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Raid israeliani devastano il Libano, poi la mossa politica: tregua solo se Hezbollah si disarma. Francia pronta ad armare l’esercito libanese. Risultato? Rischio concreto di guerra civile e nuova destabilizzazione interna.
Libano sotto pressione: raid, vittime e una tregua che non regge
Il Libano è tornato al centro di una campagna militare feroce da parte di Tel Aviv. I bombardamenti israeliani su Beirut e nel sud del Paese – in particolare nelle aree di Tiro e Nabatieh – hanno provocato centinaia di vittime civili, con stime che superano i 200 morti e oltre mille feriti nelle 24 ore più intense. Operazioni come quella ribattezzata “Tenebre Eterne” hanno colpito quartieri densamente popolati, infrastrutture e snodi urbani, svuotando di fatto ogni ipotesi di tregua annunciata sul piano diplomatico.
E qui si inserisce una mossa politica che merita più attenzione delle bombe: l’apertura negoziale condizionata avanzata da Benjamin Netanyahu, che lega qualsiasi cessate il fuoco al disarmo di Hezbollah. Una proposta che, nella forma, appare come un invito alla stabilizzazione. Nella sostanza, somiglia molto di più a un detonatore interno.
Disarmare Hezbollah o destabilizzare il Libano?
La richiesta israeliana non è nuova, ma arriva in un momento strategico. Hezbollah non è soltanto una milizia: è un attore politico e militare radicato, con una base sociale significativa nella comunità sciita e una presenza istituzionale nel sistema libanese. Chiederne il disarmo, senza un equilibrio politico interno già consolidato, equivale a intervenire su uno degli assi portanti – e più fragili – del Paese.
La reazione francese non si è fatta attendere. Emmanuel Macron ha rilanciato proponendo un rafforzamento dell’esercito libanese, con forniture e supporto logistico. Tradotto: armare un attore statale in funzione di contenimento – se non di confronto – con Hezbollah. L’idea, sulla carta, è quella di rafforzare la sovranità libanese. Ma la realtà è meno lineare.
L’esercito libanese (LAF) è storicamente una forza di equilibrio interno, più orientata alla stabilità domestica che al confronto militare con attori regionali. Una forza di polizia in pratica, che il rpesidente Aoun tiene bel lontana dalle aree calde. Non ha mai rappresentato un deterrente contro Israele, né ha ingaggiato Hezbollah in un conflitto diretto.
Spingerlo in quella direzione significa alterarne la funzione. E soprattutto, significa introdurre una linea di frattura armata all’interno del Paese.
Un precedente che pesa: le guerre dimenticate
Per comprendere la portata del rischio, è utile ricordare alcuni passaggi storici. Nel 1978 Israele lanciò l’Operazione Litani, occupando parte del Libano meridionale. Nel 1982, con “Pace in Galilea”, arrivò fino a Beirut. Fu in quel contesto che nacque Hezbollah, come risposta all’occupazione.
Nel 2000 Israele si ritirò dal sud del Libano, dopo anni di guerriglia. Nel 2006 tentò una nuova offensiva: 34 giorni di guerra che si conclusero senza una vittoria strategica israeliana. In tutti questi passaggi, Hezbollah ha rappresentato – per una parte significativa della popolazione libanese – l’unica forza capace di opporsi militarmente. Questo non lo trasforma automaticamente in un attore “legittimo” per tutti, ma spiega perché il suo disarmo non sia una questione tecnica. È un nodo politico, identitario e militare insieme.
Il rischio calcolato: guerra per procura o guerra civile?
La proposta di Netanyahu, letta in questo contesto, assume un significato diverso. Non si tratta solo di indebolire Hezbollah, ma di ridefinire gli equilibri interni libanesi. E qui emerge il punto critico: un esercito rafforzato e orientato contro Hezbollah rischia di trasformarsi da garante dell’unità nazionale a parte in causa.
In altre parole, il Libano verrebbe spinto verso una dinamica già vista nella sua storia recente: la frammentazione armata. Una guerra per procura che può facilmente scivolare in guerra civile.
Non è un’ipotesi teorica. Il Libano resta segnato dalla guerra civile del 1975-1990, un conflitto innescato proprio da interferenze esterne e squilibri interni. Oggi, con un sistema politico fragile, una crisi economica devastante e una società polarizzata, le condizioni per una nuova implosione non mancano.
Il paradosso è evidente: si parla di cessate il fuoco mentre si creano le condizioni per un conflitto interno. Si invoca la sovranità libanese mentre si ridisegnano dall’esterno i suoi rapporti di forza.

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