De la Espriella smantella il modello di accoglienza che la Colombia costruiva da un decennio

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Dopo tre settimane di mandato, il presidente colombiano de la Espriella ordina la caccia ai migranti irregolari, colpendo soprattutto gli 848mila venezuelani senza documenti su 2,8 milioni presenti nel Paese. Rovesciato un modello di accoglienza citato come esempio in tutto il continente.

Colombia rinnega l’accoglienza in tre settimane, e la chiama sicurezza nazionale

Bastano tre settimane di presidenza per smontare quello che fino a ieri era considerato, a livello continentale, un modello di gestione migratoria da manuale. Il 7 agosto 2026 Abelardo de la Espriella ha giurato come nuovo presidente della Colombia a Cali, dopo aver vinto il ballottaggio del 21 giugno con oltre il 50% dei voti contro il candidato di sinistra Iván Cepeda, chiudendo un primo turno in cui aveva già ottenuto il 43,7%.

Il 24 agosto, parlando da Barranquilla durante una riunione del Consiglio dei ministri dedicata alla sicurezza, ha ordinato a Migración Colombia e alla Polizia nazionale di avviare operazioni coordinate per rintracciare ed espellere i migranti privi di documenti, con priorità dichiarata a chi ha precedenti penali e in seconda battuta a chiunque non abbia regolarizzato la propria posizione. “Prima i colombiani, poi i colombiani, e infine i colombiani”, ha dichiarato in un video diffuso su X, sintesi latinoamericana dell’America First che ormai non richiede più traduzione in nessuna lingua del continente.

Un milione di persone nel mirino, senza bisogno di nominarle

Il presidente non ha mai citato esplicitamente il Venezuela nel suo annuncio, ma i numeri parlano da soli. Dei 2,8 milioni di venezuelani residenti in Colombia, quasi il 90% della popolazione migrante del Paese, secondo i dati governativi circa 848mila si trovano in condizione irregolare, tra cui 193mila minori. Fino al 2025 due venezuelani su tre erano riusciti a ottenere un documento di identità per residenti stranieri o un permesso di protezione temporanea, garanzia di accesso a sanità e istruzione di base, e il loro tasso di occupazione superava addirittura quello della popolazione colombiana.

Sono numeri che rendono il rovesciamento ancora più stridente: non si sta smantellando un sistema fallimentare, si sta demolendo uno dei pochi esperimenti di integrazione migratoria che il continente potesse indicare come esempio funzionante, secondo la valutazione dell’Osservatorio del Venezuela dell’Università del Rosario, che parla apertamente di cambio di paradigma rispetto all’approccio adottato dagli ultimi tre governi colombiani.

De la Espriella non nasconde le proprie affinità politiche, anzi le rivendica come credenziali. Ha stretti legami con i movimenti trumpiani statunitensi, si ispira in economia al presidente argentino Javier Milei, e sul fronte della sicurezza ha dichiarato di voler importare la tolleranza zero di Nayib Bukele, il presidente salvadoregno che ha costruito la propria fama internazionale riempiendo carceri di massima sicurezza senza troppi scrupoli sul rispetto delle garanzie processuali.

È la stessa costellazione ideologica che ha già prodotto Kast in Cile e Trump negli Stati Uniti, un asse regionale che si rafforza reciprocamente più per contagio retorico che per reale coordinamento strategico, ma che produce effetti materiali identici ovunque attecchisca: criminalizzazione dello straniero, smantellamento delle politiche di accoglienza, propaganda della sicurezza costruita sulla pelle di chi non ha voce in un dibattito elettorale a cui non partecipa.

La crisi che nessuno voleva, gestita da chi non voleva gestirla

Vale la pena ricordare da dove viene questa massa di persone che oggi rischia l’espulsione di massa. La crisi migratoria venezuelana è esplosa nel 2015, quando oltre 7,8 milioni di persone hanno lasciato il Paese in quella che resta una delle diaspore più imponenti al mondo nell’ultimo decennio.

La reazione dell’opposizione colombiana non si è fatta attendere. La deputata María Fernanda Carrascal ha definito la misura non solo disastrosa ma crudele, denunciando come un affronto ai diritti umani il nesso automatico che il governo stabilisce tra irregolarità dello status migratorio e criminalità, collegamento che secondo le organizzazioni per i diritti umani non trova alcun riscontro nei dati reali sulla criminalità, poiché gli stranieri non commettono reati a tassi superiori rispetto alla popolazione locale.

Resta da vedere quanto Bogotá sia disposta a rinunciare, sul piano economico, per inseguire questa svolta securitaria: i migranti venezuelani, secondo le stime disponibili, contribuiscono per circa 3 miliardi di dollari l’anno all’economia colombiana, cifra che rende l’operazione annunciata da de la Espriella tanto ideologicamente coerente con la sua base elettorale quanto potenzialmente autolesionista sul piano economico nazionale.

 

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