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L’Iran incassa colpi ma regge, mentre USA e Israele si logorano tra costi, errori strategici ed escalation fuori controllo. L’allargamento del conflitto – Iraq, Libano, Yemen – trasforma la guerra in una trappola apparentemente senza uscita.
La guerra che non si può vincere: l’illusione strategica nel Golfo
Teheran respinge la proposta statunitense e rilancia dettando le proprie condizioni: «Il conflitto si concluderà nei tempi e nei modi che stabiliremo noi». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ribadisce la linea dura: «La resistenza prosegue, nessun negoziato. Lo Stretto di Hormuz sarà interdetto ai soli nemici».
Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno disposto l’invio di circa 2.500 militari aggiuntivi nella regione. Secondo CNN, l’Iran starebbe preparando una possibile difesa avanzata sull’isola di Kharg, con il posizionamento di mine e sistemi di interdizione per contrastare un eventuale sbarco.
Questa la cronaca rapida delle ultime ore. Se si depura il racconto del conflitto mediorientale dalla consueta nebbia propagandistica, ciò che emerge è un quadro meno rassicurante – soprattutto per chi, fino a pochi mesi fa, parlava con leggerezza di “supremazia tecnologica” e “controllo del teatro operativo”. I numeri, presi isolatamente, sembrerebbero indicare una sofferenza maggiore per l’Iran: danni materiali più estesi, perdite più consistenti. Ma è proprio qui che si annida l’equivoco analitico.
La Repubblica Islamica dispone di una profondità territoriale che altera radicalmente la lettura del conflitto. I colpi ricevuti, pur rilevanti, si disperdono su una superficie vasta, riducendone l’impatto sistemico. Al contrario, Israele e i suoi alleati regionali operano in spazi limitati, densamente infrastrutturati, dove anche attacchi selettivi producono effetti amplificati. Non serve distruggere tutto: basta colpire abbastanza.
La logica del logoramento contro la fretta occidentale
A questo squilibrio geografico si somma un elemento ancora più rilevante: la sostenibilità del conflitto. Stati Uniti e Israele affrontano una doppia pressione, spesso sottovalutata nel dibattito pubblico. Da un lato, il consumo accelerato dei sistemi antimissile, progettati per scenari più brevi e controllati; dall’altro, l’usura dell’apparato offensivo – aerei, piloti, carburante, logistica.
La guerra moderna non è solo una questione di tecnologia, ma di tempo. E il tempo, in questo caso, sembra giocare a favore di Teheran. Più il conflitto si prolunga, più la coalizione israelo-americana si trova intrappolata in una spirale di costi crescenti e benefici decrescenti. Una dinamica che rende sempre più difficile sostenere l’attuale livello di operazioni senza ricorrere a un salto di intensità.
Ed è qui che si apre il capitolo più inquietante: l’escalation come unica via d’uscita. Non una scelta strategica ponderata, ma una deriva quasi obbligata. Il problema è che ogni escalation introduce un grado ulteriore di imprevedibilità. E l’Iran, lungi dall’essere un attore passivo, ha dimostrato una notevole capacità di adattamento, sia sul piano tattico che su quello strategico.
Nel frattempo, la postura statunitense appare sempre meno coerente. Più che una strategia definita, si intravede una sequenza di reazioni, a dir poco contraddittorie, che finiscono per rafforzare la posizione iraniana sul campo: Trump non appare un soggetto credibile nemmeno più per i suoi fedelissimi; Pete Hegseth è entrato in modalità crociato. Quando l’avversario percepisce indecisione, l’iniziativa cambia di mano. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
L’allargamento del conflitto: errore o necessità?
Se la gestione del conflitto fosse guidata da una logica di contenimento, ci si aspetterebbe una riduzione dei fronti aperti e una concentrazione delle risorse. Invece, si assiste al fenomeno opposto: una progressiva espansione del teatro di guerra.
Israele ha riattivato il fronte libanese, entrando in collisione diretta con Hezbollah. Gli Stati Uniti, dal canto loro, stanno trascinando l’Iraq dentro il conflitto, forse senza averne pienamente valutato le conseguenze. Il bombardamento di una base delle forze armate irachene – con la presenza di strutture sanitarie – ha segnato un punto di rottura. La risposta di Baghdad, che ha autorizzato le proprie unità a reagire al fuoco statunitense, non è un dettaglio tecnico: è un cambio di paradigma.
L’Iraq non è un attore marginale. Dispone di circa 200.000 militari regolari, affiancati da oltre 150.000 combattenti delle Popular Mobilization Forces, molte delle quali strettamente legate all’Iran. A questi si aggiungono le milizie di Muqtada al-Sadr, formalmente autonome ma storicamente ostili alla presenza americana. Un eventuale coinvolgimento pieno di queste forze trasformerebbe il conflitto in una guerra regionale su larga scala.
E non finisce qui. Gli Houthi yemeniti hanno già dichiarato il loro ingresso nel conflitto al fianco di Teheran. Finora la loro azione è stata contenuta, ma la loro capacità di colpire le rotte marittime strategiche – dal Mar Rosso allo stretto di Bab el-Mandeb – rappresenta una leva geopolitica di primo ordine.
La regionalizzazione della guerra appare inevitabile. E, paradossalmente, è proprio lo scenario meno favorevole per Stati Uniti e Israele. Più fronti significano più dispersione di risorse, maggiore esposizione e una crescente difficoltà nel mantenere il controllo operativo. Il richiamo di centinaia di migliaia di riservisti da parte israeliana è già un segnale in questa direzione.
Nel frattempo, Teheran alza ulteriormente la posta. Le minacce di blocco delle principali arterie energetiche e le ipotesi di operazioni dirette contro Paesi del Golfo indicano una strategia che non punta alla difesa passiva, ma alla ridefinizione degli equilibri regionali.
Il risultato è un quadro che somiglia sempre meno a una guerra “gestita” e sempre più a un sistema fuori controllo, dove le dichiarazioni politiche – spesso contraddittorie e sopra le righe – trovano un riscontro concreto sul terreno. E quando la realtà militare inizia a sfuggire alla narrazione politica, significa che il margine di errore si è drasticamente ridotto.
In Medio Oriente, più che altrove, ogni errore non è solo un errore. È un moltiplicatore di crisi.

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