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Leonardo registra a Kiev una controllata operativa dal 20 maggio 2026, ma l’Italia lo scopre solo tre mesi dopo da un’inchiesta di Milano Finanza. Nessun dibattito parlamentare, mentre il gruppo collauda sul fronte ucraino il sistema Michelangelo Dome da 21 miliardi.
Leonardo si registra a Kiev, il Parlamento lo scopre da un giornale finanziario
Il 20 maggio 2026 negli uffici del registro delle imprese ucraino compare una nuova ragione sociale: Leonardo Ukraine LLC, sede nel centro di Kiev, capitale sociale di circa 5,13 milioni di grivne, poco più di 100mila euro. La società è controllata al cento per cento attraverso Leonardo International e la sua attività dichiarata, ricerca e sviluppo sperimentale in campo scientifico e ingegneristico, si estende in realtà a un perimetro molto più ampio: sistemi di comunicazione e navigazione, software, servizi informatici, apparati elettronici e ottici, manutenzione di macchinari speciali.
Non un ufficio di rappresentanza commerciale, ma quello che diverse testate hanno definito un vero e proprio hub tecnologico con base operativa permanente in territorio ucraino.
Il dettaglio che rende la vicenda politicamente scomoda non è la costituzione della società in sé, ma il modo in cui il pubblico italiano ne è venuto a conoscenza. Nessun comunicato stampa, nessuna comunicazione al Parlamento: la notizia emerge il 19 agosto grazie a una ricostruzione di MF-Milano Finanza, tre mesi dopo la registrazione effettiva, e solo perché la controllata compariva tra le righe della relazione finanziaria semestrale del gruppo al 30 giugno 2026, tra le società entrate nel perimetro di consolidamento.
Un portavoce di Leonardo, interpellato successivamente da Euractiv, ha confermato che il gruppo ha completato l’iter legale necessario a rendere operativa la società. Vale la pena ricordare che solo un anno prima l’allora amministratore delegato Roberto Cingolani, non riconfermato dal governo italiano nell’aprile 2026 e sostituito da Lorenzo Mariani, aveva escluso pubblicamente qualunque progetto di apertura di uno stabilimento in Ucraina, pur promettendo di testare sul campo il sistema di difesa aerea Michelangelo Dome.
Un laboratorio di guerra con targa italiana
Il contesto in cui Leonardo Ukraine si inserisce non è quello di un mercato emergente qualunque, ma quello di un ecosistema bellico che l’industria della difesa occidentale osserva ormai con l’interesse tecnico riservato ai banchi di prova reali. L’interlocutore principale è Brave1, il polo statale ucraino per l’innovazione militare, che rivendica circa 2.500 imprese coinvolte, oltre cinquemila soluzioni tecnologiche censite, più di cinquecento produttori di droni e duecento sviluppatori di sistemi basati sull’intelligenza artificiale.
In questo stesso ecosistema, Palantir collabora con il ministero della Difesa e l’intelligence militare ucraini nell’addestramento di algoritmi per il riconoscimento e l’abbattimento di bersagli aerei, con un archivio di immagini visive e termiche raccolte in condizioni operative reali che, secondo Brave1, ha permesso di automatizzare il novantacinque per cento della procedura di abbattimento dei droni Shahed. È in questo stesso spazio geografico che Leonardo intende collaudare il Michelangelo Dome, architettura integrata di difesa multidominio attorno alla quale il gruppo stima un potenziale di mercato di circa 21 miliardi di euro nel prossimo decennio, sei dei quali già inclusi nel piano industriale aggiornato per il periodo 2026-2030.
L’amministratore delegato Mariani, dal salone aerospaziale di Farnborough, aveva già indicato con chiarezza la direzione, definendo “eccezionali” le competenze acquisite dall’industria ucraina nel settore dei droni e ipotizzando una collaborazione tecnologica anche con la turca Baykar.
Il gorgo dell’irreversibilità, e chi lo attraversa senza chiedere permesso
C’è una logica quasi geologica nel modo in cui la presenza industriale italiana in Ucraina si è sedimentata, uno strato dopo l’altro, senza che nessun passaggio isolato apparisse mai abbastanza clamoroso da richiedere un dibattito parlamentare. Prima gli aiuti umanitari, poi le forniture difensive, poi l’addestramento, poi la produzione condivisa, fino al punto in cui i tecnici, i brevetti e i capitali di un gruppo controllato in parte dallo Stato italiano risultano già stabilmente collocati sul territorio di un Paese in guerra, mentre a Roma resta solo la formalità della firma.
Chi ha deliberato questa presa di posizione strategica non è stato il Parlamento, che semplicemente non ne ha mai discusso, ma il consiglio di amministrazione di un gruppo il cui primo azionista è il ministero dell’Economia. Una visura camerale depositata a Kiev, in questo senso, pesa politicamente più di qualunque dibattito sull’articolo 11 della Costituzione, con il vantaggio aggiuntivo di non richiedere alcuna maggioranza parlamentare per essere approvata.
È proprio questa l’irreversibilità che rende la vicenda Leonardo Ukraine più significativa di una semplice notizia di cronaca industriale: gli stabilimenti, una volta piantati, restano dove sono anche quando le maggioranze politiche cambiano, i trattati si rinegoziano, le mozioni parlamentari si emendano. Continuano a generare la propria giustificazione strategica ben oltre il momento in cui le ragioni originarie sono state dimenticate dall’opinione pubblica.
E ogni giorno che il fronte ucraino resta attivo, quella presenza industriale riceve la propria certificazione sul campo, un collaudo che vale mercato futuro e che si misura, inevitabilmente, anche in vite umane consumate dal conflitto. Non serve dichiarare formalmente la cobelligeranza quando la si può, molto più silenziosamente, iscrivere al registro delle imprese.

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