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mercoledì 19 Gennaio 2022
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L’Emirato Islamico dell’Afghanistan è una realtà con la quale fare i conti

Presto i talebani formeranno un nuovo governo, mentre sono iniziate le operazioni militari per occupare anche la provincia del Panjshir: l’Emirato Islamico dell’Afghanistan è oramai una realtà con la quale bisognerà fare i conti.

Afghanistan: il nuovo Emirato Islamico di fronte alle sfide future

Lo scorso 19 agosto, l’Afghanistan ha festeggiato i 102 anni dalla conquista dell’indipendenza formale dall’Impero Britannico. Pochi giorni prima, come noto, le milizie talebane avevano preso possesso della capitale Kabul, assumendo il controllo de facto dello Stato afghano. In occasione della giornata dell’indipendenza, il governo provvisorio del nuovo Emirato Islamico dell’Afghanistan ha pubblicato un documento intitolato “Dichiarazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan in occasione del 102° anniversario dell’indipendenza del paese dal dominio britannico“.

All’interno del testo si legge che “gli afgani sono molto orgogliosi che il loro paese oggi sia sulla soglia dell’indipendenza dall’occupazione americana”, con riferimento alla fine dell’occupazione militare straniera e alla fuga del presidente fantoccio Ashraf Ghani.

Emirato Islamico dell’Afghanistan atto 2°

Questa è una benedizione divina di cui tutti gli afgani dovrebbero essere grati. Dovremmo lavorare in unità e sincerità nell’interesse del sistema islamico nel nostro Paese, così come per il bene della ricostruzione e della prosperità della nazione”, afferma ancora la dichiarazione. Tale documento ha una particolare rilevanza in quanto si è trattato del primo documento ufficiale pubblicato dai talebani da quando hanno preso il controllo del Paese.

Il nuovo governo afghano è tuttavia ancora avvolto nelle incertezze, in quanto si tratta solamente di un governo provvisorio, e non è chiaro quale forma assumerà il nuovo Emirato Islamico nelle prossime settimane.

In molti, infatti, sperino che il secondo Emirato Islamico dell’Afghanistan assuma posizioni meno fondamentaliste e più moderate rispetto a quello guidato dal mullah Mohammed Omar tra il 1996 ed il 2001, prima dell’invasione militare statunitense. “Speriamo che i talebani conducano una politica interna ed estera moderata e contenuta, contengano qualsiasi manifestazione di terrorismo o atti criminali e assicurino una transizione graduale della situazione in Afghanistan in modo che il popolo afghano stanco della guerra possa liberarsi dallo stato del conflitto il prima possibile e stabilire una pace sostenibile“, ha affermato a tal proposito il portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying.

Il nuovo governo dovrà affrontare anche il movimento di resistenza che al momento controlla la provincia del Panjshir, situata nella parte orientale del Paese. Queste forze di resistenza sono attualmente guidate da Amrullah Saleh, che dopo la fuga di Ashraf Ghani si è proclamato presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan, e dal generale Aḥmad Masʿūd.

L’Emirato Islamico dell’Afghanistan è una realtà con la quale fare i conti

Ciò significa che la guerra in Afghanistan non si è ancora conclusa, anzi proprio in queste ore sta andando avanti la guerra civile nella provincia del Panjshir. “In una situazione in cui tutto l’Afghanistan è stato inghiottito nella guerra civile, abbiamo sostenuto la necessità di un’immediata transizione al dialogo nazionale con la partecipazione di tutte le forze afghane opposte, di tutti i gruppi etno-religiosi afgani”, ha affermato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

Dopo la fuga a gambe levate delle potenze occidentali da un Afghanistan che hanno contribuito a devastare negli ultimi quarant’anni, la diplomazia cinese e russa sta svolgendo un lavoro molto più efficace nel tentativo di riportare la pace in questo territorio martoriato, e di garantire anche l’autodeterminazione dell’Afghanistan senza influenze e ingerenza straniere.

Vladimir Džabarov, vicepresidente della commissione per gli affari esteri del Consiglio della Federazione Russa, ha affermato che gli afghani “dovrebbero decidere da soli la propria forma di governo”. “La cosa più importante è assicurarsi che nessuno interferisca. Se sono soddisfatti di un sistema di governo come l’Emirato Islamico, probabilmente dovremo prepararci per le relazioni con quell’emirato”, ha aggiunto Džabarov.

Il fallimento della politica imperialista statunitense ed occidentale in Afghanistan è stato ammesso anche da numerosi esponenti politici di quei Paesi. Markus Söder, presidente della Baviera e leader dell’Unione Cristiano-Sociale (Christlich-Soziale Union in Bayern), il partito gemello di quello della cancelliera Angela Merkel, ha ammesso che in Afghanistan l’Occidente ha subito una “pesante sconfitta”, “il colpo più grande dai tempi del Vietnam”.

Secondo Söder, inoltre, “gli Stati Uniti hanno la responsabilità primaria della situazione attuale“. Anche Kostas Isihos, del partito socialista greco Unità Popolare (Λαϊκή Ενότητα, Laïkí Enótita) ha pesantemente criticato la politica statunitense in Afghanistan: “La politica di Washington di imporre la sua visione della democrazia ad altri Paesi con la forza è contraria a un nuovo sistema mondiale multipolare, e dopo il fallimento in Afghanistan continuerà il declino degli Stati Uniti”, ha affermato il politico ellenico in un’intervista rilasciata all’agenzia stampa russa TASS.

Per il momento, il movimento talebano ha affermato di aver “ripreso i colloqui sulla creazione di un governo inclusivo in Afghanistan. Sono in corso consultazioni con vari movimenti politici sulla composizione del futuro governo. Quando la struttura sarà stata determinata, sarà annunciata”.

Il ritorno dei talebani: c'è un Afghanistan che non ci hanno raccontato

Il portavoce dell’ufficio politico dei talebani, Mohammad Suhail Shaheen, ha anche invitato i Paesi stranieri a partecipare alla ricostruzione dell’Afghanistan e allo sviluppo delle sue risorse naturali: “Siamo appena usciti “dalla fase della guerra e della distruzione e siamo entrati in una nuova fase in cui il popolo afgano ha bisogno dell’aiuto di altri Paesi. Dovrebbero aiutarci con l’assistenza sanitaria, le infrastrutture, l’istruzione, altri settori. Possono sviluppare le nostre risorse naturali”.

L’obiettivo dei talebani è quello di annunciare le linee guida del nuovo governo e dell’organizzazione dell’Emirato Islamico nelle prossime settimane. Allo stesso tempo, da domenica 22 agosto è partita l’offensiva militare verso la provincia del Panjshir, l’ultima che non ha ancora riconosciuto il dominio dei talebani sull’Afghanistan.

I talebani sono oramai ad un passo dall’ottenere il controllo dell’intero territorio nazionale: le potenze straniere non possono far altro che prendere atto di quanto sta accadendo nel Paese dell’Asia centrale. Questo non significa sostenere i talebani, ma accettare le dinamiche politiche interne all’Afghanistan senza produrre ingerenze o interventi armati, dei quali abbiamo già potuto constatare gli effetti negli ultimi decenni.

Giulio Chinappi è su World Politics Blog.

 

 

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Giulio Chinappihttps://giuliochinappi.wordpress.com/
Laureato in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale e in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo. Ha svolto numerose attività con diverse ONG, occupandosi soprattutto di minori. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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