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Kiev ha festeggiato 35 anni d’indipendenza mentre l’Europa promette sostegno e Mosca minaccia conseguenze. Ma gli Stati Uniti restano sullo sfondo. Tra ambasciatori assenti, riarmo e nuove truppe europee, la festa somiglia sempre più a una prova di solitudine geopolitica.
Ucraina, la festa dell’indipendenza senza gli americani
Trentacinque candeline per l’indipendenza ucraina, tanti auguri, e una torta servita a base di linea di contatto, ambasciatori fantasma e promesse europee. La Coalizione dei Volenterosi si è riunita nella capitale ucraina per festeggiare, se così si può dire con i missili russi colpiscono qualunque cosa, e a presiedere il banchetto c’erano il nuovo premier britannico Andy Burnham, il francese Macron e il tedesco Merz (seppure soltanto per un saluto in video, non in presenza).
Notate qualcosa? Esatto: gli Stati Uniti non c’erano. O meglio, c’erano in spirito, come si dice quando qualcuno si dimentica di venire alla tua festa ma ti manda un messaggio su WhatsApp: “Auguri, ragazzi! Io sto a casa, ho una call con quel birbante di Kim Jong-un”
Il nuovo sceriffo di Manchester
Andy Burnham, fresco di nomina a Downing Street da meno di un mese, ha deciso che la sua prima uscita all’estero dovesse essere a Kiev. Non a Bruxelles, non a Washington, non a Parigi. Kiev. Un po’ come se il primo appuntamento, dopo una separazione, fosse con la sorella della tua ex moglie.
E Burnham non è andato lì a portare i saluti. Ha detto testualmente, secondo i quotidiani italiani che “l’Ucraina non cederà mai territorio che la Russia non riesce a conquistare sul campo di battaglia”. Praticamente un riconoscimento de facto dei territori conquistati dai russi, e di quelli che conquisteranno. Nel frattempo, la Russia ha ritirato, dall’ambasciata londinese, l’ambasciatore Andrei Kelin e dimenticandosi di nominarne un altro.
È un po’ come quando lasci la chiave sotto lo zerbino e poi cambi la serratura. Solo che qui lo zerbino è l’ambasciata russa a Londra, e la serratura è la diplomazia. Da oltre un mese, il Regno Unito e la Russia comunicano attraverso… beh, attraverso niente.
“Siamo in guerra, ma senza dichiararla”.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, non certo noto per i suoi toni da cerimonia del tè e neppure per essere uno che parla a vanvera, tipo i nostri politici, ha chiarito la situazione il 18 agosto: la partecipazione britannica agli attacchi con droni contro il territorio russo è, per Mosca, “partecipazione a una guerra, con tutte le conseguenze del caso”.
Attenzione: non è una dichiarazione di guerra formale. È peggio, e senza scomodare Karaganov. È quella dichiarazione che fai quando vuoi far capire all’altro che siete in guerra, ma senza dover firmare la carta igienica del diritto internazionale. È il classico “non ti parlo più, ma ti guardo male dall’altra parte della stanza” della geopolitica, solo che nella stanza ci sono testate nucleari.
Nel frattempo, Burnham ha chiesto al Congresso americano di “aumentare la pressione economica sulla Russia”. Peccato che il Congresso, al momento, sembra più interessato a discutere di tariffe doganali sui pomodori messicani che a sedersi al tavolo di Kiev.
Gli americani? Fuori a fumare
E qui arriva il bello. La Coalizione dei Volenterosi, quel gruppo di paesi che promette di difendere l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, si è riunita senza l’America. Non c’era un rappresentante di rilievo degli Stati Uniti. C’era il Senato, citato per benino nel comunicato finale: “I leader hanno accolto con favore gli sforzi del Senato degli Stati Uniti…”
È come il cugino che non solo non viene alla festa, non ti manda manco una bottiglia di vino. Trump, dopo aver archiviato la crisi mediorientale, quindi mai, ha promesso di “concentrarsi sull’Ucraina”, ma finora la sua concentrazione sembra paragonabile a quella di uno studente universitario la domenica pomeriggio. Gli USA hanno ridotto le forniture dirette di armi, hanno temporaneamente allentato le sanzioni sul petrolio russo, e ora guardano la scena europea con l’entusiasmo di uno spettatore a una partita di cricket: interessato, ma non troppo.
Il risultato? L’Europa, guidata da Burnham, Macron e Merz, i tre amigos, sta preparando una forza multinazionale da schierare in Ucraina, con “garanzie di sicurezza robuste e vincolanti”. In pratica: gli europei promettono di restare, anche se gli americani se ne vanno. È un po’ come quando i genitori escono di casa e i ragazzi adolescenti promettono di non fare feste. Funzionerà? La storia insegna che le promesse europee hanno la consistenza di una meringa sotto la pioggia. E se soldati europei mettono i piedini in Ucraina Mosca non la prenderà benissimo.
Una festa di compleanno un po’ triste
Trentacinque anni di indipendenza ucraina celebrati con un premier britannico appena insediato che promette la luna, un ambasciatore russo che non c’è più, una superpotenza americana che manda i saluti a distanza, e una Russia che minaccia “conseguenze” senza specificare quali, lasciando così spazio all’immaginazione collettiva, che in questi casi è sempre l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.
La linea di contatto resta l’unico punto di partenza per la pace. Il problema è che, al momento, sembra più una linea di demarcazione tra chi vuole ancora credere che la diplomazia funzioni, e chi ha già smesso di rispondere ai messaggi.
E intanto, a Londra, l’ambasciata russa resta aperta. Ma senza ambasciatore. Un po’ come un ristorante con il cartello “aperto” e le luci spente. Se entri, nessuno ti serve. Se bussi, nessuno risponde. Se aspetti… beh, forse arriva Burnham con un altro discorso.

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