Crisi ucraina, l’Europa è cerniera dello scontro di due mondi

Nel Grande Gioco globale – che sembra più il Trono di Spade, fatto di alleanze ballerine, tradimenti e congiure di palazzo – la crisi ucraina è terribile vista dal vecchio continente, ma perde peso e assume toni distratti nel resto del mondo dove ormai l’Europa è solo spettatrice.

Crisi ucraina, l’Europa spettatrice e campo di battaglia

Cantava Battiato nel 2004: “Tensioni, di tensioni di frustrazioni si manifestano”.
Come al solito profetico. Guardando il mappamondo oggi vediamo tensioni ovunque.

L’Europa è cerniera dello scontro di due mondi: America (Stati Uniti d’America) + Eurasia (Russia).

Parlo di mondi e cito prevalentemente i continenti per ragioni geostoriche:

I due blocchi di Terra si qualificano come rivali obbligati per le diverse posizioni che occupano sul globo. L’America (e in chiave minore l’Australia) non vuole il ricongiugimento tra l’Heartland (Russia-Europa e stati centro-asiatici) e il Rimland (la zona costiera che corre lungo Europa – Medio Oriente – India – Cina – Indocina).

La fusione di queste aree creerebbe un grande blocco auto-sufficiente che marginalizzerebbe le isole (non a caso, Regno Unito e Giappone sono state storicamente potenze altrettanto rivali del mondo continentale).

 

Le geografia umana e storica è derivata a questa variabile, non è un caso che ad occupare il Nord America e l’Australia siano stati gli inglesi (isolani d’Europa) e che insieme abbiano creato i due imperi marittimi acerrimi rivali della Russia/URSS e della Cina (anche qui interessante notare come l’Inghilterra si oppose con le guerre dell’oppio alla Cina imperiale; gli USA si oppongono alla Cina del Partito Comunista Cinese).

L’India gioca sul fil di lama tra vecchi amici (URSS/Russia), partner subentrati durante la lotta al terrorismo islamico (USA), retaggi coloniali mai del tutto rinnegati (UK) e ricerca di nuovi equilibri (SCO + Cina + Iran).

Mentre prova questi equilibrismi sperando in un proprio protagonismo, prova anche ad irradiare il vecchio carisma nell’Oceano omonimo dove però vede spadroneggiare i rivali-amici: gli USA con tutte le loro basi (non ultima Diego Garcia) e la Cina con la sua collana di perle (la Via della Seta marittima).

Il Brasile investe sui BRICS

Il Brasile va alle elezioni con un favorito Lula, già protagonista dei governi progressisti di inizio millennio. Il catenaccio delle isole inglesi racchiude ancora lo stato brasiliano di cui favorì la nascita e al contempo la chiusura in uno scrigno di isole e arcipelaghi ben conservati dalla corona di sua maestà.

Il Brasile peso massimo investe sui BRICS e si proietta su tutto il Sud America e sull’Africa meridionale (in cui sono presenti due giganti lusofoni: Angola e Mozambico).
Intanto la vicina Argentina si avvicina ai BRICS e raggiunge accordi per basi aeree e nucleare civile con la Cina.

 

Il Sud America si trasforma nel granaio (si fa per dire, in realtà esporta soia, carne, pesce) della Cina – la rivalità con UK sulle isola Malvinas sembra proprio legata tanto alla geopolitica regionale, quanto alle ampie riserve ittiche della regione antartica.

Tutti corrono alle armi, molti investono nello spazio (anche svariati stati africani stanno organizzando agenzie spaziali o lanci di satelliti), altri in computer quantistici, i più puntano a cose più concrete (farmaceutico e risorse alimentari e idriche – da qui la corsa ai Poli, la vera riserva idrica del mondo).

L’Europa spettatrice

In questo Grande Gioco globale – che sembra più il Trono di Spade, fatto di alleanze ballerine, tradimenti e congiure di palazzo – la crisi ucraina terribile vista dall’Europa, perde peso e assume toni distratti in Africa (ieri l’ennesimo colpo di stato in Burkina Faso, passato sotto silenzio). Persino il rischio nucleare viene ormai ridotto: tre bombe atomiche in Europa avrebbero un impatto minimo sul resto del mondo – non troppo diverso dagli esperimenti nucleari francesi in Polinesia per intenderci.

Le potenze ormai investono su un nucleare tattico, lo scopo non è lanciare una bomba distruttiva (con problemi ben più che locali), ma lanciare piccole bombe nucleari tattiche, in grado di colpire il nemico in modo importante, ma di non avere un impatto globale (la tecnologia nucleare si concentra ormai sul lancio, le dimensioni, sulla facilità di trasporto, non sulla potenza distruttiva). In questo grande circo noi siam qui spettatori.

La Germania ha dato segni di malessere, la nostra classe dirigente è invece incantata da miraggi atlantici, e sì che la guerra l’abbiamo persa tutti insieme.
La nota serie tv di cui sopra ci suggerirebbe: “Ciò che conta ora non è la lealtà, ma è la sopravvivenza”.

Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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