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Trump minaccia di bombardare l’Oman mentre Hormuz resta bloccato e l’Iran guadagna ulteriore terreno nella gestione del conflitto asimmetrico. Netanyahu intanto respinge Kushner, niente ritiro da Gaza senza il disarmo di Hamas, mentre gli attacchi israeliani continuano.
Il Golfo dove nessuno comanda, nemmeno chi crede di farlo
Chiunque provi a disegnare una mappa coerente della strategia americana in Medio Oriente perde tempo, perché quella mappa non esiste. Donald Trump alterna nella stessa settimana la riduzione delle esercitazioni militari con Seul, motivata con gli “ottimi rapporti” personali con Kim Jong Un, alleato organico di Pechino e Mosca, e la minaccia di bombardare l’Oman, reo di fare da mediatore troppo zelante con Teheran.
Nel mezzo, un inviato di peso come Jared Kushner viene spedito da Netanyahu con l’incarico di ottenere un cessate il fuoco più sostanziale a Gaza, e torna a mani vuote: niente ritiro israeliano finché Hamas non consegna le armi, punto, senza margini di trattativa. Se questa è strategia, il termine ha smesso di significare qualcosa.
Sui sessanta giorni concessi dal cessate il fuoco di giugno per limitare il programma nucleare iraniano è calato il silenzio dei fatti compiuti: la scadenza è passata senza accordo, l’intesa è clinicamente morta, e Washington ha reintrodotto il blocco navale sui porti iraniani revocando le deroghe sulle sanzioni petrolifere concesse durante la breve tregua. Teheran, dal canto suo, scommette di poter reggere la pressione economica più a lungo di quanto regga la pazienza dell’elettorato americano, calcolo tutt’altro che stupido con le elezioni di midterm di novembre alle porte.
Il risultato è una guerra di logoramento che nessuno chiama con il suo nome, condotta a colpi di sanzioni e blocchi reciproci mentre lo Stretto di Hormuz resta chiuso e Trump propone, con la consueta finezza diplomatica, di dichiararlo “territorio degli Stati Uniti”.
Chi minaccia e chi, nel frattempo, si organizza da solo
Il ministro degli esteri iraniano Araghchi ha scelto di rispondere sullo stesso registro iperbolico del suo interlocutore americano, sostenendo che sarebbero gli Stati Uniti a “implorare” un tavolo negoziale. Trump ribatte a suon di ultimatum, promette che Hormuz è “aperto e operativo” e che le mine nel canale sono state rimosse, affermazione smentita nei fatti da un proiettile non identificato che ha colpito un’imbarcazione al largo dell’Oman proprio mentre le parole volavano.
Il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf ribadisce che lo stretto resterà bloccato finché Washington non toglierà sanzioni e blocco navale. Tra gli analisti americani cresce intanto una convinzione scomoda da ammettere: a sei mesi dall’inizio di quella che dai piani alti veniva venduta come guerra lampo, è l’Iran ad avere la meglio, non gli Stati Uniti.
Il generale in pensione Mark Hertling lo dice senza troppi giri di parole, l’Iran sta guadagnando tempo e mettendo alleati americani e settori interni contro Washington. Non aiuta il fatto, riportato dal Washington Post su otto fonti informate, che il Pentagono starebbe valutando una riduzione delle forze nel Golfo Persico proprio mentre la Cina resta la priorità strategica di lungo periodo.
Mentre l’amministrazione americana arranca, le potenze regionali si organizzano senza aspettare il suo permesso. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato un patto di mutua assistenza militare, l’Iran vanta un accordo con l’Oman sulle tariffe di transito navale, e il denominatore comune di tutti questi movimenti è la sfiducia verso una protezione americana che non convince più nessuno, né gli alleati né, probabilmente, gli stessi strateghi di Washington.
Il ruolo di comparsa dell’Europa e la beffa di Gaza
Su Gaza e sul Libano la cosiddetta pax americana produce risultati opposti alle promesse. Le Forze di Difesa Israeliane preparano nuove fortificazioni dal Monte Hermon fino alla costa mediterranea, radendo al suolo villaggi sciiti per impedirne il ritorno dei civili per anni, mentre otto raid israeliani hanno colpito nei giorni scorsi la base aerea siriana di Abu al Duhur, in provincia di Idlib, provocando dagli Stati Uniti solo la flebile definizione di “escalation non necessaria”.
A Gaza, secondo quanto riporta Haaretz, Israele continua ad attaccare pur dichiarando pubblicamente di voler avviare un piano di ricostruzione, un capolavoro di doppiezza che l’amministrazione americana preferisce non commentare troppo a fondo, forse perché al suo interno le fratture non mancano: dalle dimissioni a marzo del direttore del National Counterterrorism Center Joe Kent, che ha attribuito la guerra alle pressioni della lobby israeliana, ai dubbi privati del vicepresidente JD Vance e del generale Dan Caine sui rischi di un’operazione a lungo termine contro Teheran.
In tutto questo l’Europa, e l’Italia in particolare, rivendica un ruolo da pacificatrice mentre ignora il Libano e invia militari in Arabia Saudita evitando accuratamente di informarne il Parlamento. Definirla ipocrisia sarebbe generoso: è più simile a un sonnambulismo diplomatico che continua a scambiare l’assenza di iniziativa per prudenza istituzionale.

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