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martedì 11 Maggio 2021
PolisLa democrazia rappresentativa è ancora la soluzione migliore?

La democrazia rappresentativa è ancora la soluzione migliore?

Può esistere un’alternativa alla democrazia rappresentativa che non sia una degenerazione? Proviamo a guardare la questione da un punto di vista prettamente aritmetico.

Democrazia rappresentativa: un elementare approccio aritmetico

Il problema della democrazia rappresentativa ha origini antichissime e se negli stati moderni il suffragio universale è considerato quasi una sorta di punto di arrivo, rimangono ancora una serie di perplessità sul fatto che essa sia l’unica soluzione possibile.

Soprattutto in tema di decisioni, diversi studi hanno dimostrato che è impossibile trovare un metodo efficiente nello scegliere sia le politiche pubbliche che, all’interno delle stesse, una delle varie ipotesi messe in campo. A questo si aggiungono una serie di limiti della rappresentatività messi in luce, tra gli altri, dal politologo Giovanni Sartori:

è verosimile che una persona si senta meglio rappresentata quando il rappresentante è un alter ego, qualcuno come lui, qualcuno che agisce come egli agirebbe perché è esistenzialmente o professionalmente uguale a lui. Di qui la ricorrente richiesta di un parlamento che si rapporti alla società così come una carta geografica si rapporta al territorio che rappresenta. Il fatto resta che si può benissimo ipotizzare un parlamento che sia un perfetto specchio, e che tuttavia non recepisca affatto i desiderata della società che rispecchia.

Il senso di questa affermazione è il seguente: per poter essere perfettamente rappresentato, io dovrei eleggere un mio doppelganger, ovvero qualcuno che agisca e pensi esattamente come me. E questo vale anche per gli altri cittadini: ovviamente ciò è impossibile, dunque chi viene eletto recepirà e percepirà i desiderata del popolo secondo una propria visione personale.

La democrazia rappresentativa è ancora la soluzione migliore?

Un esempio illuminante su come funziona la nostra democrazia, può essere fatto studiando il rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Il discorso verrà semplificato al massimo, eliminando elementi fondamentali che potrebbero essere in grado di influenzare, anche pesantemente, il risultato. Tuttavia, i modelli sociali/economici/demografici devono necessariamente rinunciare a una serie di variabili importanti, se vogliono arrivare a una conclusione chiara e semplice da capire.

Indipendentemente da qualsiasi legge elettorale, il nostro Parlamento è composto da 630 deputati e 315 senatori. Con la nuova riforma costituzionale i numeri cambieranno, ma ai fini del nostro discorso le conclusioni sono le stesse.

I dati che prenderemo in considerazione sono quelli delle elezioni politiche del 2018: elettorato attivo, ovvero il numero di persone che avevano diritto al voto, votanti effettivi, ovvero coloro i quali si sono recati alle urne, schede bianche/nulle e votanti effettivi al netto delle schede bianche/nulle. Tali informazioni sono reperibili sul sito del Ministero dell’Interno.

Se dividiamo il numero di elettori effettivi per il numero di parlamentari, otteniamo una media grossolana che indica quanti cittadini “rappresenta” un singolo parlamentare. Si tratta di un valore che presta il fianco a numerosissime critiche, tuttavia, esso è una discreta approssimazione della rappresentatività democratica:

generalmente, un Parlamento è considerato tanto più rappresentativo quanto è più basso il rapporto numerico tra elettori ed eletti. Un maggior numero di parlamentari in relazione alla popolazione dà insomma vita ad un Parlamento più rappresentativo.

Ogni deputato rappresenta poco più di cinquantamila elettori, ogni senatore quasi il doppio. L’articolo 64 della Costituzione spiega quale sistema decisionale viene utilizzato dai due rami del Parlamento: le deliberazioni di ciascuna Camera e del Parlamento non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti, e se non sono adottate a maggioranza dei presenti, salvo che la Costituzione prescriva una maggioranza speciale.

La democrazia rappresentativa è ancora la soluzione migliore?

In termini più semplici e pratici, prendendo la Camera dei Deputati come esempio, per poter discutere una legge deve essere presente il cosiddetto numero legale, ovvero almeno 316 membri (su 630) e per poterla approvare occorre la metà dei presenti, tranne che la Costituzione disponga diversamente. Per approvare una legge ordinaria, basta che vi siano 316 deputati e che 159 votino a favore.

Per il Senato, tralasciando i senatori a vita, il numero diventa 80. In un’ottica di rappresentatività, pur con le dovute cautele che abbiamo visto prima, è interessante capire quanto valgano in termini di elettori queste maggioranze. Dei semplici calcoli ci mostrano che essi equivalgono a circa 8 milioni di cittadini, il 17% dell’elettorato, sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica.

Teoricamente, le sorti degli italiani potrebbero essere decise da 239 persone, che rappresentano – in maniera imperfetta, come visto all’inizio – meno di un quinto degli aventi diritto al voto: eutanasia, aborto, conversione in legge di un DPCM che riduca alcune libertà personali…

È opportuno fare alcune considerazioni su questo risultato. Le elezioni politiche del 2018 sono state caratterizzate da un elevato astensionismo. Su materie delicate i partiti invitano i loro parlamentari a essere presenti. Vi sono gruppi di pressione di vario tipo che influenzano in qualche modo le decisioni del Parlamento.

La nostra Costituzione prevede diversi contrappesi al potere legislativo ed è improbabile che possa verificarsi l’entrata in vigore di una legge che violi i nostri diritti fondamentali; e, anche in questo caso, interverrebbe la Corte Costituzionale per annullarla.

Senza però voler fare facile demagogia, in questi mesi, abbiamo assistito a una serie di provvedimenti che hanno scontentato gran parte dei cittadini, i quali non si rispecchiano nei loro rappresentanti politici. È vero che il popolo deve esercitare la sua sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione, ma potremmo iniziare a chiederci se meno democrazia sia meglio.

 

 

 



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Massimiliano Scarna
Massimiliano Scarna
Ha scritto di cinema e informatica su svariate riviste nazionali (Horrormania, IdeaWeb…), insegna diritto ed economia nelle scuole superiori. Ha pubblicato tre antologie di racconti – Istanti d’istanti, Extra e Ultrabizzarro– più una manciata di storie su riviste, e siti web. Ama i libri, la musica metal e il cinema.

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