Ottodix e il suo “Cerebro_Mundi”: la musica del nostro mondo inquieto

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Con Cerebro_Mundi, nono album, Ottodix trasforma il cervello umano nella mappa del cervello planetario: microbioma, brain rot, intelligenza artificiale e crisi climatica dentro tredici tracce dove elettronica, archi e distorsioni raccontano un unico sistema in bilico.

Ottodix dissolve l’io nel pianeta

Ci sono artisti che costruiscono dischi e artisti che costruiscono mondi. Alessandro Zannier appartiene da tempo alla seconda categoria. Con il progetto Ottodix, la musica è diventata progressivamente uno dei linguaggi di una ricerca più ampia, nella quale entrano arti visive, scienza, tecnologia, ambiente e riflessione sull’uomo. Cerebro_Mundi, il nono album in studio, arriva dopo vent’anni di attività discografica e dopo un percorso nel quale ogni nuovo lavoro ha rappresentato una tappa di una ricerca coerente, pur cambiando di volta in volta prospettiva.

Il precedente Arca immaginava una fuga collettiva dalla Terra verso altri pianeti, dentro una sorta di fantascientifica migrazione di massa provocata dal collasso dell’habitat. Cerebro_Mundi compie il movimento opposto: torna dentro l’essere umano per cercare nelle sue strutture biologiche, nelle sue pulsioni e nei suoi comportamenti l’origine di ciò che accade su scala planetaria. È lo stesso uomo, visto da una distanza diversa: la metafora del cervello umano viene proiettata sul “cervello planetario” dell’habitat globale, secondo un principio per cui ciò che accade nel singolo può replicarsi nelle azioni collettive della specie.

È una premessa che dà all’album una direzione precisa. Le tredici tracce seguono un percorso che parte dalla dimensione microscopica dell’organismo umano, attraversa emozioni, istinti, cultura e tecnologia, per arrivare alle reti che tengono insieme il pianeta. Al centro resta una domanda: quanto siamo davvero individui separati e quanto, invece, siamo nodi di sistemi che ci precedono e ci oltrepassano?

L’apertura con Micropsiche mette subito in discussione l’idea di un io autosufficiente. Il brano parte dal microbioma, dalla comunità di microrganismi che vive dentro il corpo umano e partecipa a processi che siamo abituati ad attribuire esclusivamente alla nostra individualità. La coscienza diventa così una faccenda meno solitaria di quanto immaginiamo. È un inizio particolarmente felice perché introduce il tema dell’interdipendenza senza bisogno di dichiararlo: prima ancora di arrivare al pianeta, Zannier ci ricorda che dentro ciascuno di noi esiste già un piccolo mondo.

La breve Cerebro_Mundi funziona come una sorta di cerniera concettuale. Il cervello umano diventa il modello di un sistema più grande, mentre la vita della nostra specie appare come un processo precario all’interno di un habitat che possiede tempi e possibilità di sopravvivenza indipendenti da noi. Il titolo dell’album acquista così il suo significato: il cervello non è più soltanto l’organo che ci permette di pensare, ma la metafora di una rete di relazioni che si estende dal corpo all’ambiente.

Con Brain_Rot il disco entra nel presente con una precisione quasi chirurgica. Il termine, ormai entrato nel vocabolario della cultura digitale, indica il deterioramento cognitivo associato al consumo incessante di contenuti brevi, ripetitivi e frammentari. Zannier lo porta però oltre la denuncia dell’uso compulsivo dei social. Il punto è la perdita della capacità di attenzione, di concentrazione e di collegamento tra informazioni diverse.

È un passaggio fondamentale perché riguarda direttamente il modo in cui una società pensa. Una mente sottoposta continuamente a sollecitazioni rapide tende a perdere il piacere e la capacità di restare dentro un problema abbastanza a lungo da comprenderlo. La conseguenza riguarda la cultura, la formazione del giudizio, la memoria e quindi anche la democrazia. In questo senso Brain_Rot è uno dei brani più politici dell’album proprio attraverso un linguaggio che rimane musicale e concettuale.

Amigdala porta la riflessione dalla capacità di pensare alla difficoltà di governare ciò che sentiamo. Il titolo indica la struttura cerebrale associata alla risposta emotiva e alla gestione di paura e minaccia; nel brano diventa la porta d’ingresso per parlare di aggressività, prevaricazione, guerra e regressione culturale.
Qui Zannier individua un cortocircuito molto contemporaneo: possediamo strumenti culturali e tecnologici sofisticatissimi e continuiamo a essere facilmente mobilitati attraverso gli impulsi più primitivi. Paura, rabbia, senso del pericolo e ricerca del nemico possono attraversare un individuo, una comunità, fino a diventare il motore di un’intera nazione. La canzone mette quindi in relazione neuroscienze e politica senza trasformarsi in una lezione di neuroscienze o in un pamphlet politico. È proprio questa trasposizione a renderla efficace.

Artificio_Naturale sposta il discorso su un terreno ancora più interessante: quello del confine tra naturale e artificiale. L’idea è provocatoria e merita di essere presa sul serio. Se una diga costruita da un castoro è una conseguenza della sua intelligenza e del suo adattamento all’ambiente, perché considerare radicalmente diverso ciò che l’uomo costruisce attraverso la propria capacità cognitiva?

L’intelligenza artificiale entra così nell’album senza essere trattata come un corpo estraneo arrivato dall’esterno. È un prodotto dell’uomo e quindi, secondo la prospettiva di Zannier, una manifestazione della stessa evoluzione naturale della specie. Il problema diventa allora quello delle conseguenze: l’intelligenza artificiale potrà ampliare le nostre possibilità oppure contribuire alla nostra atrofia cognitiva? L’album lascia volutamente aperta la questione. È una scelta intelligente, perché un’opera d’arte guadagna forza quando riesce a generare una domanda che continua a lavorare dopo l’ascolto.

Feniletilamina cambia atmosfera e porta la ricerca dentro l’innamoramento. La sostanza chimica associata alla fase dell’attrazione diventa il punto di partenza per guardare da vicino uno dei sentimenti che più volentieri sottraiamo alla materia e consegniamo al mistero. Zannier fa esattamente il contrario: riconduce l’esperienza amorosa alla chimica, agli impulsi, alla biologia.

Il risultato è uno dei momenti più delicati del disco, anche musicalmente. Le atmosfere elettroniche si aprono agli archi di Nicola Manzan, producendo un contrasto interessante tra la precisione quasi scientifica del tema e una dimensione sonora più emotiva e cinematografica. La poesia, in questo caso, nasce proprio dalla materia.

A questo punto arriva Habitat_Mundi, breve interludio che segna il passaggio tra le due metà dell’album. Non è una semplice pausa: cambia la scala dell’osservazione. Dopo aver attraversato il microbioma, la mente, l’istinto, il deterioramento cognitivo, l’intelligenza artificiale e la chimica dell’amore, il disco esce dal corpo umano e comincia a osservare il pianeta come un organismo fatto di connessioni.

Satellite_Control rappresenta una prima declinazione di questa idea. Se il cervello possiede una rete di comunicazione interna, la nostra civiltà ha costruito una rete artificiale che circonda il pianeta. I satelliti rendono possibili comunicazioni, navigazione, osservazione e una quantità enorme di attività quotidiane, ma la stessa infrastruttura può diventare strumento di sorveglianza e di guerra.

La cosa interessante è il modo in cui il tema viene trattato musicalmente. La struttura electro-pop rende il brano immediato, quasi leggero, mentre sotto quella superficie si muove una riflessione sul controllo tecnologico. È uno dei casi in cui Ottodix dimostra di conoscere bene il valore della forma: un tema complesso può diventare una canzone memorabile senza perdere la propria profondità.

Il_Ciclo_Dell’Acqua è probabilmente la composizione più articolata dal punto di vista musicale. La struttura in quattro parti — evaporazione, condensazione, precipitazione e infiltrazione — diventa una grande metafora del comportamento umano e della memoria storica. L’ambizione della giovinezza, l’accumulo degli errori, la caduta, il fallimento e infine il tempo che attenua il ricordo vengono ricondotti al movimento circolare dell’acqua.

È un’intuizione poetica molto efficace perché la natura diventa uno specchio della storia senza essere antropomorfizzata. Il ciclo continua indipendentemente da noi. Siamo noi a decidere di leggere dentro quel movimento una metafora della nostra esistenza. Gli archi di Manzan contribuiscono a dare alla composizione una dimensione ampia, quasi da suite, rafforzando il carattere narrativo del brano.

Con Wood_Wide_Web il concetto di intelligenza collettiva trova probabilmente la sua rappresentazione più limpida. Il riferimento è alla rete micorrizica che mette in comunicazione le piante attraverso i funghi, permettendo scambi di sostanze e segnali. Zannier trasforma questo fenomeno in un’immagine della cooperazione.
La cosa più interessante è che la foresta non viene utilizzata come semplice metafora consolatoria di una natura buona e armoniosa. Viene osservata come un sistema evolutivo. Una rete che funziona perché le sue parti sono in relazione. In un’epoca nella quale la connessione digitale è diventata onnipresente mentre la capacità di costruire relazioni sociali sembra spesso restringersi, Wood_Wide_Web produce un confronto quasi inevitabile tra due modelli di rete: quello biologico, nato in milioni di anni di evoluzione, e quello umano, molto più recente e ancora pieno di contraddizioni.

Cammina_Cammina porta questa riflessione sulla dimensione del viaggio. Le strade costruite dall’uomo sono altre sinapsi del pianeta, collegamenti attraverso i quali passano persone, culture e conoscenze. Il brano recupera anche il significato formativo del viaggio, quello spostamento fisico che obbliga a confrontarsi con ciò che è diverso e che permette di uscire dal proprio punto di vista. In un album nel quale il digitale e l’intelligenza artificiale hanno un peso importante, questo ritorno al corpo e al movimento assume un significato particolare. Per conoscere il mondo bisogna ancora attraversarlo.

Poi arriva Escalation, uno dei vertici del disco e il brano nel quale tutte le linee concettuali sembrano convergere. Nato come evoluzione sonora dell’installazione audiovisiva Escalation><Involution, esposta al M9 – Museo del ‘900 di Mestre, il pezzo mette in relazione crisi climatica e impoverimento culturale dell’Occidente. Il cambiamento ambientale diventa così il sintomo visibile di un deterioramento che riguarda anche il modo in cui una società produce conoscenza, conserva memoria e prende decisioni.
La progressione musicale è parte integrante del significato. La tensione cresce fino al collasso finale, come un sistema che supera progressivamente la propria capacità di autoregolazione. Qui l’espressione musicale di Ottodix si incontra con quella visiva e installativa: la canzone diventa quasi una performance sonora, e il “crash” finale del software di Cerebro_Mundi restituisce fisicamente la fragilità del sistema che l’album ha seguito fino a questo punto.

La conclusione è affidata a Cosmopsiche, che porta la riflessione oltre il pianeta. Dopo avere messo in discussione l’autonomia dell’individuo e osservato il pianeta come un sistema interconnesso, Zannier arriva a interrogare la percezione stessa. Colori, forme, odori e sapori appartengono alla realtà così come la conosciamo perché esiste un cervello capace di interpretarli.
Il passaggio finale è quasi vertiginoso: se il mondo che percepiamo è anche una costruzione della nostra mente, quanto è realmente “nostro” il mondo? E cosa rimane dell’individuo quando le sue molecole tornano alla materia cosmica? La risposta dell’album non è religiosa né consolatoria. È una dissoluzione dell’io dentro una dimensione più grande, una conclusione che riporta alla prima traccia e chiude il cerchio.

Dal punto di vista musicale, Cerebro_Mundi è un lavoro ricco e stratificato. L’elettronica rimane il centro del linguaggio Ottodix, ma intorno a essa Zannier costruisce un tessuto nel quale convivono synth, distorsioni, elementi pop, momenti più scuri e aperture orchestrali. La produzione di Zannier e Flavio Ferri mantiene un equilibrio preciso tra densità sonora e leggibilità, mentre gli archi di Nicola Manzan e gli interventi chitarristici di Giovanni Landolina ampliano la tavolozza nei momenti nei quali il racconto richiede maggiore espansione.

È un album che conserva quindi una forte riconoscibilità musicale e, allo stesso tempo, mostra una produzione capace di cambiare registro seguendo la materia affrontata. La musica segue il pensiero e gli dà una forma concreta.
È proprio questa unità tra forma e contenuto a rendere Cerebro_Mundi un’opera riuscita. La ricerca concettuale non vive accanto alla musica: passa attraverso la musica. Le idee prendono corpo nei ritmi, nelle aperture orchestrali, nelle atmosfere, nella successione delle tracce. Il concept album diventa quindi una vera forma narrativa e non una semplice cornice tematica.

Alla fine rimane una sensazione precisa. Il nostro mondo inquieto è fatto di sistemi che comunicano continuamente, anche quando noi non siamo più capaci di accorgercene. Il cervello, la società, la foresta, la tecnologia, il clima appartengono a una stessa trama.

Ottodix la traduce in musica. E forse la cosa più interessante che Cerebro_Mundi lascia all’ascoltatore è proprio questa: la possibilità di tornare a guardare il presente non come una somma di emergenze separate, ma come un organismo nel quale ogni scelta produce conseguenze molto oltre il punto in cui è stata compiuta.

ottodix cerebro mundi

 

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Sira De Vanna
Sira De Vanna
Speaker radiofonica, redattrice, storico dell'arte. Caporedattore per Kulturjam.it

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