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Mentre il Donbass cede sotto i missili russi, a Kiev l’inchiesta anticorruzione Forrest Gump travolge l’amministrazione presidenziale. Zelensky resta formalmente estraneo, ma il sistema di potere che protegge i corrotti interroga anche l’Europa, che ha versato oltre 200 miliardi senza controlli reali.
Zelensky, la guerra si combatte anche contro la propria classe dirigente
Mentre il Donbass scivola sempre più definitivamente sotto controllo russo e Mosca torna a colpire con missili balistici contro cui l’Ucraina fatica a difendersi per la cronica carenza di intercettori Patriot, a Kiev si combatte una seconda guerra, meno spettacolare ma non meno logorante: quella contro un apparato di potere che sembra aver fatto della corruzione non un’eccezione da correggere, ma un metodo di governo.
Il Center for Strategic and International Studies calcola che le scorte di Patriot del Pentagono siano scese da 2.300 a circa 800 unità da febbraio, prosciugate anche dal conflitto americano con l’Iran, lasciando Kiev con sempre meno strumenti per proteggere i propri cieli. Ed è in questo contesto di vulnerabilità militare che l’ennesimo scandalo interno arriva a colpire il cuore dell’amministrazione presidenziale.
Dal re Mida al tonto di Hollywood, la fantasia degli inquirenti non manca
L’Ufficio nazionale anticorruzione e la Procura speciale anticorruzione ucraine sembrano aver conservato, in mezzo al disastro, un certo senso dell’ironia nel battezzare le proprie inchieste. La prima, quella che portò alla caduta del potentissimo capo dell’amministrazione presidenziale Andrij Jermak, si chiamava Operazione Mida, richiamo al sovrano che trasformava in oro tutto ciò che toccava, qui riletto come metafora di un potere che monetizzava ogni leva istituzionale. La seconda, ancora in corso, porta il nome Operazione Forrest Gump, scelta lessicale che lascia intendere quanto gli stessi inquirenti considerino ingenua, o forse più cinicamente calcolata, la messinscena degli indagati.
Tra le manette è finita la vice capo dell’amministrazione presidenziale Irina Mudraya, insieme a Viktor Dubovyk, a capo dell’ufficio legale della presidenza dal 2024, e secondo gli investigatori del NABU anche la vice ministra della Giustizia Olena Ferens avrebbe avuto la sua fetta della torta. Il regista occulto dell’intera operazione sarebbe l’imprenditore Vasyl Astion, che vive comodamente a Vienna, fuori dalla portata giudiziaria di NABU e SAP mentre gli arrestati mantengono per ora un silenzio compatto.
A dare peso politico, e non solo giudiziario, alla vicenda ci ha pensato il giornalista investigativo Mykhailo Tkach di Ukrainska Pravda, voce che negli anni ha seguito da vicino ogni scandalo del sistema ucraino e che gode di canali diretti con gli ambienti anticorruzione: secondo Tkach, nessuno di questi funzionari avrebbe potuto muoversi senza un segnale, una richiesta o un ordine proveniente dalla leadership del Paese. È una frase che non incrimina direttamente Zelensky, il presidente resta formalmente estraneo ai fatti contestati, ma che sposta il baricentro del problema dal singolo corrotto al sistema che lo produce e lo protegge, ipotesi tutt’altro che nuova per chi segue la politica ucraina da più di una stagione.
L’Europa che paga e non chiede il conto
C’è poi la parte della vicenda che l’opinione pubblica europea preferisce non guardare troppo da vicino: quella dei soldi. Tra le vittime collaterali dell’inchiesta figura anche la Sense Bank, nazionalizzata nel 2023, i cui vertici, presidente del consiglio di sorveglianza e presidente del consiglio d’amministrazione, sono finiti coinvolti nelle indagini per aver garantito, secondo i magistrati, la circolazione di somme provenienti da speculazioni edilizie di alto livello. È il segno che la corruzione ucraina non si limita ai corridoi ministeriali ma si intreccia direttamente con il sistema bancario che gestisce, tra le altre cose, anche i flussi di aiuti internazionali.
E qui la domanda diventa scomoda per Bruxelles quanto per Kiev. L’Unione Europea ha versato all’Ucraina oltre 200 miliardi di euro tra aiuti militari, umanitari e finanziari, incluso un prestito recente da 90 miliardi di cui 30 già erogati. Chi controlla davvero la destinazione di queste cifre, chi ne verifica l’impiego, chi risponde se una parte di quei fondi finisce nello stesso circuito che ha appena prodotto due inchieste capaci di travolgere il secondo uomo più potente del Paese?
Continuare a finanziare senza porsi seriamente questa domanda non è generosità, è complicità per omissione, ed è un lusso che né l’Europa né l’Ucraina, in un momento in cui il Donbass sta cadendo pezzo dopo pezzo, possono più permettersi.

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