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L’Iraq autorizza le milizie filo-iraniane a rispondere agli attacchi: la guerra per procura diventa ufficiale. Le PMF possono colpire basi USA, mettendo a rischio la presenza americana e la stabilità del Paese. Baghdad varca il Rubicone e legittima ciò che non controlla.
Iraq, lo Stato delega la guerra
In Iraq non è stata dichiarata guerra ufficialmente ma si è fatto qualcosa di molto più sottile. Il via libera del Consiglio di Sicurezza Nazionale alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) non è un dettaglio tecnico. È un passaggio politico cruciale. Dopo un attacco che ha causato almeno quindici morti tra i miliziani, il premier al-Sudani ha autorizzato ufficialmente queste formazioni a rispondere militarmente agli Stati Uniti e a Israele, senza alcuna limitazione sugli obiettivi, invocando il diritto all’autodifesa.
Un linguaggio apparentemente neutro, quasi burocratico. Ma dietro la forma si intravede la sostanza: lo Stato iracheno ha scelto di coprire — e quindi amplificare — la capacità offensiva delle milizie filo-iraniane. Non è la prima volta che accade. Ma raramente in modo così esplicito.
La guerra per procura diventa istituzionale
Le PMF non sono un attore marginale. Nate nel 2014 per contrastare l’ISIS e formalmente integrate nelle forze armate nel 2016, rispondono direttamente al Primo Ministro e rappresentano oggi un blocco ibrido: ufficialmente parte dello Stato, sostanzialmente autonome, politicamente legate all’Iran. Al loro interno operano gruppi come Kata’ib Hezbollah, che da anni conducono attacchi contro obiettivi statunitensi e, indirettamente, israeliani.
La novità non è quindi la loro attività militare, ma la cornice che ora la legittima. Il governo iracheno non si limita più a tollerare queste azioni: le pre-autorizza. Trasforma una possibile rappresaglia in una risposta “legale”, coperta da un mandato politico. È un cambio di paradigma. E, come spesso accade, viene presentato come una misura difensiva.
In realtà, il meccanismo è noto. È lo stesso schema già visto in Libano con Hezbollah o nello Yemen con gli Houthi: attori formalmente distinti dallo Stato, ma inseriti in una strategia più ampia. Una delega controllata della violenza. Una guerra che non viene dichiarata, ma praticata.
Washington sotto pressione, Baghdad in equilibrio precario
Il problema, per gli Stati Uniti, è immediato. Circa 2.500 soldati americani sono ancora presenti in Iraq nell’ambito della coalizione anti-ISIS. Una nuova ondata di attacchi — ora politicamente autorizzati — li trasformerebbe in bersagli diretti.
E qui emerge il paradosso: Washington è formalmente alleata di Baghdad, ma si trova sempre più esposta a forze che Baghdad stessa legittima. Una relazione schizofrenica, destinata a deteriorarsi ulteriormente. Le convocazioni diplomatiche, le proteste formali, le dichiarazioni prudenti servono a poco quando sul terreno si moltiplicano i droni e i razzi.
Il governo guidato da Mohammed Shia al-Sudani si muove su un crinale stretto. Da un lato, deve mantenere una parvenza di equilibrio istituzionale. Dall’altro, dipende da una maggioranza politica in larga parte vicina alle stesse milizie che ora autorizza a colpire. In questo contesto, la scelta non è tanto ideologica quanto strutturale: assecondare o perdere il controllo. E infatti il controllo, lentamente, si sposta.
Perché quando uno Stato delega l’uso della forza a soggetti che hanno una propria agenda, il confine tra comando e adattamento si fa sottile. Chi decide davvero, a quel punto? Il governo che firma le autorizzazioni o le milizie che le interpretano? La risposta, per ora, resta implicita. Ma le conseguenze sono già visibili.
Una escalation annunciata
È altamente probabile che le PMF reagiscano. Non solo per coerenza operativa, ma per necessità politica. Non farlo, dopo un’autorizzazione ufficiale, equivarrebbe a indebolirsi. Farlo, invece, significa alzare il livello dello scontro. E ogni risposta, in questo contesto, tende a generare una contro-risposta. Un ciclo che può rapidamente sfuggire di mano, soprattutto in una regione già attraversata da tensioni multiple: Iran, Israele, Golfo, Mar Rosso.
L’Iraq rischia così di tornare a essere ciò che negli ultimi anni aveva tentato di smettere di essere: un campo di battaglia per conflitti altrui. Solo che, questa volta, la differenza è significativa. Non si tratta più di subire passivamente dinamiche esterne, ma di parteciparvi — seppur indirettamente — attraverso strumenti istituzionalizzati. È la formalizzazione della guerra informale.

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