponese, precisa con sollievo il Ministero della Difesa di Tokyo. Il copione è collaudato, se non fosse che stavolta il contesto politico che lo circonda è cambiato in modo sostanziale, e non a favore di Seul.
Il presidente che ritira l’esercito e manda baci al dittatore
Il lancio arriva pochi giorni dopo che Donald Trump ha ordinato una riduzione sostanziale della partecipazione statunitense alle esercitazioni congiunte con la Corea del Sud, interrompendo bruscamente manovre già in corso e lanciando segnali di apertura diplomatica verso Pyongyang. Kim Yo-jong, sorella del leader nordcoreano, aveva condannato quelle stesse esercitazioni pochi giorni prima, e Kim, che di opportunismo strategico ha fatto una prassi, ha colto l’assist al volo per presentarsi a un eventuale tavolo negoziale da una posizione di forza anziché di debolezza. Il ministro della Difesa sudcoreano Ahn Gyu-back ha reso noto in Parlamento che Pyongyang dispone oggi tra le 80 e le 120 testate nucleari, cifra che dovrebbe far riflettere chiunque prima di trattare la deterrenza come materia negoziabile a colpi di tweet.
C’è una logica quasi comica, se non fosse tragica, nel modo in cui Trump distribuisce la propria attenzione geopolitica. Il rischio nordcoreano è argomento vecchio quanto la Guerra Fredda, discusso e ridiscusso in ogni think tank del Dipartimento di Stato senza che nessuno abbia mai trovato una soluzione diversa dal contenimento paziente.
Eppure l’America ha preferito per decenni inseguire armi di distruzione di massa inesistenti in Iraq e minacciare l’Iran per un programma nucleare tutto sommato monitorabile, mentre chi le armi atomiche le possiede davvero, e le testa pubblicamente con lanci dimostrativi, viene trattato con la cautela riverente che nella criminalità organizzata si riserva ai capibastone di cui conviene non disturbare gli affari.
Un alleato che si sente abbandonato e una Cina che sorride
Il New York Times ha dedicato un’analisi severa a questa svolta, definendola parte di uno schema più ampio in cui gli alleati storici degli Stati Uniti sono costretti a interrogarsi sulla reale affidabilità di Washington. Tra dazi imposti con logica quasi punitiva, ritirate militari giustificate con argomentazioni di bilancio più che strategiche, e improvvisi cambi di rotta nelle alleanze, il quotidiano newyorkese osserva che la riduzione delle esercitazioni rischia di compromettere la prontezza operativa delle forze americane nella regione proprio mentre gli alleati mettono in discussione l’impegno dell’amministrazione verso partnership di lunga data e verso il contenimento della Cina. Non serve una laurea in relazioni internazionali per capire che un alleato che si sente scaricato a metà esercitazione tende a guardarsi intorno, e a Seul c’è chi lo sta già facendo.
Non a caso, mentre Trump entrava in rotta di collisione diplomatica con la Corea del Sud, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si trovava in visita ufficiale proprio a Seul, dove secondo il South China Morning Post ha invitato i sudcoreani a coltivare una vera autonomia strategica, sviluppando rapporti paralleli con Pechino e Washington senza schierarsi nelle rivalità tra grandi potenze. È la vecchia arte cinese di occupare lo spazio che l’avversario lascia libero senza sparare un colpo, applicata con la consueta pazienza mentre Washington si distrae inseguendo l’ennesima fotografia diplomatica con un dittatore che, nel frattempo, continua a lanciare missili come promemoria di chi comanda davvero sul proprio arsenale.
Il risultato netto di questa settimana è che la Corea del Sud si ritrova con esercitazioni ridotte, un alleato meno prevedibile del previsto, un vicino nucleare più aggressivo e una Cina pronta a raccogliere i pezzi. Difficile immaginare un bilancio più fallimentare per chi si vantava di saper trattare con chiunque, ovunque, a qualunque condizione.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













