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mercoledì 18 Maggio 2022
NewsOmicidio Sacchi, la sentenza non racconta una cosa

Omicidio Sacchi, la sentenza non racconta una cosa

Nel caso dell’omicidio Sacchi, arrivato a sentenza, c’è una lettura sociale in controtendenza con l’appiattimento del giornalismo sulle indagini di magistratura e forze dell’ordine.

Di Gianluca Cicinelli*

Omicidio Sacchi, quello che la sentenza non dice

Ventisette anni di carcere per Valerio Del Grosso, autore materiale dell’omicidio, 25 anni per Paolo Pirino, che partecipò all’aggressione, e per Marcello De Propris, che consegnò l’arma del delitto. 3 anni e trentamila euro di multa per Anastasiya Kylemnyk, Assolto il padre di De Propris.

Approfitto della sentenza di primo grado appena sfornata dal Tribunale sull’omicidio di Luca Sacchi, per inserire delle note di lettura sociale in controtendenza con l’appiattimento del giornalismo sulle indagini di magistratura e forze dell’ordine.

Questo è uno di quei casi di cronaca in cui vale la considerazione molto romana, data anche la location dell’omicidio, per cui il più pulito c’ha la rogna.

L’assassino ha sparato, è vero, lasciando probabilmente sopreso anche il suo stesso complice. Ma indagare sull’omicidio ha significato scoprire il marcio di un’intera combriccola di “amici” di quella Roma che piace alle cronache mondane.

Abbiamo tre gruppi sociali distinti.

L’assassino e il suo complice, Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, sembrano usciti da un trattato di sociologia urbana: giovanissimi, borgatari, scarsa cultura, tendenza alla violenza, precedenti per spaccio ecc. ecc.

Il loro ruolo è il più semplice e, per dei versi, più naturale. Contrattano la vendita di diversi chili di marijuana, si accertano che i compratori abbiano il denaro, nel frattempo uno dei due si procura una pistola perchè hanno già deciso comunque di prendere i soldi senza niente in cambio, arrivano sul posto e uno dei due apre il fuoco su Luca Sacchi che muore stecchito.

Particolare non da poco: è stata la madre a far arrestare Del Grosso, “Meglio in carcere che tra gli spacciatori” dirà, rendendo poco credibile l’integrità del trattatello di sociologia mediatica sui “borgatari cattivi”

Comunque è la parte più semplice. Due dannati da additare al pubblico disprezzo e condanna.

Le cose iniziano a complicarsi quando entrano in gioco altre due persone che possiamo collocare in mezzo tra gli assassini e i compratori. Il fornitore dell’arma, Marcello De Propris, che è anche il fornitore della droga, e il padre del fornitore.

Qui si apre uno scenario diverso. Perchè l’assassino lavorava per il fornitore, quindi nella realtà della vita, che dovrebbe essere molto più vicina alla realtà giornalistica rispetto all’inchiesta della magistratura, si dovrebbe capire se il fornitore, che è l’imprenditore di questa associazione criminale, fosse a conoscenza delle intenzioni dell’assassino. Le intercettazioni telefoniche, perchè il fornitore era sotto controllo a causa di una precedente inchiesta giudiziaria e solo per questo abbiamo le sue conversazioni con l’assassino di Sacchi, dimostrano che di sicuro era a conoscenza della truffa.

Dicevamo del padre, Armando De Propris, in un primo momento sospettato di aver dato lui al figlio l’arma che poi questi ha consegnato a Del Grosso ma poi scagionato dall’accusa, che nelle sue deposizioni al processo racconta comunque uno spaccato di vita da cui è chiaro che era perfettamente a conoscenza delle attività del figlio e non le ha mai disincentivate.

Infine il terzo gruppo, quello più torbido in quanto balza alle cronache inizialmente come il gruppo dei buoni, ma in realtà impegnato in un traffico di marijuana da 15 chili, commerciale dunque e non personale, e che giornalisticamente diventa il meno approfondito nonostante offra spiragli di lettura sociale molto più interessanti del trattato di sociologia mediatico dei cattivi borgatari.

Il “grande amico” della vittima, Luca Princi, che condusse la trattativa per l’acquisto, che ha scelto il rito abbreviato ed era già stato condannato a 4 anni di reclusione il 22 giugno del 2020. Fu Princi a reperire i 70 mila euro necessari all’acquisto, presumibilmente frutto di precedenti compravendite di droga, quindi sostanzialmente un personaggio simile come imprenditore criminale a Marcello De Propris ma “di buona famiglia” come si diceva una volta in contrapposizione ai “borgatari”.

Princi affida i soldi alla fidanzata della vittima, Anastasiya Kylemnyk, che però per la stampa diventa il capro espiatorio al posto di Princi, il vero organizzatore del baratto, forse perchè straniera, forse perchè donna, forse perchè nei gialli la donna misteriosa, non aprirà bocca durante le prime settimane d’indagini, attrae più lettori. Anche quando la responsabilità di Princi nell’organizzazione del traffico diventa prova incontrovertibile, i giornali continueranno a indicare lei come la dannata che ha portato a morire il fidanzato.

E infine lui, la vittima, Luca Sacchi, personal trainer dalla vita irreprensibile, ma anche quelle dei suoi “amici”, in apparenza, prima delle indagini legate all’omicidio, sembrano irreprensibili.

Il processo si svolge camminando su un filo, al limite della sostenibilità logica, di rispetto verso il morto e la sua famiglia. La tesi accusatoria è sostanzialmente dell’estraneità e della totale non conoscenza del traffico ordito da Princi da parte di Sacchi, nonostante esistano messaggi whatsapp che determinano la conoscenza delle attività di Princi da parte di Sacchi anche se non ci parlano dell’ultimo movimento, quello che porterà appunto alla morte di Sacchi.

Dunque è fin troppo facile annotare come da molto tempo non regga più il teorema giornalistico “borgatari cattivi vs benestanti buoni”. Qui non ci sono i buoni.

Eppure questo teorema è ritornato nei titoli e nello sfregio al giornalismo scaturito dallo “stupro di capodanno”, uno dei più grandi crimini delle cronache, con tanto di coinvolgimento d’illustri scrittori a spiegarci cosa unisce “i figli di papà dei Parioli e i borgatari”.

Droga, sesso e omertà uniscono le classi sociali, ci spiegò Nicola Ammanniti su Repubblica: “A volte la disgregazione e la marginalità sociale possono provocare queste amoralità, ma in questo caso è successo anche ai figli della borghesia che frequentano costose scuole private”. Ecco, è questo il grande e ipocrita stupore che il giornalismo continua ad alimentare, spacciando per inchiesta i particolari morbosi di uno stupro o di un omicidio, ma evitando di descrivere con accuratezza, e rispetto per i fatti, personaggi e contesti.

Se ci si pensa quello dei giornalisti è lo stesso atteggiamento di negazione della realtà delle famiglie “perbene”, quando vengono convocate in questura a riprendersi il figlio strafatto che ha sventrato uno scuolabus con il suv guidando senza patente.

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