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Der Spiegel rivela: la Cia avrebbe saputo dei piani ucraini mesi prima delle esplosioni del 2022. Washington smentisce, Berlino indaga, Svezia e Danimarca archiviano. Arrestato un sospetto ucraino in Italia. Il sabotaggio resta un nervo scoperto transatlantico.
Nord Stream, l’ombra lunga della Cia e il silenzio europeo
Tre anni dopo le esplosioni che il 26 settembre 2022 squarciarono tre delle quattro linee dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico, il caso resta un rebus giudiziario e un nervo scoperto geopolitico. Ora un’inchiesta del settimanale tedesco Der Spiegel riporta la lancetta indietro alla primavera del 2022: secondo la ricostruzione, la Central Intelligence Agency sarebbe stata informata in anticipo di un progetto ucraino per sabotare le condotte.
La tesi è precisa: a Kiev, nel quartiere Podil, si sarebbero svolti incontri tra presunti membri del gruppo operativo e funzionari dell’intelligence statunitense. In quelle riunioni – sempre secondo le fonti del giornale – sarebbero stati illustrati dettagli tecnici dell’azione, con un iniziale assenso informale poi ritirato all’inizio dell’estate, quando Washington avrebbe giudicato l’operazione troppo rischiosa sul piano politico e diplomatico.
La Cia ha definito l’articolo “completamente falso” e “estremamente impreciso”, senza entrare nel merito dei singoli passaggi. Il settimanale, dal canto suo, rivendica l’affidabilità delle fonti, già rivelatesi attendibili in precedenti sviluppi dell’inchiesta.
Siamo nel territorio scivoloso delle intelligence leaks: smentite ufficiali, fonti anonime, reputazioni in gioco. Ma il dato politico resta. Se davvero un progetto di sabotaggio fosse stato discusso mesi prima delle esplosioni, l’evento non sarebbe più solo un atto clandestino di guerra ibrida, bensì un capitolo di una partita strategica giocata a più livelli.
Indagini chiuse, indagini aperte
Sul piano giudiziario, il quadro europeo è frammentato. Svezia e Danimarca hanno archiviato le rispettive inchieste preliminari nel 2024, invocando limiti di giurisdizione o carenza di elementi sufficienti per sostenere accuse formali. La Germania, invece, ha mantenuto aperto il procedimento. La Procura federale di Karlsruhe ipotizza sabotaggio aggravato e attentato contro infrastrutture energetiche strategiche.
Nell’agosto 2025 è stato emesso un mandato di arresto europeo nei confronti di un cittadino ucraino, Serhii K., indicato come possibile coordinatore materiale dell’operazione. L’uomo è stato arrestato a San Clemente, in provincia di Rimini, il 21 agosto 2025, nell’ambito della cooperazione di polizia internazionale, e posto a disposizione della Corte d’Appello di Bologna per la procedura di estradizione. La difesa ha sollevato eccezioni su garanzie processuali e qualificazione giuridica dei fatti: un contenzioso che, per ora, resta tecnico ma politicamente sensibile.
Le indagini tecniche sui fondali del Baltico avevano già delineato uno scenario operativo compatibile con un gruppo ristretto di specialisti, probabilmente giunti con un’imbarcazione a noleggio, incaricati di collocare esplosivi in immersione lungo le condotte. Un’operazione sofisticata ma non impossibile, con un budget ipotizzato – secondo alcune indiscrezioni – intorno ai 300 mila dollari, cifra che non trova conferme ufficiali negli atti giudiziari.
Il non detto transatlantico
Il punto, tuttavia, non è solo chi abbia materialmente piazzato le cariche. È la questione della consapevolezza preventiva. Der Spiegel sostiene che la Cia fosse informata e che in una fase preliminare non avrebbe scoraggiato l’idea. Anche se non vi fosse stata assistenza operativa o finanziaria concreta, la sola conoscenza anticipata cambierebbe il perimetro della vicenda.
Al momento, nessuna autorità europea ha confermato un coinvolgimento istituzionale degli Stati Uniti. Negli atti pubblici non emergono prove di responsabilità dirette di governi stranieri. Eppure il dossier Nord Stream resta uno dei più delicati per la sicurezza energetica europea e per l’equilibrio dei rapporti transatlantici.
Qui si misura la maturità politica dell’Unione. Se un’infrastruttura energetica strategica, situata in zone economiche esclusive europee, viene sabotata, la risposta non può limitarsi a un generico richiamo alla resilienza. Servono chiarezza e responsabilità. Non per alimentare teorie complottiste, ma per preservare la credibilità istituzionale.
Il silenzio ufficiale, in questi casi, è spesso presentato come prudenza diplomatica. Ma la prudenza non può diventare anestesia. Se le accuse fossero infondate, una smentita argomentata e trasparente sarebbe nell’interesse di tutti. Se invece vi fossero zone d’ombra, ignorarle non le dissolve.
Nord Stream non è solo un gasdotto distrutto. È il simbolo di una fase storica in cui la guerra in Ucraina ha ridefinito le linee energetiche, economiche e politiche del continente. Le esplosioni nel Baltico hanno chiuso un’epoca di interdipendenza energetica con la Russia e accelerato una riconfigurazione forzata dei flussi. Capire chi sapeva cosa, e quando, non è curiosità da cronaca nera: è questione di sovranità.
Finché il caso resterà sospeso tra inchieste incomplete, smentite categoriche e rivelazioni giornalistiche, il sospetto continuerà a circolare. E in politica internazionale, il sospetto è una moneta che deprezza rapidamente la fiducia. La verità giudiziaria richiede tempo; quella politica richiede coraggio. L’Europa, su questo dossier, dovrà prima o poi scegliere quale delle due intende perseguire fino in fondo.

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