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giovedì 19 Maggio 2022
NewsQuando le donne sono vittime anche dopo morte

Quando le donne sono vittime anche dopo morte

Due episodi drammaticamente diversi. Due donne sono vittime comunque, nonostante una delle due sia stata brutalmente uccisa e fatta a pezzi.

Quando le donne sono vittime due volte

La perversa bramosia giornalistica di creare scalpore in menti diffusamente conformate al falso moralismo di eredità patriarcale continua ad adottare un linguaggio che non è narrazione, ma cercata deviazione dell’elaborazione del pensiero.

Carol Maltesi aveva 26 anni, era italo-olandese ed è stata ritrovata lo scorso 20 marzo tagliata a pezzi in fondo a un dirupo nel territorio comunale di Borno (Brescia). Aveva un bimbo nato nel 2016, oggi orfano perché un uomo ha deciso di porre fine alla vita della sua mamma. Un 43enne milanese, Davide Fontana, con cui Carol aveva avuto una relazione.

Un suo vicino di casa, un comune impiegato di banca che ha raccontato di aver ucciso la donna a fine gennaio, di aver tagliato a pezzi il suo cadavere, di averlo conservato nel congelatore per 2 mesi e di averlo poi chiuso in 4 sacchi della spazzatura per trasportarlo fino all’alta Val Camonica e gettarlo in fondo al dirupo.

Inutile dire che, nonostante lo scenario macabro e disumano, nel confezionamento della notizia di cronaca i media hanno indagato nel passato della vittima, sottolineando che la giovane Carol provenisse dal mondo del porno e che avesse intenzione di partire.

Dunque l’attenzione del pubblico è nuovamente veicolata sulla donna, in una avida ricerca di motivazioni che spieghino l’istigazione allo scellerato omicidio, quasi come se l’uomo, inebetito, non fosse capace di intendere e volere.

E qui mi sovviene una sconcertante ‘vittoria’ della difesa di Antonio Gozzini, assolto in appello perché incapace di intendere e volere. L’81enne pensionato, che nell’ottobre del 2019 aveva ucciso a coltellate la moglie Cristina Maioli di 62 anni, era stato assolto perché affetto dalla patologia del delirio di gelosia.

Il procuratore generale Guido Rispoli aveva chiesto la condanna a 21 anni, ritenendo Gozzini sano, ma i giudici di secondo grado pochi giorni fa gli hanno dato torto.

Eppure l’art. 90 del Codice penale dispone espressamente che “Gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità”, si coglie dunque il preciso intento del legislatore di evitare che possa considerarsi non punibile qualunque delitto impulsivo, indipendentemente da uno stato di menomazione della lucidità del soggetto agente.

Sabrina Quaresima, dirigente scolastica al liceo Montale di Roma, è la 50enne di cui si legge diffusamente, dalle testate online ai social.

I commenti sono variopinti, la sua presunta storia con uno studente 18enne, rappresentante di istituto, ha sollevato tanto indignazione quanto becere fantasie.

Il suo volto e il suo nome sono sbattuti in prima pagina come se fosse una stalker, una violenta, una criminale. Indubbiamente taluni ruoli, come quello scolastico e dunque educativo, non dovrebbero essere contaminati dall’intimità, ma continuo a chiedermi, ossessivamente, perché sul banco degli imputati ci sia la preside e non il ragazzo, perchè il 18enne non venga pubblicamente condannato per aver condiviso con amici e professori, oserei dire in modo celebrativo, la sua breve relazione.

La sua identità è celata, vien definito il ‘giovane’, viene trasmessa una malcelata idea di sopraffazione, quando i fatti dimostrerebbero scaltrezza e consapevolezza.

Dunque mi chiedo, se in ogni dannatissimo episodio di violenza sessuale viene dipinto l’immaginario scenario di induzione alla violenza o di manifesto consenso della vittima, perché lo scaltro 18enne sarebbe da tutelare?

Che sia perché, a prescindere dalle situazioni, dai ruoli e dall’età, sul banco degli imputati debba finirci sempre la donna?

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Barbara Giardiello
Barbara Giardiello
Giornalista pubblicista. Dopo una breve esperienza politica assume una posizione di osservatrice, con particolare attenzione verso le pari opportunità.

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