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Il Mondiale 2026 tra visti negati, l’arbitro somalo respinto, il caso Balogun graziato dopo la telefonata Trump-Infantino, insulti razzisti in crescita del 1300%. Il calcio più controverso di sempre si gioca soprattutto fuori dal campo.
Il Mondiale peggiore della storia si gioca fuori dal campo
Che il calcio sia da tempo ostaggio della geopolitica non è una scoperta recente. Ma la Coppa del Mondo 2026, ospitata da Stati Uniti, Messico e Canada, sta ridefinendo lo standard del degrado istituzionale con una sequenza di episodi che, messi in fila, compongono il ritratto di una manifestazione sportiva trasformata in terreno di regolamento di conti politici, controlli di frontiera arbitrari e cortocircuiti razziali.
L’ultimo tassello, in ordine cronologico, riguarda il centravanti statunitense Folarin Balogun: espulso con cartellino rosso diretto nella sfida contro la Bosnia-Erzegovina, si è visto sospendere la squalifica appena 24 ore prima dell’ottavo di finale contro il Belgio, dopo che secondo New York Times, Associated Press e Afp il presidente Donald Trump avrebbe telefonato personalmente al presidente della Fifa Gianni Infantino per chiedere la revisione della sanzione. Una decisione senza precedenti nella storia della giustizia sportiva mondiale, tanto che l’ultimo caso comparabile risale al 1962, quando a beneficiarne fu addirittura Garrincha.
La reazione dell’Uefa è stata durissima: l’organismo europeo ha parlato apertamente di una “linea rossa” superata, sottolineando che “quando la certezza delle regole non è più garantita dai suoi custodi, l’integrità del gioco è a rischio”. Il Belgio ha annunciato ricorso, la federazione tedesca ha chiesto chiarimenti immediati sull’eventuale telefonata tra Trump e Infantino, e persino l’ex presidente Fifa Joseph Blatter — non esattamente un simbolo di trasparenza istituzionale — si è sentito in dovere di ricordare che “i cartellini rossi non vengono ribaltati dalle telefonate politiche”. Quando è Blatter a fare la lezione di etica sportiva, si capisce quanto in basso si sia scesi.
La frontiera come arma sportiva
Ma il caso Balogun è solo la punta più visibile di un iceberg fatto di respingimenti, perquisizioni e umiliazioni logistiche che hanno accompagnato l’intero torneo fin dalla vigilia. L’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, eletto miglior direttore di gara africano nel 2025, è stato bloccato e respinto all’aeroporto di Miami dopo undici ore di interrogatorio, nonostante documenti in regola: la Somalia rientra tra i Paesi colpiti dal travel ban dell’amministrazione Trump, e la Fifa si è limitata a prendere atto, dichiarando di “non avere giurisdizione” sulle politiche migratorie del Paese ospitante.
Stesso destino, con esito diverso, per l’attaccante iracheno Aymen Hussein, trattenuto sette ore all’aeroporto O’Hare di Chicago, e per membri dello staff amministrativo iraniano, rimasti senza visto mentre i calciatori lo ottenevano solo pochi giorni prima dell’esordio. Il presidente della federazione iraniana Mehdi Taj è stato fermato all’aeroporto di Toronto ed escluso dal congresso Fifa. Nel frattempo decine di tifosi scozzesi si sono visti revocare l’autorizzazione di viaggio già concessa, e quaranta tifosi marocchini su quarantadue iscritti a un’associazione ufficiale hanno ricevuto il diniego del visto senza alcuna motivazione. Il quadro complessivo restituisce l’immagine di un Mondiale in cui l’accredito Fifa non vale più del passaporto sbagliato, e in cui la sicurezza nazionale diventa un comodo alibi per selezionare chi ha diritto a varcare la frontiera dello spettacolo.
A completare il clima tossico ci ha pensato il capitolo razzismo: il servizio di moderazione della Fifa ha rilevato 89mila post offensivi durante la sola fase a gironi, tredici volte più che in Qatar 2022, con l’11% di contenuto esplicitamente razzista e oltre cento casi ritenuti perseguibili legalmente. I giocatori olandesi Kluivert, Timber e Summerville sono stati bersagliati online dopo l’eliminazione contro il Marocco, mentre l’ex portiere paraguaiano José Luis Chilavert ha rincarato la dose con un commento apertamente razzista sulla composizione multietnica della nazionale francese, replicando un copione già collaudato contro Vinicius Jr. e Mbappé.
Vinca il padrone di casa, come sempre
Difficile, di fronte a questo scenario, non pensare a due precedenti storici scomodi, che vanno maneggiati con la cautela che meritano ma che tornano alla mente quasi inevitabilmente. Le Olimpiadi di Berlino del 1936, propaganda del regime travestita da festa sportiva; e il Mondiale argentino del 1978, vinto dai padroni di casa sotto una giunta militare che usò il trofeo come operazione di immagine mentre fuori dagli stadi si consumavano desaparecidos. Non si tratta di equiparare epoche e regimi profondamente diversi, ma di riconoscere un meccanismo che si ripete: quando il potere politico ospita e controlla la competizione, il campo smette di essere neutro.
Gli Stati Uniti di Trump non sono una dittatura militare, ma stanno dimostrando con notevole efficacia che non serve un regime autoritario per trasformare un Mondiale in un esercizio di arbitrio: bastano un presidente con il numero di telefono giusto, un’agenzia di frontiera con troppa discrezionalità e un’organizzazione internazionale, la Fifa, ormai priva della credibilità minima per opporsi. Il pallone rotola ancora, ma la partita più importante si gioca, come sempre più spesso accade, fuori dal rettangolo verde.

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