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Il “Board of Peace” simboleggia un capitalismo che non vuole più mediazioni politiche. Dopo tecnocrazie e organismi sovranazionali, il potere economico punta a governare direttamente, privatizzando tutto – persino la guerra – e svuotando Stato e democrazia di ogni funzione reale.
Oltre la tecnocrazia: il Board of Peace
– Ferdinando Pastore & Alexandro Sabetti
C’è un’espressione che suona rassicurante e insieme inquietante: Board of Peace. Un consiglio di pace, più o meno letteralmente. Ma pace per chi, e a quali condizioni? L’immagine è quella di un capitalismo che ha deciso di non accontentarsi più di influenzare la politica: ora pretende di sostituirla.
Un organismo privato nato a Davos nel gennaio 2026 e presieduto a vita da Donald Trump per autoproclamazione. Un club esclusivo – si entra solo su invito personale del fondatore – incaricato, secondo lo statuto, di promuovere stabilità e ricostruzione nelle aree di conflitto. Un dettaglio non trascurabile: Trump detiene un diritto di veto assoluto su ogni decisione.
Per decenni abbiamo assistito a una lenta metamorfosi. La rappresentanza democratica non è stata abolita; è stata progressivamente svuotata. I capitali non hanno bisogno di colpi di Stato quando possono contare su un ecosistema istituzionale che li traduce in norme, direttive, trattati. Prima sono arrivati i tecnici: governi di emergenza, autorità indipendenti, organismi sovranazionali. Figure presentate come neutrali, competenti, inevitabili. La competenza come nuova forma di legittimazione.
Le grandi organizzazioni del commercio globale, le istituzioni finanziarie internazionali, le banche centrali autonome hanno incarnato questa fase. Un potere diffuso, formalmente regolato, che si muoveva attraverso le porte girevoli tra finanza, università d’élite, consulenze, ministeri, consigli di amministrazione. Non un complotto, ma una rete di affinità strutturali. Un circuito chiuso dove la politica diventava amministrazione e l’amministrazione diventava esecuzione delle priorità del mercato.
Quella stagione è stata spesso definita “governance”. Un termine elegante per indicare la progressiva marginalizzazione del conflitto sociale. Le scelte fondamentali – bilanci, privatizzazioni, deregolamentazioni – venivano presentate come necessità tecniche. Non alternative politiche, ma vincoli oggettivi. La famosa “dittatura dei mercati” non aveva bisogno di stivali: bastavano gli spread.
Il capitale senza intermediazioni
Oggi, però, anche questa architettura appare eccessivamente lenta. Se per quarant’anni il capitale si è affidato a mediatori qualificati, ora sembra voler fare a meno persino di loro. Il Board of Peace diventa così la metafora di un passaggio ulteriore: i grandi proprietari che si governano direttamente, senza più fingere di delegare.
La “grande sostituzione”, in questa lettura, non è demografica ma istituzionale. A essere sostituita è la politica stessa. Il Parlamento diventa un dettaglio procedurale; lo Stato un residuo simbolico; la sovranità una funzione contabile. Il profitto massimo non è più un obiettivo economico, ma un principio quasi costituzionale.
La privatizzazione non riguarda solo beni e servizi. Riguarda il conflitto. Anche la guerra può essere reinterpretata come una controversia tra interessi imprenditoriali, una competizione tra soggetti economici mascherata da scontro tra Stati. Se il mondo è un mercato integrale, il nemico non è un interlocutore politico ma un ostacolo gestionale.
E quando il conflitto viene declassato a problema di ordine pubblico globale, la diplomazia diventa superflua. Non c’è bisogno di negoziare con chi è ridotto a “fuorilegge”. La retorica della sicurezza sostituisce quella del diritto internazionale. La punizione diventa atto morale, il bombardamento un’operazione chirurgica, la distruzione un effetto collaterale contabilizzabile.
La scomparsa dello Stato, celebrata come trionfo dell’efficienza, produce in realtà un vuoto di responsabilità. Se nessuno governa formalmente, nessuno risponde politicamente. Le decisioni emergono da consigli ristretti, da consessi informali, da network opachi che non devono affrontare elezioni né opposizioni organizzate.
Il paradosso è che tutto questo avviene senza abolire la democrazia. Le elezioni si tengono, i partiti competono, i governi si alternano. Ma la cornice delle decisioni fondamentali resta intatta. È il trionfo della forma senza sostanza.
Un sistema in cui le grandi concentrazioni di capitale definiscono priorità, regole e perfino narrazioni morali finisce per erodere la distinzione tra interesse privato e bene comune.
Il Board of Peace è dunque un’immagine ironica e amara. Una pace fondata sull’assenza di alternativa, sull’accettazione che non esista altro modello possibile. Una pace che coincide con la neutralizzazione del dissenso.
La storia del Novecento ha mostrato cosa accade quando il potere politico si emancipa da ogni limite. Il XXI secolo rischia di mostrare cosa accade quando il potere economico fa lo stesso, senza neppure assumersi l’onere della rappresentanza.
La grande sostituzione non è uno slogan identitario. È la trasformazione silenziosa della democrazia in amministrazione del profitto. E finché verrà presentata come inevitabile modernizzazione, continuerà ad avanzare senza bisogno di proclami.
La domanda, a questo punto, non è se il capitale governi. Lo ha sempre fatto, in forme diverse. La domanda è se intenda ancora accettare il fastidio del confronto democratico o se preferisca una pace costruita a misura dei consigli di amministrazione.

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