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martedì, Luglio 5, 2022

Guerra Russia-Ucraina: “Questa volta Hiroshima risponderà”

L’orrore della guerra Russia-Ucraina ci ha ricordato che l’equilibrio del terrore fondato sulla concreta possibilità dell’utilizzo delle armi nucleari è il concetto di pace più irrazionale che sia mai esistito.

Guerra Russia-Ucraina, realtà distopica di un futuro ignorato

E pure ecco, da innumerevoli secoli vi combattete senza pietà né rimorso, tanto amate la carneficina e la morte, o lottatori eterni, o fratelli implacabili! (Baudelaire)

La libertà difesa dagli Ucraini ha il peso di un terzo conflitto mondiale ma finora, di tutta evidenza, si tratta di una mera guerra per procura, mentre il campo di battaglia ci appare solo adesso come realtà distopica di un futuro ignorato.

Fra le immagini dei primi giorni del conflitto c’è stato un gesto che mi si è fermato nella mente: le persone che erigevano palizzate di legno intorno ai monumenti per proteggerli dalle bombe.

Ho immaginato le statue rannicchiarsi per dormire, aspettando di essere risvegliate dalla luce futura. In questa personificazione pare addensarsi tutto il desiderio di un nuovo manifestarsi della vita, della civiltà.

Lo stillicidio degli Ucraini diventerà una nuova ricorrenza dopo quella di Holodomor (1932-1933) che significa “procurare la morte per fame”. Una dichiarazione congiunta dell’ONU del 2003 definì quella carestia come il risultato di politiche e azioni “crudeli” del governo sovietico, che provocarono la morte di milioni di Ucraini.

Questo è ancora oggi motivo di risentimento di Kiev verso Mosca. Com’è stata allora possibile una narrazione in cui la Russia contasse in una qualche forma di accoglienza dei “fratelli” ucraini? Senza contare che l’attuale conflitto iniziò nel 2014 con una guerra invisibile, emersa agli occhi del mondo come un fiume sotterraneo in piena solo il 24 febbraio di quest’anno. Né avrebbe potuto trattarsi di una guerra lampo, in assenza dell’effetto sorpresa, dato che Putin l’aveva praticamente annunciata.

L’Ucraina è uno stato povero ma in via di sviluppo: conosciuta soprattutto come granaio del mondo, possiede però anche una grande riserva di risorse minerarie e adeguati sbocchi al mare. Ciò a dire che le motivazioni economiche sono infatti sempre le principali cause di una guerra, che alimenta solo in seguito la sua barbarie attraverso il senso di appartenenza ai luoghi, alle proprie origini, al nazionalismo esasperato.

Nonostante l’aggressione russa, è comunque difficile accettare qualsiasi interventismo per chi ritiene inconcepibile la guerra, quindi non vi fa riferimento nell’affrontare un conflitto.

Certo, non si può impedire a un popolo di difendersi da un’aggressione ma neppure si può rischiare di provocare l’ampliamento del conflitto, abbracciando il regime ucraino, e men che meno pretendendo che si combatta al fianco della Nato.

Anche se non esiste una carta ufficiale riconosciuta, sappiamo che gli Stati Uniti d’America sono in sostanza un impero: dislocano presenze militari dall’Australia all’America latina, dall’Africa al Medio Oriente, dall’Europa all’Asia. Come evidenziato dal colore giallo nella carta di Laura Canali del 2018 su Limes, ciò esprime plasticamente l’espansionismo americano come evidente provocazione dell’ira russa e di altri Stati, Cina in primis.

Le parole di Biden durante questa guerra fanno eco al politologo statunitense Stephen Walt, che in termini chiari spiegava nel 2006 l’obiettivo degli Stati Uniti: portare il «resto del mondo a salutare positivamente il [loro] primato», incoraggiando gli altri «Stati a vedere la loro posizione dominante come benevola» e convincendoli che la potenza statunitense fosse utilizzata «per il beneficio più ampio dell’umanità».

Eppure, nonostante tutto quel giallo sul planisfero geopolitico, pare evidente la presunzione, il fallimento di una politica aggressiva: sono ben 169 le guerre nel mondo, e con quella in Ucraina stiamo rischiando una guerra nucleare globale.

Guerra. Sembra ormai questa l’unica parola piena di senso, di significati legati al male presente nell’uomo. La pace viene invece percepita come un concetto debole, perdente soprattutto nell’informazione, che ha da subito abbracciato e appoggiato completamente la propaganda ucraina, tanto da risultare stucchevole quell’attribuire alla Russia tutto il male.

Ma non può essere banalizzato il fatto che la Russia consideri l’invasione come reazione al razzismo perpetrato verso i russi del Donbass e, al contempo, una risposta all’intervento degli Stati Uniti, che da anni hanno addestrato gli Ucraini a questa guerra, fornendo loro formazione militare e armi.

Nei talk show e nei telegiornali si mescola il piano politico-militare con quello delle perdite umane. Sarebbe a dire che, mentre alimentiamo una guerra con le armi, pretendiamo che il nemico ragioni in termini umanitari; si concepisce cioè la guerra come opzione sostenibile ma ci si aspetta che non ci siano vittime, per lo meno tra i civili.

Basti pensare alla pioggia di missili sui quartieri di Bagdad o sull’Afghanistan, dove le forze occidentali uccisero più civili – anche molti bambini – che nemici: azioni che, ancorché criminali nei fatti, vennero ritenute “danni collaterali inevitabili”.

La politica russa e quella americana promuovono la cultura della guerra e quindi la necessità delle belligeranze. Tant’è vero che entrambe non riconoscono la Corte Penale Internazionale, la cui competenza è limitata ai crimini di genocidio, a quelli contro l’umanità e ai crimini di guerra, e di recente (2018) anche al crimine di aggressione. Fa riflettere il fatto che nemmeno la Cina né Israele hanno ratificato il trattato.

Eppure, del conflitto Russia-Ucraina se ne conosceva già da diversi anni il dramma e che in gioco ci sono il futuro della Russia, le sue relazioni con l’Europa, il potere globale di Washington, o almeno di quella corrente che a Washington vede le guerre come primo strumento della politica.

Nel 2014 il quotidiano La Stampa segnalava il silenzio sulle “inquietanti influenze sul cambiamento di governo in Ucraina, qualcosa che non è esagerato definire colpo di Stato”. Si evidenziava inoltre che “I neo-nazi imperversano in Ucraina, ma il nazismo non è più il “male assoluto” (per l’Occidente)”. Un rapporto Onu testimonia le atrocità che continuavano ad essere compiute in Ucraina.

Se da un lato le neuroscienze ci hanno mostrato che il cervello è una combinazione di bene e male, amore e odio, eros e thanatos, dall’altro affermano l’esistenza di circuiti neurali che presiedono al proprio benessere e a quello degli altri. Il bene dovrebbe apportare vantaggi alla comunità ed accrescere le possibilità di sopravvivenza della specie e di ciascuno.

Di sicuro con questa guerra è emersa tutta la disillusione della Russia, accumulata nel tempo, di poter rientrare in una architettura comune di sicurezza europea. I segnali che ha ricevuto sono stati ambigui, per cui le relazioni indispensabili con l’Occidente ritornano al punto di partenza, se non peggio.

Dietro la maschera della gelida opulenza dello “zar” ci sono più di diecimila russi che hanno protestato contro la guerra e sono finiti in prigione; ci sono quelli che aiutano i disertori, i renitenti e gli obiettori di coscienza. Così come in Europa stanno lavorando molti studiosi, politici e anche intellettuali affinché sia l’Europa a gestire il conflitto: significherebbe una vera e propria rivoluzione in termini di revisione di influenza politica, economica e militare degli Stati Uniti, anche nell’ambito della stessa Nato.

Abbiamo vissuto in un periodo di tregua ma immersi nella cultura bellicista, e lo sviluppo tecnologico militare ci ha reso capaci di autodistruggerci. Siamo in una “guerra impossibile”, in un loop temporale dove possiamo vedere l’estinzione dell’essere umano ma nessuno spiraglio di pace, perché non riusciamo neppure più a immaginare un mondo nuovo senza quella che si chiama “natura del soldato”.

Si continua a diffondere nei talk show l’idea che dalla guerra può nascere il bene, dall’odio può venire l’amore e dalla violenza può arrivare la tregua. Forse la pace è stata narrata male dai dizionari, in cui il buon accordo, la concordia di intenti, quella quiete, quell’agio dovuto all’assenza del dolore fisico o morale, la calma diffusa e riposante, anelata dai molti poeti, hanno fatto sempre sorridere con profonda amarezza in considerazione di una realtà violenta.

Effetto talk show: sulla guerra s'è alzato il nuovo muro

Abbiamo coperto gli specchi per non vedere il crollo delle fondamenta dei grandi valori della cultura, come la verità, il progresso, la scienza e la religione; o forse per non scoprire la loro natura di “mera finzione”, perché non riusciamo a mettere neppure un seme nella cultura della pace. Anzi, il senso di questa parola è stato completamente distorto.

L’invio di armi agli Ucraini resta un’operazione rischiosa perché prolunga la guerra, per di più contro una delle più grandi potenze militari al mondo. E sembra ancora lontana una possibile conclusione pacifica: nei russi restano ancora ben vivi sia il rogo di Maidan del 2 maggio 2014, che, prima ancora, i morti per il razzismo diffuso dalle organizzazioni di estrema destra inneggianti al nazismo, battaglioni accusati a livello internazionale di crudeltà ma reclutati dalla guardia nazionale ucraina.

E nessuno ascolta le testimonianze controvento sui massacri condotti dagli Ucraini nella guerra del Donbass, al massimo vengono liquidati come propaganda russa. Eppure, i movimenti di estrema destra hanno caratterizzato le dinamiche politiche in Ucraina negli ultimi vent’anni, destando l’attenzione della comunità internazionale.

Nell’estrema destra ucraina paramilitare non c’è solo il battaglione Azov ma ci sono anche Aidar, Donbass, Dnepr 1 e Dnepr 2, tutti battaglioni sostenuti economicamente dallo stesso oligarca: Ihor Kolomoyskyi. Oltre a pendere sulla sua testa un mandato di cattura da parte dei tribunali russi, è ritenuto ospite non gradito anche negli stessi Usa.

Il problema non è solo la tolleranza di cui tali organizzazioni godono in Ucraina ma il fatto di essere addirittura finanziati, premiati con cariche parlamentari e ministeriali, oltre ad essere reclutati militarmente.

A volte sembra già superata la linea di confine rossa di sangue, fatta di lingue di fuoco che esplodono dai palazzi, di missili ciechi, di vittime. E le narrazioni non hanno possibilità di dialogo ma sono fatte di respingimenti, di un botta e risposta tra Russia e Stati Uniti. Noi ci nutriamo della cultura della guerra che limita l’indipendenza e la libertà in nome dell’equilibrio geopolitico. Questo è il nodo sostanziale: l’indipendenza dell’Ucraina romperebbe un equilibrio già precario.

In questi conflitti ciclici fra Stati egemoni, che oggi hanno il loro teatro di guerra in Ucraina, sono i mercenari a fare il lavoro sporco, avendo sul campo di battaglia anche il potere di stuprare, torturare e uccidere civili per terrorizzare la popolazione nemica.

In Ucraina si è coagulata una legione straniera, come risulta dall’analisi portata avanti dall’Institute for Public Affairs della John Cabot University. “…16 mila siriani combattono dalla parte dei Russi, mentre dalla parte degli Ucraini c’è un intero reparto che pare sia formato da Americani, un altro da Canadesi inglesi e uno, completamente internazionale, in cui uomini dell’Azerbaijan combattono con Brasiliani e Ceceni contrari ai russi”.

Intanto gli occidentali rimarranno asserragliati nel loro mondo virtuale, dove sono stati depositati i fini ultimi e la felicità: il male è rappresentato nei film e nei videogiochi, il bene in quello dell’advertising, dove con un click si accendono i desideri e con pochi euro si mette un po’ d’ordine nel caos della consapevolezza.

Occorrerebbe una vera conferenza della pace, in cui discutere e stabilire un riassetto geopolitico in armonia con le conquiste raggiunte nell’ambito dei diritti, ancorché in gran parte negati. Molti problemi sopravvivono all’ombra della cultura della guerra: andrebbero finalmente affrontati per contrastare la persistenza dei regimi totalitari, delle democrazie diventate democrature, per un’effettiva e definitiva messa al bando delle armi, soprattutto quelle di distruzione di massa.

L’equilibrio del terrore fondato sulla concreta possibilità dell’utilizzo delle armi nucleari è il concetto di pace più irrazionale che sia mai esistito. È la paura stessa a farci perdere lucidità di pensiero e divenire assai pericolosi: per combatterla continuiamo a ripeterci che non dobbiamo temere di essere coinvolti perché, se la situazione capitolerà, saranno lanciate bombe a fissione nucleare a raggio ridotto, simili a quella di Hiroshima, ai Trident-II, e si morirebbe per attacco diretto, con successive contaminazioni, inquinamenti e radiazioni “circoscritte”.

Nell’uscire dalle folli ricostruzioni tattiche dei nostri generali, dalle assurde ricognizioni delle armi atomiche, sento un avvertimento provenire dalla nuova epoca: “Questa volta Hiroshima risponderà.”

 

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Emilia Santoro
Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni).

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