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mercoledì 18 Maggio 2022
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Sul presunto dannunzianesimo di Pier Paolo Pasolini

“In Pasolini è quell’antico fanatismo, tra la lauda e il cilicio, quel gusto flagellante del provocare, che contrassegna la natura degli eroi, dei santi, dei martiri, insomma di quanti vivono in una sorta di ancestrale protesta metafisica, i quali pare siano depositari della fatalità della vita solo perché non possono fare a meno di spingere fino alle estreme conseguenze la loro fondamentale e congenita astrazione” (C. Garboli, da La stanza separata, 1969);

“Vi è oggi di molto peggio che il dannunzianesimo; e D’Annunzio è un poeta molto più grande della maggior parte degli idoli che oggi la folla critica e letteraria incensa. Così per l’estetismo: vi è certo in Pasolini una parte notevole di estetismo stilistico; tanto meglio per lui …” (G. Piovene, da Fino in fondo nel sangue nel buio, 1967);

“La crisi dei valori risorgimentali che attraversò D’Annunzio – egli, anche interprete di uno strutturale sentimento eulogico della piccola borghesia italiana -, non poteva che schiacciarsi sul nazionalismo e sul fascismo”. In Pasolini la crescente tragedia sviluppatasi a incrocio fra crisi dei valori e massificazione della produzione è altrove: è nei corpi, nella fisicità, come scriveva, irrelata dell’umile Italia sottoposta a metamorfosi dal neocapitale” (E. Siciliano, da Vita di Pasolini, Mondadori 2005).

Sul presunto dannunzianesimo di Pier Paolo Pasolini

Questo articolo (o breve saggio) nasce dalla sorpresa, o per meglio dire dallo sbigottimento provato nell’ascoltare – durante un pregevole convegno dedicato a Pasolini (una delle numerose iniziative che caratterizzano questo primo Centenario della nascita del poeta di Le ceneri di Gramsci) – uno dei relatori affermare, con sicurezza e perentorietà, che Pasolini, in fondo, era molto più dannunziano di quanto volesse far credere (nascostamente) o negare (esplicitamente). Che, in passato, l’imputazione di “dannunzianesimo” fosse stata in varie occasioni rivolta, soprattutto sulla base di argomentazioni di carattere stilistico, nei confronti dell’artista e intellettuale friulano, non mi era del tutto ignota (lo dimostrano le tre citazioni poste in esergo).

Ciò che, invece, mi ha sfavorevolmente colpito è stata l’estrema determinazione ad assumere un elemento che, sicuramente, sarà stato presente nell’opera poetica di uno studioso che conosceva approfonditamente la storia della letteratura italiana (e in particolare i suoi maggiori rappresentanti, D’Annunzio compreso), fino a farne un criterio di giudizio onnicomprensivo e onni-esplicante non soltanto per ciò che concerne l’opera (l’intera opera) di Pasolini, ma anche la sua stessa vita: atteggiamenti, comportamenti, compiacimenti della propria diversità, prese di posizione in sede politica, scandali, ecc.

Una tale forte affermazione, pronunciata con apparente incrollabile convinzione, non può lasciare indifferente una persona che, come il sottoscritto, è da anni alle prese con lo studio dei testi (tutti i testi, non solo quelli letterari) del poeta, narratore e cineasta ucciso il 2 novembre del 1975. È chiaro l’effetto di “spaesamento” che essa produce, nonché il subitaneo dubbio di “non averci capito niente” sulla questione oggetto di cotanto studio.

Senonché, riflettendoci meglio e a mente lucida, non si può non ripassare mentalmente in rassegna le essenziali caratteristiche di quel fenomeno chiamato “dannunzianesimo”, e cioè il superomismo, l’individualismo esasperato, l’estetismo.

Sono tratti, ben noti perfino agli studenti di scuola media superiore, sui quali non credo sia necessario dilungarsi in analisi troppo dettagliate; è sufficiente affermare che l’intellettuale dannunziano, credendosi un individuo eccezionale, dotato di un carisma di una sensibilità e di un intelletto che solo pochi eletti possiedono, pone se stesso in una posizione nettamente distante dalla massa, pone se stesso come modello quasi impossibile da riprodurre e, soprattutto, atteggiandosi anche a “vate” (tradotto in termini politici come “duce”), considera il popolo come una moltitudine da guidare verso fini che soltanto egli è in grado di conoscere e di imporre. Un fenomeno, il dannunzianesimo che, nella storia del nostro Paese, è stato l’immediato antesignano del fascismo.

Se poi vogliamo ricondurre il fenomeno in questione alla pura dimensione estetica, non si può non ricordare i personaggi, gli ambienti, le vicende che popolano i versi e le pagine delle poesie, dei romanzi e delle pièces teatrali di Gabriele D’Annunzio: intellettuali borghesi o appartenenti ad un’aristocrazia ormai più che decaduta, lontani dal mondo produttivo, impegnati in schermaglie amorose, tradimenti e innamoramenti, in appariscenti e inutili eventi mondani, lontani mille miglia dalle classi subalterne, dai problemi sociali della nazione.

Uomini e donne (Andrea Sperelli, Elena Muti, ecc.), che vivono nel lusso, circondati da una moltitudine di oggetti il più delle volte di pessimo gusto, alle prese con un compito “straordinario”: fare della loro esistenza “un’opera d’arte”; e da qui trasalimenti, tormenti interiori, intermittenze del cuore, ostentate “immersioni” in una natura “panica” dove tutti gli elementi sono in corrispondenza tra loro; e poi un gusto speciale per il macabro, il ripugnante, il cadaverico, in una continua e morbosa commistione tra Eros e Thanatos, tra l’amore e la morte.

Se poi il discorso si sposta sull’autore D’Annunzio, non si può non rilevare che è egli stesso, con la sua vita esagerata e volta ad un unico obiettivo (erigere con tutte le sue energie un monumento a se stesso) il modello dei suoi personaggi, un modello destinato a trascorrere l’ultima parte della sua esistenza in completo isolamento, quasi sepolto in una splendida villa molto somigliante ad un faraonico mausoleo.

Ebbene, che ha che fare tutto questo “dannunzianesimo”, e D’Annunzio stesso, i suoi personaggi, gli ambienti da lui frequentati, il suo disprezzo per le masse (soprattutto quelle più miserabili), le sue scelte politiche, con Pier Paolo Pasolini?

Che relazione ci può essere con un intellettuale che – proveniente da un mondo contadino (la campagna friulana) e trapiantato nella più degradata e disordinata e sovrappopolata periferia di una “stupenda e misera città” com’era la Roma degli anni Cinquanta del XX secolo – si ritrova in una condizione quasi disperata, impegnato quotidianamente in una lotta per la sopravvivenza?

Con un poeta che – attratto dalla “purezza” e dalla vitalità quasi primitiva di quei borgatari, di quei baraccati, di quei “ragazzi di vita” che egli comincia a frequentare – si pone come obiettivo quello di contribuire, con le sue opere (poesie, romanzi, film, saggi critici e polemici), al riscatto, alla redenzione, all’educazione di questa umanità emarginata nelle “borgate beduine” ma caratterizzata da una inesauribile e primigenia vitalità?

Con uno scrittore che, gramscianamente, cerca, anche cadendo in contraddizione, di mettere al servizio della “coscienza” e della “storia” (e cioè della crescita culturale dei ceti subalterni) l’arte e la letteratura? Che relazione ci può essere tra un Riccetto, un Tommasino Puzzilli, un Accattone, uno Stracci, con (dall’altra parte, dalla parte del mondo dannunziano) un Andrea Sperelli (protagonista de “Il Piacere”) e un Giorgio Aurispa (protagonista de “Il trionfo della morte)?

Quale analogia sussiste tra la povera Stella di Accattone, oppure Mamma Roma, due povere disgraziate costrette ai margini della società, con le “divine creature” Elena Muti e Ippolita Sanzio (protagoniste femminili, rispettivamente, dei due romanzi dannunziani già citati)?

In definitiva, io credo che, nel mettere in rilievo alcuni elementi “dannunziani” nella poetica e soprattutto nella vita di Pier Paolo Pasolini (il suo “gettare il corpo nella lotta”, le sue frequentazioni di ambienti malavitosi, il gusto di provocare, scandalizzare, sconvolgere la corrente morale piccolo-borghese, cattolico-bigotta), e nell’assumerli come tratti determinanti, fondamentali ai fini della comprensione della personalità e dell’opera di Pasolini, sia del tutto fuorviante.

In realtà, se si vuole cogliere la vera essenza dell’ideologia e della poetica dell’intera opera pasoliniana, non si può non partire dal rapporto che, fin dalle prime esperienze di vita e dalle prime produzioni artistico-letterarie, s’instaura tra il poeta di Casarsa immigrato a Roma (inizio 1950) e le cosiddette “classi subalterne” (in senso gramsciano) nelle quali egli si imbatte nella caotica periferia della Capitale.

L’incontro con la realtà sociale delle borgate periferiche indusse Pasolini ad approfondire le problematiche, soprattutto letterarie ed educative (imperniate, queste ultime, sul ruolo degli intellettuali in una riforma intellettuale e morale del popolo) affioranti dalle riflessioni di Antonio Gramsci, che egli aveva già incominciato a studiare fin dalla pubblicazione, nel 1948, della prima edizione dei Quaderni del carcere.

Speciale i 100 anni del Partito Comunista Italiano
Antonio Gramsci

 

L’importanza e l’esito di quest’incontro e degli studi condotti da Pasolini sono rappresentati da quella raccolta di poemetti, pubblicata da Garzanti nel 1957, che si intitola Le ceneri di Gramsci, all’interno della quale si pone, quasi come dichiarazione di poetica, il poemetto, del 1954 (frutto di una visita di Pasolini alla tomba di Gramsci nel cimitero acattolico), che dà il nome alla raccolta stessa.

Il tema gramsciano che più appassiona Pasolini (e che emerge in filigrana in tutti i poemetti della raccolta) è quello della letteratura nazional-popolare, una letteratura che non rimanga (come era rimasta per secoli) nella ristretta cerchia dei pochi intellettuali (la maggioranza dei quali da sempre al servizio dei potenti), ma che si apra alle classi più umili e, soprattutto, sia rappresentativa dei problemi, della vita quotidiana, delle istanze e delle rivendicazioni di queste classi, svolgendo così una funzione educativa e proponendosi quindi come formidabile strumento di riscatto sociale.

Tale tema, lontanissimo da qualsivoglia concezione di tipo “dannunziano”, durante gli anni della dittatura fascista era stato ricacciato e oscurato come marginale, così come erano state oscurate tutte le espressioni e manifestazioni linguistiche dialettali, periferiche, “allogene”.

Era invece proprio questo aspetto, quello cioè di voler dare voce, attraverso la letteratura, alle “marginalità”, che più attraeva un intellettuale come Pasolini, proveniente da una zona del tutto marginale come il Friuli e piombato nella realtà altrettanto marginale delle borgate e delle periferie romane.

Niente era più marginale dei personaggi che popolavano queste periferie, marginali perfino rispetto al modello di “masse proletarie” che il partito comunista si era creato come necessaria base sociale (nonché di militanza ed elettorale) di riferimento. Erano marginali quei Ragazzi di vita (Riccetto, Lenzetta, Caciotta, Alduccio, Begalone, Sgarone, ecc.) che popolavano le storie e i racconti confluiti nell’omonimo romanzo del 1955 e che, in seguito, riappariranno in Una vita violenta, del 1959.

Quei personaggi (così amorali e privi di aspirazioni di rinnovamento politico, e rinchiusi in un loro asfittico piccolo mondo, tra baretti e furtarelli, e nel quale l’unica ragione di vita sembrava essere la sopravvivenza quotidiana) risultavano però “sospetti” ad una certa intellighenzia comunista (critici letterari soprattutto) che stentava ad assorbirli nella tradizionale nozione di “proletariato”.

Rispetto a questi critici, autodefinitisi intellettuali organici del PCI, che si atteggiavano a ortodossi interpreti del pensiero gramsciano (un esempio tra tutti: Carlo Salinari), Pasolini si sentiva distante e portatore di una diversa visione del concetto di “classi subalterne”.

Ecco perché, nel poemetto che dà il titolo alla raccolta poetica del 1957, vengono evocati quegli oscuri e contraddittori sentimenti che il poeta friulano manifestava, con ansia e senso di colpa mescolati all’amore e alla venerazione da lui riservati al pensatore sardo, e che egli così esprimeva, in versi, nella quarta parte del poemetto Le ceneri di Gramsci:

“Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro di te; con te nel cuore,/ in luce, contro te nelle buie viscere;/ del mio paterno stato traditore/ – nel pensiero, in un’ombra d’azione -/ mi so ad esso attaccato nel calore/ degli istinti, dell’estetica passione;/ attratto da una vita proletaria/ a te anteriore, è per me religione/ la sua allegria, non la millenaria/ sua lotta: la sua natura, non la sua/ coscienza; è la forza originaria/ dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,/ a darle l’ebbrezza della nostalgia,/ una luce poetica: ed altro più/ io non so dirne, che non sia/ giusto ma non sincero, astratto/ amore, non accorante simpatia …”.

In questi versi, e nei successivi, Pasolini confessa la sua interna contraddizione, o per meglio dire scissione: da una parte la “coscienza”, vale a dire la consapevolezza della missione di cui, come intellettuale, egli si sente investito: lo sforzo educativo nei confronti di un sottoproletariato fermo allo status naturae, nel quale prevalgono gli istinti più elementari; dall’altra l’estetica passione, anzi l’amore per una vita “proletaria” ancora pura, primigenia, agitata dal calore degli istinti.

E questa sensazione di contraddittoria scissione, nella quale a prevalere non è tanto l’aspetto del magistero intellettuale, quanto piuttosto l’intima e sentimentale partecipazione e condivisione, viene mirabilmente espressa in un diverso poemetto della stessa raccolta, vale a dire Il pianto della scavatrice, che si apre con i versi famosi “Solo l’amare, solo il conoscere/ conta, non l’aver amato,/ non l’aver conosciuto. Dà angoscia/ il vivere di un consumato/ amore. L’anima non cresce più”.

E, nella seconda parte dello stesso poemetto, Pasolini (che, nel momento in cui scrive, ha ormai raggiunto una posizione di intellettuale borghese non più coinvolto dalla dura lotta per l’esistenza nella quale era stato costretto nei tre anni, 1951-1954, di residenza nella lontana borgata di Rebibbia) esprime la sua struggente nostalgia per la città delle borgate e dei ragazzi di vita.

Rievoca così, con versi a volte accorati e dolenti, il tempo in cui “Povero come un gatto del Colosseo,/ vivevo in una borgata tutta calce/ e polverone, lontano dalla città/ e dalla campagna, stretto ogni giorno/ in un autobus rantolante:/ e ogni andata, ogni ritorno/ era un calvario di sudore e di ansie”.

Ed è proprio in contatto con quell’umanità, sottoproletaria, fatta di uomini e di ragazzi “ridenti e sporchi”, “allegri e feroci”, un’umanità di “giovani invecchiati tra i vizi di chi ha una madre dura e affamata”, non ancora “educata” alla lotta di classe per il cambiamento in senso socialista della società borghese, ma dispersa in una realtà “umile e sporca, confusa e immensa, brulicante nella meridionale periferia”, che Pasolini ha conosciuto nel profondo, innamorandosene visceralmente, la “stupenda e misera città”; quella città nella quale egli ha imparato “le piccole cose in cui la grandezza/ della vita in pace si scopre”, come, ad esempio, “andare duri e pronti nella ressa/ delle strade; rivolgersi ad un altro uomo/ senza tremare … a difendermi, a offendere, ad avere/ il mondo davanti agli occhi …/… a capire/ che pochi conoscono le passioni/ in cui io sono vissuto:/ che non mi sono fraterni, eppure sono/ fratelli proprio nell’avere passioni di uomini/”; stupenda e misera città “che mi hai fatto fare/ esperienza di quella vita/ ignota: fino a farmi scoprire/ ciò che, in ognuno, era il mondo”.

Era la medesima realtà, umana e sociale, pre-industriale e pre-capitalistica – che Pasolini, dopo averne appreso il linguaggio e le dure abitudini di vita, descrive, con la più intensa partecipazione, a partire dal 1960, attraverso le immagini di pellicole quali Accattone, Mamma Roma, La ricotta.

Una realtà che, dopo appena un decennio, sarà spazzata via, nella sua essenza e nella sua diversità, da quel grande e inarrestabile fenomeno, indotto dallo “sviluppo” impetuoso di un’economia capitalistica che trasforma tutti gli uomini in “consumatori” ossessivi e patologici, per la cui definizione Pasolini adopererà abitualmente il termine “omologazione” e, negli ultimi mesi prima di morire, addirittura la parola “genocidio”.

A tale proposito ritengo utile, per comprendere la differente e contrastante prospettiva dalla quale l’artista osserverà i cambiamenti avvenuti, a partire dalla metà degli anni sessanta, nel mondo delle borgate romane, andarsi a rileggere alcuni degli articoli raccolti nel volume Scritti corsari (1975), come ad esempio Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia, L’articolo delle lucciole, Il genocidio e, soprattutto Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino (quest’ultimo scritto non è altro che una lettera aperta a Italo Calvino pubblicata sul quotidiano Paese Sera l’8 luglio del 1974).

È interessante citare, di questa lettera a Calvino, un brano dal quale è possibile misurare l’enorme distanza che isola Pasolini dalla grande maggioranza degli intellettuali italiani, perfino da quelli più “avanzati”, i quali, nonostante il loro “progressismo”, conservano, ben celato, un certo residuo dannunzianesimo, una certa “schifiltosità” e riluttanza a confrontarsi, sia pure a fini educativi, con determinati ambienti.

“Quando parlo di omologazione di tutti i giovani – scrive Pasolini verso la fine della sua lunga missiva a Italo calvino -, per cui, dal suo corpo, dal suo comportamento e dalla sua ideologia inconscia e reale (l’edonismo consumistico) un giovane fascista non può più essere distinto da tutti gli altri giovani, enuncio un fenomeno generale. So benissi­mo che ci sono dei giovani che si distinguono. Ma si tratta di giovani appartenenti alla nostra stessa élite, e condannati a essere ancora più infelici di noi: e quindi probabilmente anche migliori. Questo lo dico per una allusione («Paese Sera», 21 giugno 1974) di Tullio De Mauro, che, dopo essersi dimenticato di invitarmi a un convegno linguistico di Bressanone, mi rimprovera di non esservi stato presente: là, egli dice, avrei visto alcune decine di giovani che avrebbero contraddetto le mie te­si. Cioè come a dire che se alcune decine di giovani usa­no il termine «euristica» ciò significa che l’uso di tale termine è praticato da cinquanta milioni di italiani.”

Tu dirai: gli uomini sono sempre stati conformisti (tut­ti uguali uno all’altro) e ci sono sempre state delle élites. Io ti rispondo: sì, gli uomini sono sempre stati conformi­sti e il più possibile uguali l’uno all’altro, ma secondo la loro classe sociale. E, all’interno di tale distinzione di classe, secondo le loro particolari e concrete condizioni culturali (regionali). Oggi invece (e qui cade la «mutazio­ne» antropologica) gli uomini sono conformisti e tutti uguali uno all’altro secondo un codice interclassista (stu­dente uguale operaio, operaio del Nord uguale operaio del Sud): almeno potenzialmente, nell’ansiosa volontà di uniformarsi.”

“Infine, caro Calvino, vorrei farti notare una cosa. Non da moralista, ma da analista. Nella tua affrettata risposta alle mie tesi, sul «Messaggero», (18 giugno 1974) ti è scappata una frase doppiamente infelice. Si tratta della frase: «I giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non aver occasione di conoscerli». Ma: 1) certamente non avrai mai tale occasione, anche perché se nello scompartimento di un treno, nella coda a un negozio, per strada, in un salotto, tu dovessi incontrare dei gio­vani fascisti, non li riconosceresti; 2) augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per indi­viduarli e per incontrarli.”

“Essi non sono i fatali e prede­stinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ra­gioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il mar­chio di fascisti. È una atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso”.

In conclusione: Pasolini è un dannunziano, più o meno consapevole? Io credo di no, credo che non vi sia mai stato, nel ‘900, un intellettuale meno dannunziano di lui.

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Francesco Sirleto
Francesco Sirleto
Docente di storia e di filosofia

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