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martedì, Luglio 5, 2022

La lezione anti-negazionista dello squalo di Spielberg

Quando la natura si rivela come mostro, nel senso latino del termine, monstrum ‘segno divino, prodigio’, dal tema di monēre ‘avvisare, ammonire’ , e a contrapporsi ad essa sono le varie nature umane. Lo straodinario squalo di Spielberg, il film del 1975, in questo senso, fornisce una interessante chiave di lettura del momento che stiamo vivendo.

Se lo squalo di Spielberg diviene metafora del presente

Stanotte ho rivisto Lo squalo di Steven Spielberg. In passato ci vedevo molte più influenze del cinema underground, oggi mi pare essere un avvincente classico, alla maniera di “Moby Dick” con Gregory Peck o “I cannoni di Navarone”, ma moderno e con effetti speciali mai visti fino ad allora.

Rivedendolo, ho pensato se ne potrebbe fare una lezione anti “negazionista”: c’è il sindaco che vuol tenere aperte le spiagge per non mandare all’aria la stagione turistica e l’esperto (un giovane ma bravissimo Richard Dreyfuss) che invece capisce l’allarme e invoca la chiusura.

In realtà lo squalo non è altro che la natura o le forze che sovrastano l’uomo, e significativo è che alla fine a risolvere il problema non è né lo scienziato né un veterano, uomo di mare e cacciatore di squali (Martin Brody, che faccia, ragazzi!) con la sua saggezza basata sull’esperienza, ma il poliziotto mite (Roy Scheider) che ha paura del mare. Ma che supera questa paura nella lotta con la bestia marina.

La lezione anti-negazionista dello squalo di Spielberg

La paura, benefica fino a un certo punto e nella misura in cui genera prudenza, deve tramutarsi in dubbio, curiosità, rispetto e coraggio, doti che sfodera chi viene da fuori e modella il suo comportamento sul contingente, senza l’ostacolo degli schemi mentali degli altri due.

Chissà se Spielberg conoscesse il Libro di Giobbe, dove si parla del Behemoth, l’animale mostro rappresentato nell’iconografia in vario modo, anche come drago marino (confondendolo col Leviatano). Essendo di origine ebraica, tendo a credere di si.

Nel caso, la lotta contro lo squalo è quella contro il caos (a suo modo intelligente), che richiede come antidoto l’unione di tre forze, il sapiente, il guerriero e il lavoratore, secondo la tradizione tripartizione indoeuropea (Platone compreso), che troviamo anche in Soloviev, in Steiner (pensare razionale, sentire, volere), in Evola, in Olivetti.

Nel caso, l’autore della pellicola ha accordato una sua preferenza, tra i tre elementi, al volere. Che supera però la paura dopo aver assorbito l’insegnamento duplice del sapiente/scienziato e del soldato, trascendendoli in un sapere nuovo che nulla esclude.

La lezione anti-negazionista dello squalo di Spielberg

Il film

“Lo squalo”, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Peter Benchley, segue la lotta tra uno scienziato, un pescatore e uno sceriffo contro uno squalo che semina il terrore sulle spiagge dell’isola di Amity, una cittadina americana dove la creatura marina ha ucciso due bagnanti.

“Lo Squalo” uscì in 464 sale americane il 20 giugno 1975. Il 25 luglio, le sale di proiezione divennero 675. Durante il primo fine settimana il film incassò oltre 7 milioni di dollari, rimanendo re del box office per le successive cinque settimane. Divenne il primo film ad incassare $100 milioni al botteghino, superando gli $89 milioni realizzati da “L’esorcista”.

Curiosamente, quando il film uscì nelle sale, provocò così tanta paura che le spiagge furono meno frequentate nel 1975.

La pellicola vinse inoltre tre premi Oscar: Miglior Montaggio, Miglior Sonoro e Miglior Colonna Sonora a John Williams.

La lezione anti-negazionista dello squalo di Spielberg

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Mario Colella
Mario Colella
Garibaldino

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