Quotidiano on-line ®

25.5 C
Rome
martedì, Luglio 5, 2022

I 5 referendum dei quali nessuno parla

I 5 referendum del 12 giugno dei quali si parla molto poco: significati e conseguenze se vince il SI o se vince il NO.

I 5 referendum, significati e conseguenze

Ormai manca poco più di una settimana all’appuntamento con i 5 referendum e la sensazione più diffusa è quella di un “clima” estremamente favorevole ai proponenti dei quesiti superstiti.

Da un lato, l’abbinamento alle elezioni amministrative – che interesseranno circa 9 mln di elettori, chiamati ad eleggere i Sindaci di ben 978 Comuni – dovrebbe concorrere a scongiurare il rischio maggiore per i sottoscrittori: il mancato raggiungimento del quorum necessario ai fini della validità della consultazione.

Dall’altro, le vicissitudini dell’ancora incombente pandemia e le tragiche (ricorrenti) immagini provenienti dal fronte di guerra ucraino, hanno finito con il rappresentare uno strumento “di distrazione di massa”.

L’effetto pratico è rappresentato dal sostanziale silenzio che, mai come in altre occasioni, sta caratterizzando l’approssimarsi del 12 giugno.

Considerata la rilevanza delle questioni oggetto della consultazione, sarebbe stato opportuno fornire le più ampie informazioni possibili per porre gli elettori nella condizione di comprendere fino in fondo il significato e, soprattutto, le conseguenze di un “SI” piuttosto che un “NO”!

In aggiunta alla scarsa informazione, reputo dannosa la mancata discussione sui quesiti perché ritengo che, a differenza di quanto verificatosi in altri appuntamenti referendari di carattere ugualmente “abrogativo” che, però, avevano potuto contare su dibattiti e confronti (pubblici e privati) capaci di suscitare un massiccio coinvolgimento sociale – penso, in particolare, ai referendum sul divorzio (1974) e sull’aborto (1981) – questa volta i cittadini siano, strumentalmente, chiamati ad abrogare disposizioni di legge che i politici hanno prima approvato e, solo dopo, scoperto che andavano contro i loro interessi.

Alludo, in particolare, ai quesiti relativi alla famigerata legge Severino e alla c.d. “carcerazione preventiva”, quale misura cautelare adottata dal giudice di turno.

Però, prima di approfondire l’esame, è opportuno evidenziare che tre dei cinque quesiti potrebbero essere annullati se, prima della data della consultazione, venisse definitivamente approvata la riforma Cartabia.

Si tratta dei quesiti relativi alla c.d. “separazione delle funzioni”, delle modalità di elezione del Csm (Consiglio superiore della magistratura) e della riforma dei Consigli giudiziari.

Anticipo che è mia intenzione trattare più diffusamente i due quesiti sui quali saremo certamente chiamati ad esprimere il nostro voto, per cui, rispetto a questi ultimi tre, mi limiterò a qualche breve considerazione.

Relativamente alla separazione delle funzioni, è opportuno precisare che oggi, nel corso della propria carriera, un magistrato può passare fino a quattro volte dalle funzioni requirenti(1) a quelle giudicanti(2) (e viceversa). La riforma Cartabia limiterebbe ad una sola la possibilità di cambio delle funzioni, da esercitare obbligatoriamente entro i primi 10 anni di servizio.

Se questo è un problema di intralcio al buon funzionamento della Magistratura, appare quindi lecito chiedersi quante volte, nel coro degli anni, si realizzino tali “passaggi” da una funzione all’altra.

Gianluca Amadori, blogger di “Sana e robusta Costituzione”, sostiene(3) che:” In sostanza, il numero di passaggi dalla funzione giudicante alla funzione requirente ha coinvolto – negli ultimi sedici anni – solo lo 2 magistrati su mille, quello inverso solo 3 su mille”.

Quindi, a suo parere: ”L’analisi dei dati forniti dal Consiglio superiore della magistratura fa capire con estrema chiarezza la strumentalità del dibattito in corso da mesi sulla necessità di impedire ai pm di diventare giudici e viceversa. Passaggio che, oltre a riguardare un numero modestissimo di magistrati, può avvenire già ora soltanto previo trasferimento in un diverso distretto (ovvero nella gran parte dei casi in una diversa regione)”.

Ciò è autorevolmente confermato dal parere del Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, secondo il quale: “ridurre i passaggi da una funzione all’altra non comporta alcun vantaggio. Il passaggio di funzioni andrebbe incentivato, non limitato, perché è un arricchimento professionale, ma pare che non interessi a nessuno”.

In realtà, il vero obiettivo – rigorosamente sottaciuto dai promotori e sostenitori del quesito – è quello di pervenire alla definitiva separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, (per la quale, però, occorrerebbe una modifica costituzionale); con un Pm meno libero e autonomo dei giudici e sostanzialmente sottoposto all’Esecutivo. Insomma, più controllabili!

Tra l’altro – e non si tratta di un elemento di secondaria importanza – secondo alcuni esperti, l’eventuale successo del SI comporterebbe anche l’abrogazione delle norme che regolano la copertura <in deroga> delle c.d. <sedi disagiate>. Con l’effetto di limitare la possibilità di coprire sedi giudiziarie poco appetite perché (spesso) in territori a elevata densità criminale.

Il quesito relativo alle elezioni per le candidature dei magistrati al Consiglio superiore, tende, invece, a cancellare la norma secondo la quale un magistrato per candidarsi deve presentare da 25 a 50 firme a sostegno della propria candidatura. Secondo i promotori, ciò dovrebbe porre fine alle “correnti” che, a loro parere, influenzerebbero le decisioni. Piuttosto che l’orientamento politico del candidato, si premierebbero, così, le qualità professionali delle singole auto-candidature.

Si tratta, a ben vedere, di un problema di scarsa rilevanza pratica perché, in sostanza, la “politicizzazione”, che si addebita alle “correnti” presenti nel Csm, non verrebbe – magicamente – meno grazie alle auto-candidature. Pertanto, la sensazione è che anche questo quesito rientri in quel disegno politico che, dietro lo slogan adottato dai promotori dei referendum:“ Per una Giustizia giusta”, nasconde, piuttosto, la mal celata insofferenza dell’attuale ceto politico nei confronti della legalità.

In questo senso, le dichiarazioni(4) del Procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli, paiono lasciare pochi dubbi: ”Oggi i Pm sono indicati come i responsabili di ogni male della giustizia”.

E ancora: ”Quella in corso ha le sembianze di una campagna politica volta a non informare correttamente i cittadini ma proiettata unicamente a sollecitare gli istinti di rivalsa contro i magistrati”.

Difficile essere altrettanto eloquenti!

Luca tescaroli

Stesse perplessità crea il quesito relativo ai Consigli giudiziari.

Si tratta di organismi territoriali composti da magistrati eletti da loro colleghi e da membri laici: avvocati e da un Professore di materie giuridiche.

I Consigli hanno il compito di formulare pareri su questioni che riguardano l’organizzazione e il funzionamento degli Uffici giudiziari, esercitano la vigilanza sulla condotta dei magistrati in servizio e formulano le pagelle relative all’avanzamento in carriera dei magistrati. Su queste ultime due competenze hanno voce solo i componenti togati.

Se al referendum prevalessero i SI, anche i membri laici parteciperebbero, a pieno titolo, alla valutazione dell’operato dei magistrati.

A questo riguardo, il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri non ha problemi a dichiarare(5):” Si prevede un controllo -esterno- sul lavoro dei magistrati nelle valutazioni di professionalità, riconoscendo un diritto di voto ai membri laici. Inaccettabile: non si vede perché a valutarci debba essere chi non fa parte della nostra categoria, infatti non accade in nessun’altra”.

“E soprattutto”, prosegue Gratteri, “così si intacca l’autonomia e la terzietà del magistrato, visto che gli avvocati nei Consigli giudiziari dovrebbero giudicare magistrati che lavorano nello stesso distretto e coi quali si trovano quotidianamente a interloquire”.

Anche qui, evidentemente, non si può fare a meno di sospettare che l’iniziativa referendaria abbia poco o nulla a che fare con “una Giustizia più veloce e, soprattutto, più giusta”, ma rappresenti, piuttosto, l’ennesimo tentativo di “depistaggio” e di scarico delle responsabilità da parte dei politici.

Sono, però, i rimanenti due quesiti che, a mio parere – già all’atto della presentazione – avrebbero dovuto suscitare una diffusa e profonda indignazione popolare.

Considero, infatti, sconfortante che nel nostro paese, un tempo “culla della civiltà mediterranea” e “patria del diritto”, si consenta – senza sentirsene profondamente offesi – di essere chiamati alle urne per esprimere SI a due quesiti quali la limitazione delle misure cautelari e, peggio ancora, la totale cancellazione della legge Severino.

Tra l’altro, rappresenta un’aggravante il fatto che tali proposte partano da una forza politica “locale”, cui è già stato consentito di affermarsi sul piano nazionale al grido di “Roma ladrona”, con alcuni milioni di votanti che esaltano, piuttosto che ripudiare, il loro degno leader che va in giro “a suonare citofoni” alla ricerca di pusher da additare al pubblico ludibrio e freme di sdegno nei confronti dei magistrati rei – a suo parere – di lasciare impuniti innumerevoli autori di reati.

Infatti, così come egregiamente sintetizzato(6) dal Procuratore aggiunto di Firenze: ” Di fatto, se passasse questo quesito, le misure cautelari si applicherebbero solo qualora per l’indagato, pur raggiunto da gravi indizi di colpevolezza e pur presente il rischio di reiterazione del reato, non sussista il concreto pericolo di fuga e/o di inquinamento delle prove”. Di conseguenza, rileva Luca Tescaroli, “Le misure cautelari diventerebbero inapplicabili al di fuori di una ristretta cerchia di reati, come la criminalità organizzata, l’eversione e l’uso della violenza o delle armi”.

Nessuna custodia in carcere, dunque, né arresti domiciliari, per gli autori di gravi reati, anche seriali, contro la pubblica amministrazione, contro l’economia, contro il patrimonio, la libertà personale o sessuale delle persone, ma nemmeno l’allontanamento dalla casa familiare (nel caso del coniuge e genitore violento), oppure divieto di avvicinamento (nel caso di atti persecutori), così come non sarebbe più possibile adottare le c.d. “misure interdittive”, come il divieto temporaneo di esercitare determinate attività imprenditoriali (nel caso di società finanziarie che truffano gli investitori)!

“Truffatori seriali, bancarottieri e via dicendo”, conclude Tescaroli, “sarebbero quindi liberi fino a condanna definitiva e sconterebbero una pena detentiva solo qualora le condanne supereranno la soglia dei 4 anni di carcere”.

Esemplare, a questo riguardo, il lapidario giudizio(7) di Domenico Gallo: “Smantellando gli strumenti di contrasto alla criminalità, non si opera una riforma della giustizia, bensì una riforma contro l’amministrazione della giustizia, contro l’eguaglianza e i diritti delle persone”!

Altrettanto allarmanti le considerazioni finali del Procuratore aggiunto di Firenze: “Il rischio è che, non potendo applicare la misura cautelare degli indagati pur colti in flagranza di reati che destano allarmi sociali” – già immagino le contumelie e le accuse al magistrato di turno, da parte del sig. Salvini, per aver lasciato a piede libero uno scippatore seriale, un ladro di appartamenti o un ben noto pusher – “siano proprio i magistrati a finire travolti da una tempesta di rancore, per non dire odio, da parte dell’opinione pubblica. Per la gente saremo noi i responsabili di -liberazioni- che mettono a repentaglio le persone offese e la collettività”!

Lo stesso Giancarlo Caselli, troppo noto per avere bisogno di alcuna presentazione, su questo tema così si esprimeva: “Matteo Salvini, nel farsi promotore di questo quesito referendario è scivolato su di una buccia di banana. Se questo referendum dovesse essere approvato”, scriveva Caselli nel 2018, “alla prima decisione giudiziaria di un certo rilievo che applichi le nuove disposizioni farà seguito – c’è da scommetterlo, sicuri di vincere facile – un’ondata di malcontento e l’indignazione popolare contro questa magistratura troppo lassista (l’intramontabile <polizia arresta, giudici scarcerano>). Magari proprio da parte di quelli che si sono intestati il referendum. Con ulteriore pregiudizio di immagine e credibilità a danno dei magistrati”.

Superfluo aggiungere altro.

Il quinto (ed ultimo) quesito referendario prevede la totale cancellazione della c.d. Legge Severino(8) che contiene le “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”.

Un obiettivo ignobile: che rappresenterebbe l’ennesima pagina vergognosa nella storia del nostro Paese!

In effetti – grazie alla legge Severino – dal 2013 chi viene condannato in via definitiva per mafia, terrorismo, corruzione e altri gravi reati non può partecipare alle elezioni per il Parlamento europeo e italiano, né a quelle regionali e comunali e non può assumere cariche di governo.

Se un parlamentare viene condannato definitivamente per un reato di questo tipo solo dopo essere entrato in carica, la Camera o il Senato hanno l’obbligo di votare sulla sua decadenza o meno.

È prevista la decadenza, sempre a seguito di condanne definitive, anche per gli europarlamentari, membri del governo e amministratori locali.

Per questi ultimi, in alcuni casi, la legge prevede la sospensione dall’incarico anche dopo una condanna di primo grado (non definitiva).

Sembrerebbe il minimo prevedibile. Almeno in un Paese civile!

Se, malauguratamente, dovesse prevalere il SI al referendum, tutti questi automatismi, previsti dalla legge Severino, verrebbero automaticamente meno e si tornerebbe alla vergognosa situazione ante 2013.

Si tratta, dunque, di un obiettivo squallido – di una casta politica ormai alla deriva – e offensivo nei confronti della dignità e dell’intelligenza degli italiani ai quali, in sostanza, si chiede di rilasciare un “lasciapassare in bianco” a favore di politici corrotti e condannati in via definitiva.

Una sorta di “Green pass”, con la differenza che lo stesso – piuttosto che regolamentare l’accesso ai locali pubblici – consentirebbe, anche agli autori di reati molto gravi, di accedere e/o continuare a ricoprire cariche pubbliche e/o svolgere funzioni istituzionali; dai Consigli comunali al Parlamento europeo.

È vero, abbiamo poco tempo a disposizione per evitare il realizzarsi delle più fosche previsioni.

Credo, però, sia sufficiente per comprendere (e condividere) quali nefaste conseguenze produrrebbe un successo del SI all’abrogazione della legge Severino. Così come agli altri quattro quesiti.

È con questa consapevolezza che ciascuno di noi ha il dovere di operare la propria scelta!

NOTE

  1. Quelle dei Pm, che dirigono le attività investigative e rappresentano la pubblica accusa nei processi.
  2. Quelle dei giudici chiamati ad emettere le sentenze dopo avere approfondito le ragioni delle parti in causa.
  3. Fonte: www.ilgazzettino.it del 22 maggio 2022.
  4. Fonte: “Referendum Giustizia. Campagna politica contro i magistrati”. Intervista di Daniele Nalbone, del 22 febbraio 2022. Su www.micromega.net
  5. Fonte: “Riforma giustizia, Gratteri:Proposte dannose, sento odore di punizione”. www.antimafiaduemila.com del 23 marzo 2022
  6. Vedi Nota nr. 4
  7. Fonte: www.micromega.net
  8. La Legge 6 novembre 2012, n. 190 è una legge della Repubblica Italiana in tema di prevenzione e repressione della corruzione. I successivi decreti legislativi 235/2012, 33/2013 e 39/2013 furono emanati dal governo Monti.
  9. Fonte: www.blog-lavoroesalute.org

 

Leggi anche

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli