Strage di Sant’Anna di Stazzema, il racconto di Mario Marsili, uno dei pochi superstiti ancora in vita

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Mario Marsili è uno dei pochi superstiti ancora in vita di una delle peggiori stragi nazifasciste della Seconda guerra mondiale, quella di Sant’Anna di Stazzema, avvenuta il 12agosto 1944. 560 civili uccisi, di cui solo 393 identificati. Ha raccontato la sua terribile storia al Corriere della sera.

La strage di Sant’Anna di Stazzema, il racconto di Mario Marsili

Il 12 agosto 1944 le SS della 16a Divisione corazzata granatieri si resero responsabili nel piccolo borgo di Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, di uno dei più gravi massacri indiscriminati di popolazione civile durante l’occupazione tedesca. Racconta Marsili:

“I nazisti sbatterono fuori le pecore da una stalla e fecero entrare noi. Mamma mi nascose in una nicchia dietro la porta. – Non ti muovere per niente al mondo – , mi disse. Le scaricarono un mitra addosso. Era ferita alla testa ma trovò la forza per scagliare uno zoccolo verso un soldato che stava per scoprirmi. Morì. Morirono tutti. Poi aprirono i lanciafiamme sulla paglia e sui cadaveri e ci diedero fuoco.”

E ancora: “Mi tirarono fuori da lì bruciato e vivo per caso. All’ospedale dissero che non c’era più niente da fare, avevo ustioni di terzo grado e i polmoni scoperti. Allora zia Lola mi portò in un convento di suore di Marina di Pietrasanta e ci rimasi più di un anno. Mi mettevano al sole per curarmi le piaghe e facevano di tutto per tenermi le mosche lontane. Un giorno del 1945 bussarono alla porta. Era il mio babbo, un alpino finito prigioniero in Russia, di cui non sapevamo più niente. In mezzo a tanto dolore, fu bellissimo.”

Il racconto di Marsili è un pugno nello stomaco ma anche una testimonianza di forza d’animo e coraggio: “Quando riesumarono i resti dalla grande fossa comune dove i tedeschi avevano ammassato le vittime di Sant’Anna di Stazzema, trovarla in quel macello di ossa bruciate fu impossibile. Ci provai anche io, che allora avevo solo 10 anni, ma fu inutile. A Sant’Anna dal 1945 ci torno due volte all’anno, il 2 novembre e il 12 agosto. Non smisi nemmeno quando nacquero i miei figli. Me li caricavo sulle spalle e con mia moglie prendevo la mulattiera che quel giorno del 1943 percorsi con la mamma. Oggi ci porto i ragazzi delle scuole.” 

 

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