Il capitalismo di guerra ha un alleato: lo Stato di polizia

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Quando il consenso costruito con propaganda, mercato e paura non basta più, il potere ricorre alla repressione. Guerra, stato di polizia e compressione del dissenso diventano così parti dello stesso disegno, mentre solo un’opposizione sociale organizzata può contrastare questa deriva.

Repressione, polizia e guerra.

Il totalitarismo liberale, mentre si prepara alla guerra, ha un bisogno vitale di passare dal soft power del consenso molle all’hard power del consenso duro. Il livello persuasivo, che da decenni raccomanda all’individuo di regolare la propria vita attraverso la lente di un imprenditore in un contesto totalmente spoliticizzato, si dota di strumenti polizieschi che richiamano le vecchie dittature militari del Novecento. Ciò che si dimentica di dire, nell’immediatezza della cronaca, è la concatenazione strutturale delle due modalità espressive del neoliberalismo.

Entrambe le sintassi hanno forgiato una cultura di stampo totalitario, dove la normalità espressiva del potere è stata rappresentata dalla persecuzione del dissenso.

La volontà di verticalizzazione delle istituzioni, in una società priva di intermediazioni collettive e che dà stima sociale esclusivamente al prestigio meritocratico, non può che risolversi nel disprezzo per il pensiero critico e nell’accanimento barbarico nei confronti degli ultimi.

Quindi il ricorso spudorato ai manganelli schiacciati sulla gola dei poveracci è stato adeguatamente preparato nel corso degli ultimi trent’anni attraverso le narrazioni sulla civiltà del nostro mondo libero, eventualmente da esportare a suon di genocidi, e lo squadrismo dei partiti liberali nei confronti di qualsiasi opposizione ideologica al sistema dei mercati.

Ancora oggi si premia un generale di estrema destra ma atlantista e si ignora, con aria compiaciuta, qualsiasi forma di vita che abbia argomentazioni anticapitaliste. Su La7 ogni respiro del buon Vannacci è documentato con la giusta enfasi. Guarda un po’ che strano.

Quindi il clima non è bello. Ma non è bello non da oggi. Oggi, visto il futuro di guerra, lo stesso potere che ha assassinato il popolo greco, che ha emanato misure restrittive sull’ordine pubblico con la scusa dell’emergenza pandemica, che ha stilato liste di proscrizione nei giornaloni professionali contro i cosiddetti putiniani, che orgogliosamente ha esercitato censure e restrizioni municipali quando a parlare erano i pacifisti, che ha dimenticato la parola genocidio per più di tre anni, può parlare con naturalezza di abbattere le garanzie costituzionali sull’ordine pubblico. Ben vengano, dunque, le reazioni popolari come quelle di Bologna.

Non basta, però, replicare le riots americane, non basta individuare il nemico di giornata. Occorre allargare la critica all’intero sistema di potere che opprime la giustizia e le classi popolari da decenni e occorre riconnettere la rabbia anche alle questioni sociali. Casa, occupazione, salario, gestione pubblica dell’economia, giustizia. Il conflitto va diffuso su più ambiti perché il capitalismo di guerra, promosso da un ampio schieramento bipartisan, può essere frenato solo se si crea un vincolo interno, che è quello della rumorosità dei ceti subalterni.

Serve insomma un polo di opposizione al sistema della guerra che possa rappresentare politicamente il dissenso, la precarietà esistenziale ed economica e che smascheri lo spettacolo ignobile di questa politica starnazzante che imperversa negli show televisivi rendendosi involontariamente parodia di sé stessa. Una forza di opposizione, dunque, solo di opposizione. Chi aspira al governo vuole, in realtà, gestire per proprio conto i vincoli esterni. Quelli che indicano macerie e guerra. E dove c’è la guerra ci sono repressione e stato di polizia. Nessuna via di scampo.

 

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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