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giovedì 19 Maggio 2022
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I dubbi della stampa americana: è giusto logorare Putin sulla pelle degli ucraini?

A Istanbul quarto round di trattativa per fermare i combattimenti. Da una parte, l’impressione di una Russia che voglia prendere tempo per riorganizzarsi dopo un mese di guerra molto più duro del previsto. Dall’altra parte, la stessa stampa americana solleva il dubbio che a prendere tempo sulla pelle degli ucraini che subiscono e muoiono, siano proprio gli Stati Uniti per logorare politicamente Putin e la Russia. Triangolazione per colpire, obiettivo finale, la Cina.

Di Piero Orteca*

I dubbi della stampa americana: logorare Putin e la Russia sulla pelle degli ucraini?

Biden e i poliziotti del mondo

La botta è stata forte e ha fatto più rumore negli Stati Uniti, rispetto alle reazioni che invece ci sono state in Europa e nel resto del mondo. La “sparata” finale di Biden contro Putin, nel discorso tenuto a Varsavia, inutile ripeterlo, è stata uno scivolone.

Dire “quell’uomo deve andarsene dal governo della Russia”, infatti, può essere interpretato (come poi in effetti è avvenuto) in tanti modi. Non tutti lusinghieri per l’America. Che già gode, per qualcuno, la fama di essere una specie di “poliziotto del pianeta”, che con la scusa di diffondere il verbo della democrazia, esporta invece colpi di Stato.

Come sanno tutti, il Team di Biden, dal Dipartimento di Stato al Consiglio per la Sicurezza nazionale, è subito entrato in fibrillazione, cercando di metterci una  pezza. Ma ormai il danno era fatto.

Europa di convenienza, Cina feroce

In Europa, la critica è stata abbastanza “comprensiva”. Per ovvii motivi. In Cina, invece, per altrettanti ovvii motivi, il Presidente degli Stati Uniti è stato letteralmente strapazzato, manco fosse il capo di una fabbrica di complotti.

E siccome l’assassino torna sempre sul luogo del delitto, questa volta Biden l’ha fatto (solo idealmente), ribadendo che lui voleva dire proprio quello che ha detto. Cioè, per capirci, ha smentito clamorosamente le “smentite” dei suoi collaboratori. Col risultato, che gli altri mettono pezze e lui allarga il buco. Perché, di questo si tratta.

New York Times

Il New York Times, che finora ha cercato di difenderlo sempre, gli ha dedicato il titolo di apertura: “Denunciation of Putin was personal.  Not policy”. Cioè, Biden ha fatto degli apprezzamenti personali, non politici. Peccato che sia il Presidente degli Stati Uniti e che stesse parlando davanti a tutta la Polonia e in mondovisione. Detto questo, però, va sottolineata una cosa, che spiega come mai questo Paese, nonostante le sue contraddizioni, resti la grande patria della democrazia.

La qualità del dibattito sulla crisi ucraina è veramente di alto livello. Metodo e merito guidano le analisi di giornalisti, politici, ricercatori, docenti e di tutti coloro che si inseriscono in una dialettica fatta di logica, razionalità e conoscenza dei fatti. Ma soprattutto, senza il paraocchi del pregiudizio ideologico.

Sotto la diplomazia ufficiale

Chi segue la vita sociale, politica, economica e culturale d’Oltreoceano, sa che negli ultimi anni i toni del confronto si sono alzati a tutti i livelli. E benché sulla guerra in Ucraina nessuno sia così ottuso da negare il suo sostegno a Kiev, tuttavia si è creato un serrato dibattito su quali debbano essere le strategie su cui puntare e le tattiche da utilizzare per risolvere la crisi. Insomma, rispetto all’Europa, dove l’approccio è stato più emotivo e forse un tantino manicheo, a Washington è un fiorire di analisi e di commenti, anche autorevoli, che, gratta gratta, cercano di vedere cosa ci sia veramente sotto la vernice della diplomazia “ufficiale”.

Niall Ferguson

Una delle interpretazioni che fanno più discutere è quella proposta da Niall Ferguson, con un lungo articolo su Bloomberg. Il famoso storico e politologo di Harvard, conosciutissimo in Italia anche come esperto di geopolitica, esce clamorosamente dal coro del “politically correct” e scrive: “Biden sta commettendo un errore colossale, pensando di poter dissanguare la Russia, rovesciare Putin e segnalare alla Cina di tenere le mani lontane da Taiwan”.

Secondo Ferguson, c’è il chiaro disegno americano di far logorare Putin in Ucraina. E cita l’articolo di David Sanger, apparso sul New York Times, nel quale si parla di fonti dell’Amministrazione, che avrebbero delineato uno scenario in cui le truppe russe restano praticamente impantanate.

Una crisi ‘calibrata’

Una  crisi “calibrata”, insomma, da non far montare oltre un  certo livello di guardia. Ma, pare di capire, evitando anche una immediata “de-escaiation”.

Per questo, aggiunge Ferguson, “gli Stati Uniti continueranno questa guerra, fornendo agli ucraini Stinger antiaerei, Javelin anticarro e droni Switchblade esplosivi. Ho prove per sostenere quello che dico – aggiunge Ferguson – Un alto funzionario del team Biden ha detto che questa è la fine del regime di Putin. Fino ad allora la Russia sarà tenuta ai margini della comunità internazionale”. Questo spiegherebbe, sempre secondo Ferguson, “la mancanza di qualsiasi sforzo diplomatico, da parte degli Usa, per ottenere un cessate il fuoco”.

L’incubo americano è sempre cinese

La verità è, conclude lo storico britannico, che il piano di Biden non funzionerà. Il suo obiettivo numero uno non è arginare la Russia o proteggere l’Europa, ma contrastare il vero incubo americano: la Cina. “La cosa affascinante di questa strategia è il modo in cui combina cinismo e ottimismo. E’, a pensarci bene, l’archetipo della “realpolitik”, per consentire alla carneficina in Ucraina di continuare. In una sorta di sottotrama della nuova Guerra fredda, in cui la Cina è il nostro vero avversario”.

*Articolo Originale pubblicato su Remocontro

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