Occidente nichilista: quando la guerra diventa l’unica ideologia rimasta

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Dalla guerra fredda all’unipolarismo, l’Occidente ha trasformato i conflitti in crociate morali, svuotando il diritto internazionale e normalizzando l’asimmetria. In crisi di legittimità e sfidato dal multipolarismo, cerca nella guerra ciò che non sa più offrire: emancipazione e giustizia.

Il vuoto nichilista dell’Occidente e la guerra.

Durante la guerra fredda anche l’imperialismo doveva tener conto di uno scacchiere. I conflitti, anche quando provocavano grandi crisi internazionali o smottamenti nella coscienza collettiva, alla fine restavano inchiodati a quel determinato territorio. L’Onu garantiva un determinato equilibrio e le guerre ancora si presentavano con il loro nome, rispecchiavano una certa simmetria tra le forze in campo, concepivano l’intervento diplomatico.

Dall’inizio dell’unipolarismo americano, da quando l’Occidente si è trasformato in gendarmeria internazionale, da quando ai nemici non si è più donata alcuna dignità umana, le guerre sono diventate azioni morali o attacchi preventivi. L’asimmetria tra chi sganciava bombe e chi restava inerme sotto le macerie, veniva contemplata in nome della guerra globale al terrore. Civili, militari, donne, bambini. Tutti terroristi da colpire.

Oggi però siamo un passo avanti. L’Occidente in piena crisi di legittimità, così smaccatamente orgoglioso della propria iniquità sociale, ormai avviato a un destino post-democratico, messo in crisi dal multipolarismo a giuda cinese, non pretende alcun equilibrio, non immagina alcuno scacchiere. Si muove grossolanamente in cerca di guerra perché non può fornire alcuna risposta di emancipazione.

Resta inchiodato alle proprie fissazioni autistiche. Il mondo libero, le liberaldemocrazie, la civiltà democratica. Ma la sua volontà di potenza non sviluppa capacità egemonica perché generata da frettolosità rancorosa. Ed è questo rancore distruttivo, nichilista a rappresentare il vero pericolo per la pace.

Oggi siamo tutti in pericolo. Tutti siamo possibili macerie. Senza scacchiere, senza equilibri diplomatici, con la privatizzazione degli organismi internazionali, con l’istituzionalizzazione del genocidio certificata dal Board of Peace, l’ingiustizia diventa norma cogente, prassi consolidata, canone del diritto.

Non solo i popoli non assoggettati, come quello iraniano, vanno colpiti fino alla loro completa distruzione, ma anche i poveri delle nostre città, i lavoratori sull’orlo della disperazione, le classi sfruttate, saranno carne da macello, vittime predestinate sull’altare dell’efficienza militare o delle ragioni di profitto di pochi miliardari.

Capitalismo e imperialismo sono uniti da un nesso inscindibile che si riversa direttamente nello sfruttamento della natura, dei popoli e dei lavoratori. E solo un grande movimento dei lavoratori può contrastare questa chiamata alle armi dalla trama tristemente professionale e ripudiare la guerra.

La guerra che l’Occidente ha deciso di espandere a qualsiasi latitudine. Dall’Ucraina all’Iran; dal Venezuela al genocidio di Gaza. Poi, forse, Cuba, per poi arrivare direttamente alla Cina. Ora è il tempo di mobilitarsi per cacciare i mercanti di morte dal tempio. Che siano di destra o di sinistra. Proprio non cambia.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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