Roma piega la schiena ad Addis Abeba, e la chiama diplomazia

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Sette mesi dopo l’abbraccio diplomatico di Meloni ad Addis Abeba, Roma richiama l’ambasciatore Sem Fabrizi su pressione di Abiy Ahmed, che lo aveva dichiarato persona non grata. Dietro la crisi, le rimostranze di Fabrizi sui diritti umani nel Tigrè, ignorate per non incrinare il Piano Mattei.

L’Italia sacrifica il suo ambasciatore pur di non disturbare gli affari con Addis Abeba

Sette mesi separano due immagini che, messe una accanto all’altra, raccontano meglio di qualunque comunicato ufficiale lo stato reale dei rapporti tra Italia ed Etiopia. La prima è quella di febbraio, quando Giorgia Meloni arriva ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e riceve un riconoscimento che nessun leader europeo otteneva dal 2013, quando toccò al francese François Hollande: tutti i principali capi di Stato e di governo africani presenti, un’accoglienza che la premier rivendicò come evento storico al punto da saltare l’appuntamento, ben più rilevante sulla carta, della conferenza sulla sicurezza di Monaco.

La seconda immagine, quella di agosto, è molto meno fotogenica: l’ambasciatore italiano ad Addis Abeba, Sem Fabrizi, richiamato in tutta fretta a Roma dopo appena dieci mesi di incarico, su pressione diretta del governo etiope che lo aveva nel frattempo dichiarato persona non grata. Tra le due scene, il vuoto di una spiegazione ufficiale credibile.

Un ambasciatore rimosso su ordine straniero, e Roma che minimizza

Il richiamo di un ambasciatore non è un trasferimento di routine, è un segnale diplomatico di primo livello, che nella prassi internazionale equivale quasi sempre a una rottura o quantomeno a un raffreddamento serio dei rapporti bilaterali. Qui, però, la dinamica è ancora più delicata: non è stata Roma a decidere autonomamente di ritirare Fabrizi per motivi propri, ma il ministero degli Esteri guidato da Antonio Tajani ad anticipare la mossa proprio per evitare l’onta di un’espulsione formale, dopo che il governo di Abiy Ahmed lo aveva già bollato come persona non grata, status che ne avrebbe cancellato l’immunità diplomatica.

Di fronte a un passaggio di questa gravità, la reazione della Farnesina è stata all’insegna della sottrazione discreta: prima si è sperato che la vicenda, esplosa a metà agosto, passasse sotto silenzio nel torpore estivo, poi si è preferito raccontare un rientro “per ragioni personali”, accompagnato dal sussurro elegante di una “chimica” mai sbocciata tra l’ambasciatore e le controparti etiopi. Le opposizioni, non a caso, hanno già presentato interrogazioni parlamentari per ottenere spiegazioni ufficiali, mentre il ministero continua a muoversi con la cautela di chi sa di avere qualcosa da nascondere.

Secondo ricostruzioni giornalistiche, le radici del dissidio affondano proprio nel vertice di febbraio, quando Abiy avrebbe espresso in un colloquio riservato con Meloni, alla presenza dello stesso Fabrizi, giudizi tutt’altro che lusinghieri sull’ambasciatore. Nei mesi successivi l’ambasciatrice etiope a Roma, Demitu Hambisa, avrebbe ribadito più volte a funzionari della Farnesina la richiesta di rimuoverlo. Le fonti concordano nel descrivere Fabrizi come un diplomatico scrupoloso, forse persino troppo pignolo per i gusti di un governo che di scrupoli, a giudicare dai fatti, ne ha ben pochi.

Il conto salato di una fedeltà troppo generosa

Perché dietro l’insofferenza etiope per un ambasciatore “rigoroso” si nasconde una questione ben più sostanziale dei visti diplomatici o delle incomprensioni procedurali citate come possibile causa scatenante: il rispetto dei diritti umani nella guerra civile del Tigrè, riaccesa negli ultimi mesi dopo una fase di pacificazione solo apparente. Il governo di Abiy è sospettato di infliggere trattamenti degradanti ai profughi tigrini e di imporre blocchi ai rifornimenti di carburante, cibo e medicinali nella regione, un repertorio di condotte che qualunque diplomatico europeo con un minimo di coscienza professionale ha il dovere di segnalare, non di ignorare per quieto vivere.

Ed è esattamente qui che si misura la statura politica di questo episodio: un governo italiano che negli ultimi anni ha coltivato con entusiasmo crescente i legami con l’Etiopia, pilastro del Piano Mattei con ben 23 progetti di cooperazione attivi sul territorio, si è mostrato sistematicamente incline a minimizzare la gravità della crisi umanitaria tigrina pur di non incrinare un’alleanza considerata strategicamente preziosa.

Il risultato è un precedente che pesa più di quanto Roma sembri disposta ad ammettere: un ambasciatore italiano rimosso su pressione di un governo straniero sempre più segnato da tratti autoritari, senza che sia mai stata fornita una motivazione ufficiale credibile, e con l’esecutivo che ha scelto di assecondare la richiesta piuttosto che difendere l’operato del proprio rappresentante. Chiamarla realpolitik sarebbe generoso. È più semplicemente la dimostrazione che, quando il Piano Mattei incontra i diritti umani, a cedere il passo è quasi sempre chi dovrebbe difenderli.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

 

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli