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giovedì 19 Maggio 2022
BiblosIl Detournement di Will Smith: tu chiamale se vuoi, emozioni

Il Detournement di Will Smith: tu chiamale se vuoi, emozioni

Lo sberlone assestato a Chris Rock durante la cerimonia degli Oscar è il detournement situazionista di Will Smith. Lo scarto laterale dal piano etico a quello linguistico e logico.

Il Detournement di Will Smith

Detournement era la parola chiave dei situazionisti, il loro programma pratico. In italiano possiamo tradurla con deviazione; ma anche scarto di lato, diversione, abbandono della retta via – quell’autostrada in cui basta prendere il biglietto e poi accendere l’autoradio –, per quella piccola e incerta, che si snoda tra paesini a volte nemmeno segnati sulle mappe.

Leggendo la quantità di commenti (su giornali, social, ovunque) riguardo lo sberlone che Will Smith ha assestato a Chris Rock durante la cerimonia di assegnazione degli Oscar, ho pensato subito a quel termine: detournement. Nel mio caso, lo scarto laterale è dal piano etico a quello linguistico, quindi logico.

Tutti parlano di tutti, per cominciare. O perlomeno così si sente la pluralità dei commentatori: un Don Chisciotte che ha contro il mondo intero. Solo che ci sono dei tutti che rimproverano agli altri tutti di non biasimare, come fanno loro, il gesto di Will Smith, a cui viene risposto pan per focaccia: lo schiaffo è pienamente legittimo, addirittura sacrosanto: ha difeso la propria donna, e che cavolo! Ma con lei pure la dignità di tutti i deboli (di nuovo questo pronome: tutti) vessati dai forti.

Il problema è che tutti significa tutti, una sola eccezione lo trasforma in moltissimi, e a scalare molti, tanti, qualcuno ecc. Entriamo così nel regime semantico del paradosso, ad esempio quello del mentitore così espresso da Epimenide di Creta: “tutti i cretesi mentono”.

Ma come, se anche Epimenide è un cretese non potrà dire la verità. Quindi l’affermazione è falsa. Ma se è falsa Epimenide sta dicendo il vero, dunque tutti i cretesi mentono, e non se ne esce più.

Nella circostanza, se tutti sono contrari al comportamento di Will Smith, chi sono i tutti che ho incrociato io, i suoi numerosi difensori. Come è possibile? Forse per avvicinarci alla verità, ma una verità con l’iniziale minuscola, bisogna compiere un nuovo detournement, e passare dal piano della logica a quello della psicologia. A tutti piace sentirsi diversi da tutti gli altri: originali, brillanti, gente che dice le cose come stanno. “Gliele ho cantate sul muso”, come si dice.

In questo caso il “muso” è quello sghignazzante di Chris Rock, il quale credeva di poter scherzare, anche lui, su tutto, compreso la malattia. E lasciando provvisoriamente perdere che magari non ne fosse informato – dell’alopecia di cui soffre la moglie di Smith, forse pensava al suo cranio glabro come a un nuovo eccentrico look.

E così si ingarbuglia il filo del discorso, in forma nuovamente interrogativa: perché tutti, i tutti che in nome di valori quali dignità, onore, rispetto di fragili e diversi plaudono allo schiaffo in mondovisione, non hanno risposto con la stessa indignata sollecitudine quando

Maurizio Crozza irrideva la statura di Brunetta? In fondo, sul manuale Cencelli del politicamente corretto, un handicap fisico vale più di un’alopecia.

Oppure, qualcuno si ricorda dell’imitazione che Teo Teocoli faceva di Ray Charles? Con degli occhiali scuri girava sul palco a tentoni fingendo di non trovare il pianoforte. E giù tutti, davvero tutti a ridere. Ci sono poi stati i siparietti sul trapianto di capelli di Berlusconi con relativa bandana (fosse anche quello un caso di alopecia…), Benigni che si prende burla dell’obesità di Giuliano Ferrara e della gobba di Andreotti, altri hanno satireggiato sulle labbra di Valeria Marini frutto di un intervento chirurgico non proprio riuscito. Disagi fisici, minorità, probabili sofferenze. Ma anche tante, forse troppe risate.

Ci sono infiniti episodi del genere, la satira è sempre stata un poco stronza (“In fondo, era solo una tartaruga” titolò il foglio satirico Il Male nel giorno della morte di Ugo La Malfa), e ogni stronzata si crede abbia diritto di cittadinanza, almeno quando indirizzata a un personaggio pubblico qual è senza ombra di dubbio Jada Pinkett Smith, moglie difesa con manone da cestista dal più celebre marito.

Dunque mi sto iscrivendo anche io al club del tutti che contestano Will Smith, giusto? Non proprio. Il fatto che qualcosa sia accettato per consuetudine – in questo caso la satira – non significa che sia anche bello, oppure buono. Legittimo magari sì, ma la virtù è altra cosa. Gli esempi che ho citato e, in particolare, l’irrisione della statura di Brunetta, li trovo odiosi, e se fossi stato nella moglie di Brunetta avrei aspettato Crozza nel camerino: con un randello.

Avrebbe potuto comportarsi alla stessa maniera anche l’attore pluripremiato, invece di salire sul palco e aggiungere spettacolo a spettacolo, kitsch a kitsch; attendere il rivale di fuori per risolvere la faccenda con le maniche della camicia risvoltate, alla vecchia maniera.

E così le possibilità in cui schierarsi si moltiplicano: non solo fare o non fare, ma anche fare dopo, dilazionare il lavaggio dell’onta subita. E ciascuna mi appare possedere un aspetto condivisibile, e uno da rigettare.

Il guaio è che ciò che trova il mio assenso non si oppone a ciò che avverto come stridente, ma vi coincide in una moltiplicazione del paradosso di Epimenide. Nella circostanza, la difesa di quel che ti è più caro, della ferita da proteggere e medicare a cui si giustappone la sua sguaiata esibizione, in un gioco al massacro che ricorda i freak show dell’Ottocento. Se però questa nobilissima arte della cura prende forma di aggressione, abbiamo il suo rifiuto; e per quanto si trattava solo di un ceffone, riportiamo le cose alla loro misura.

In ogni caso è quella porzione del vero che, come le due parti sinuosamente ricomposte nel simbolo del Tao, rigetta ogni forma di violenza, fisica o verbale. Tra cui quella di Chris Rock.

Un intrico di gesti espliciti e impliciti, sfumature, sottotracce che alla fine ci fa concludere con il verso di una canzone di Battisti: “tu chiamale se vuoi, emozioni”.

Quelle che avrà certamente provato Will Smith nel sentire la malattia della moglie oggetto delle grasse risate che riescono a sgorgare solo dalla gola degli americani. E così è salito sul palco. Ha fatto quel che ha fatto. Poi è tornato al suo posto strillando qualcosa, sedendosi l’ha nuovamente sillabato: “Keep my wife’s name out of your fuking mouth!

È giusto? È sbagliato? A me è sembrato semplicemente umano, talmente umano da risultare una specie di specchio, a spiegazione parziale della quantità di commenti che si sono spesi. Ma si sa che la nostra specie non sempre offre il meglio di sé, né tantomeno il giusto.

 

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Guido Hauser
Guido Hauser
Giornalista e scrittore

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