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martedì 17 Maggio 2022
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Mariupol, l’altra metà della verità

Il reportage di Vittorio Rangeloni, nella zona occupata dai russi. Tra chi non è riuscito a fuggire c’è chi accusa gli ucraini di averli usati come scudi umani.

Mariupol, l’altra metà della verità

A Mariupol, una delle principali città del Donbass, si continua a combattere. Avvicinandosi alla città il cielo è sempre più plumbeo e all’orizzonte si levano colonne di fumo nero.

Sono le prime immagini del reportage di Vittorio Nicola Rangeloni, reporter free lance, che ha trascorso sei anni della sua vita nel sud dell’Ucraina, descritti nel libro “Donbass le mie cronache di guerra”, uscito nel Maggio 2021. Vittorio è ancora lì, a raccontarci la guerra.

È la mattina del 18 Marzo scorso. Ci sono centinaia di auto ai posti di blocco dei russi, con degli stracci bianchi appesi agli specchietti e alle portiere. In cirillico, sulla maggior parte dei mezzi c’è scritto дети bambini.

Sono i profughi, che solo ora riescono ad uscire dalla città. Le immagini scorrono, lungo le vie devastate e gli scheletri degli edifici bombardati. Un centro commerciale come una cattedrale nel deserto, un distributore iperself tra le macerie. Resti di ordigni conficcati, nel terreno.

La situazione è drammatica, si combatte casa per casa, spiega Angeloni. Le forze ucraine sono asserragliate nel centro città.

Il reporter intervista le persone che si stanno allontanando. Una donna  sulla cinquantina, che  si sta affrettando a trovare riparo, gli racconta che gli ucraini “..salivano da noi al tredicesimo piano e da lì sparavano. Nella palazzina dove vive mia madre, sono entrati e sparavano alle persone“. Si gira ed indica alla videocamera, un palazzo annerito : “…vedi noi abitavamo lì. Tutti noi che abitavamo ai piani alti, siamo stati mandati via. Da lì poi hanno iniziato a sparare”.

C’è anche chi ha scelto di rimanere, affrontando i disagi. Cercano acqua, cibo e tutto quello che può servire nella vita quotidiana. Nel video vengono ripresi degli abitanti, che stanno saccheggiando un supermercato. La scena è composta, non ci sono isterismi. C’è silenzio e rispetto e tutto viene fatto con ordine  e dignità.

Una ragazza, seduta davanti a un bollitore sul fuoco di u n rudimentale fornello costruito con i mattoni, lo guarda  con occhi tristi. “Andarcene? E dove? Di noi, non importa a  nessuno”.

Non ci sono sottofondi musicali, più o meno drammatici, che accompagnano le immagini. Solo il crepitio delle mitragliatrici e delle esplosioni.

All’interno di quello che, un mese fa, doveva essere un complesso residenziale un uomo giace sul sentiero d’ingresso, una mano pietosa gli ha coperto il viso. Un altro è sotto un balcone al piano rialzato.

La videocamera indugia su un anziano, che sta raccogliendo suppellettili nell’appartamento devastato. Non sapeva nulla dei corridoi umanitari. Sa solo che la figlia è riuscita a fuggire ma non sa dove.

È impossibile utilizzare il cellulare, la rete è fuori uso. C’è chi parte utilizzando i mezzi messi a disposizione dai russi, che stanno intensificando i controlli tra gli uomini in età di leva. Sembra che siano molti i militari ucraini che si mescolano ai profughi, per tentare di uscire dall’accerchiamento.

Controllano ogni centimetro di pelle, i tatuaggi indicano l’appartenenza a gruppi paramilitari o a corpi speciali.

Una donna scende dall’auto, che viene ispezionata, con una bimba in braccio Angeloni le si avvicina, chiedendole perché è rimasta in città tutto questo tempo “Speravamo che le cose migliorassero”.

Poi chiede una conferma sull’utilizzo dei civili, da parte dell’esercito ucraino, come scudo  umano “Non ci hanno fatto uscire dalla città, forse il motivo è quello”.

La donna  spiega che negli ultimi otto anni – riferendosi al famigerato battaglione Azov-  si credevano i padroni della città. “Per noi sono sempre stati qualcosa di incomprensibile”.

In quell’area russofona, le gente ha stretti legami con la Russia e vede gli ucraini dell’Ovest come degli estranei “noi non abbiamo cambiato le nostre convinzioni- continua la donna- e non riusciranno ad imporci nulla“. Il reporter le ricorda che gli ucraini li stanno difendendo “Si è vero, sono convinti di difendere il loro paese e il loro popolo. Ma io non sono d’accordo“. La perquisizione è terminata, il marito le dice di salire in macchina e si allontanano.

Mariupol, all’interno della città tra i profughi e coloro che scelgono di rimanere

 

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Giuseppe Folchini
Giuseppe Folchini
Laureato in Scienze della Comunicazione. Già notista politico per alcuni periodici, blogger dei diritti civili e sociali.

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