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Ben-Gvir mostra il cantiere del braccio della morte con forca e cabine per i familiari delle vittime, rivendicando la legge sulla pena capitale come trofeo elettorale a due mesi dal voto. La norma colpisce quasi solo i palestinesi, tra ricorsi e critiche internazionali ignorate.
Il ministro della forca fa campagna elettorale sul braccio della morte
Il 18 agosto il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir si è fatto riprendere davanti a un cantiere che in qualunque altro contesto verrebbe descritto come raccapricciante, e che invece lui esibisce con l’orgoglio di chi inaugura una nuova ala ospedaliera. Dentro il braccio della morte di una prigione del centro di Israele, la cui ubicazione esatta resta riservata, prende forma una forca collocata al centro del reparto, circondata da postazioni riservate ai familiari delle vittime del terrorismo, che potranno assistere dal vivo alle impiccagioni tramite permessi dedicati, “come avviene in molti Paesi”, ha precisato il ministro, mettendo la crudeltà istituzionale sullo stesso piano di una prassi amministrativa qualunque.
La rivelazione, riportata da L’Espresso, arriva a poco più di due mesi dalle elezioni politiche del 27 ottobre, tempistica che dice più di qualunque dichiarazione ufficiale sul reale destinatario di questa messa in scena.
Il politico che trasforma il patibolo in curriculum elettorale
Su Telegram Ben-Gvir ha rivendicato l’operazione con il tono di chi legge un bilancio di fine mandato: ha promesso di peggiorare le condizioni dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane e assicura di averlo fatto, ha promesso una legge sulla pena di morte per i condannati per terrorismo e rivendica di averla ottenuta, e ora, dice testualmente, “anche il braccio della morte e l’area per le esecuzioni stanno prendendo forma”. “Stiamo facendo la storia”, ha aggiunto, formula che scambia la crudeltà sistematica per eredità politica.
Il leader di Otzma Yehudit ha costruito la propria carriera di governo esattamente su questo terreno, imponendo l’approvazione della legge come condizione per restare nella coalizione di Netanyahu e legandola persino al sostegno alla legge di bilancio, un ricatto politico dentro un altro ricatto politico. Quando il testo superò la prima lettura, nel novembre 2025, il ministro festeggiò distribuendo dolci ai parlamentari, immagine che meriterebbe un posto d’onore in qualunque futuro trattato di iconografia del cinismo istituzionale.
Una legge pensata per un solo tipo di imputato
Il provvedimento è passato in via definitiva il 30 marzo con 62 voti favorevoli e 47 contrari, con Netanyahu presente in aula a votare a favore, e rende l’impiccagione la pena di riferimento per i palestinesi condannati dai tribunali militari per attentati mortali, ammettendo l’ergastolo solo “in circostanze speciali” che il testo di legge non definisce con precisione, e fissando l’esecuzione entro 90 giorni dalla condanna.
Una norma parallela esclude di fatto i cittadini israeliani ebrei dal medesimo destino giudiziario, distinzione che rende trasparente la natura selettiva del provvedimento più di qualunque analisi esterna. Il 17 maggio il generale Avi Bluth, a capo del Comando Centrale, ha firmato l’ordine che rende la legge operativa in Cisgiordania, e a giugno Ben-Gvir ha nominato sei familiari di vittime del terrorismo come “ispettori ufficiali” sull’attuazione del provvedimento, scelta che trasforma il lutto privato in funzione amministrativa dello Stato.
Vale la pena ricordare che in tutta la storia di Israele la pena capitale è stata eseguita una sola volta, nel 1962, quando fu impiccato il criminale nazista Adolf Eichmann, condannato per aver organizzato la deportazione e lo sterminio di milioni di ebrei europei. Settant’anni dopo lo Stato che nacque anche sull’eredità morale di quel processo costruisce un patibolo destinato quasi esclusivamente a un altro popolo, ribaltamento storico che meriterebbe più attenzione di quanta gliene venga riservata nei titoli internazionali.
Contro la legge esistono ricorsi pendenti davanti all’Alta Corte, presentati dall’organizzazione per i diritti umani Adalah insieme a deputati arabi, che la definiscono una violazione del diritto alla vita e una pena crudele rivolta essenzialmente ai palestinesi. Il giudice di turno ha comunque respinto la richiesta di sospensione cautelare immediata.
Prima dell’approvazione definitiva, i ministri degli Esteri di Italia, Germania, Francia e Regno Unito avevano chiesto formalmente alla Knesset di ritirare il testo, mentre diversi esperti delle Nazioni Unite ne avevano denunciato il carattere discriminatorio. Nessuna di queste voci ha rallentato di un solo giorno i lavori del cantiere che Ben-Gvir ha mostrato con tanto orgoglio alle telecamere, segno che in questa fase della storia israeliana la critica internazionale funziona ormai come rumore di fondo, non come argine.

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