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mercoledì 18 Maggio 2022
PolisMondoEquilibrismo di Biden tra sanzioni anti russe, economie e vecchie alleanze

Equilibrismo di Biden tra sanzioni anti russe, economie e vecchie alleanze

Il ‘Jerusalem Post’ riporta, con grande evidenza che il principe ereditario di Abu Dhabi e il principe ereditario saudita, si sono rifiutati di rispondere al telefono nientemeno che a Joe Biden. Le petromonarchie non si fidano di Biden, e non bruciano i ponti con Putin, non aderendo alle sanzioni anti russe.

Zigzag Usa per far stare assieme sanzioni anti russe, economia e vecchie alleanze

Di Piero Orteca*

La quadratura del cerchio

Gli Stati Uniti, cercando di quadrare il cerchio della loro politica estera tra Ucraina e Medio Oriente, stanno finendo per combinare un pasticcio dietro l’altro. A cominciare dal Golfo Persico. Si tratta di questo, detto in parole molto povere: blindare il fronte delle sanzioni anti-russe, senza scombinare il quadro delle precedenti strategie diplomatiche in altri scacchieri. Più facile a dirsi che a farsi, però. Joe Biden è al centro di una tempesta perfetta. La guerra in Ucraina, la necessità di tagliare l’import di petrolio e gas dalla Russia, la galoppante inflazione e i sondaggi che lo danno in picchiata, richiedono una terapia d’urto. O le elezioni di Mid term andranno alla malora.

Più petrolio e gas per l’Europa

Il presidente sta cercando di convincere i Paesi produttori di greggio ad aumentare la loro esportazione e lo stesso dicasi per il gas. Deve soccorrere in qualche modo gli alleati europei, che in questo momento sono l’anello debole della catena anti-Putin. La diplomazia a stelle strisce si è messa in moto, senza guardare in faccia nessuno. Anche quelli che fino a poco tempo fa erano ritenuti stati-canaglia. Come Venezuela e Iran. A tutti la Casa Bianca chiede di mettere sul mercato più greggio, di aumentare le quote di produzione, per calmierare i prezzi.

‘Stati Canaglia’ redenti

Certo, la richiesta non è gratis. L’Iran, per esempio, la sta facendo pesare sul tavolo dei negoziati a Vienna, dove si discute il trattato sul nucleare. E gli americani, pur di arrivare a un accordo, sono pronti a vendersi l’anima al diavolo. Cioè, a offrire concessioni su concessioni. Cosa che sta facendo innervosire gli israeliani e andare su tutte le furie anche gli Stati del Golfo Persico, a partire dall’Arabia Saudita. E qua cominciano i guai. Il “Jerusalem Post” riporta, con grande evidenza, uno “scoop” del “Wall Street Journal”. Il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed, e il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, si sono rifiutati di rispondere al telefono nientemeno che a Joe Biden.

Le guardie rivoluzionarie iraniane

Rumors sempre più insistenti, infatti, annunciano che gli Usa toglieranno le Guardie rivoluzionarie iraniane dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Il Presidente Usa avrebbe voluto discutere, naturalmente, dell’aumento delle quote petrolifere. Ma non solo i suoi vecchi alleati gli hanno sbattuto il telefono in faccia, ma per rincarare la dose, hanno anche pregato il Segretario di Stato, Antony Blinken di non farsi vedere, per ora, dalle loro parti.

Emergenza strategica Golfo Persico

Una vera e propria situazione di emergenza strategica per tutta la regione del Golfo Persico, che ha fatto accendere le lampadine rosse da Riad, a Gerusalemme, fino al Cairo. E proprio per discutere di come fronteggiare quella che giudicano una “pericolosa deriva” americana verso l’Iran, si sono incontrati, a Sharm el-Sheikh, l’egiziano El Sisi, l’israeliano Bennett e il principe bin Zayed in rappresentanza degli Emirati. Tutti hanno manifestato grande preoccupazione per la politica di apertura della Casa Bianca verso Teheran.

L’Ucraina letta dal Medio Oriente

Nel corso dell’incontro, largo spazio è stato dato anche alla guerra in Ucraina. Bennett ha riferito dei suoi tentativi di mediazione. Naturalmente è stato anche affrontato il nodo-energia e quello delle materie prime. In particolare, l’Egitto potrebbe risentire pesantemente del rialzo del prezzo del grano a livello internazionale. Diversi analisti sottolineano che nel Golfo Persico, come in altre aree di crisi, si intravedono i contraccolpi di una politica estera americana sempre più incerta, quasi zigzagante.

 

*Articolo Originale pubblicato su Remocontro

 

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