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giovedì 19 Maggio 2022
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L’evocazione dei demoni e il nostro inconscio razzista

Con l’evocazione dei demoni in guerra una parte di noi è sfiorata dal tepore di un razzismo profondo e innominabile, ma confortante. La parte oscura dell’essere “dalla parte giusta, dalla parte dei buoni”.

L’evocazione dei demoni

A differenza di molti colleghi e amici di cui ho stima, e soprattutto di alcuni altri colleghi di cui, invece, non ho alcuna stima, ho deciso di non esprimermi sugli eventi della guerra in corso.

Sono un docente e cerco di essere uno studioso, e così ci sono delle responsabilità, e anche quando scrivo solo per amici, nei ritagli di tempo, è per rispetto per chi mi legge che preferisco tenere un ritmo basso, più da tempo di meditazione. Cerco di addomesticare l’angoscia con un respiro più lento.

Diffido di chi reagisce d’istinto o per calcolo di convenienza alle notizie che quotidianamente vengono amplificate. Così, non essendo un analista politico o un commentatore, mi limito a registrare echi o dissonanze, o a provare a introdurre – anche in forma paradossale – elementi di riflessione.

Ho l’impressione che molti corrano per impulso, ma senza sapere bene dove.

Semplicemente, mi pare che ci venga ingiunto di correre verso una meta ignota anche alle voci che ci spingono a farlo.

Tuttavia, il mio buon demone, che è anarcoide, mi dice che è meglio che io proceda “in die entgegensetzende Richtung”, come scrive Bernhard. Chissà perché, ma finora mi sono sempre trovato a pedalare in salita, andando dall’altra parte.

Serve? Solo ad aumentare la fatica del vivere. Salva? Chi lo sa, forse no, forse è addirittura indifferente.

Però, in talune circostanze mi ha permesso di vedere più in là, ma nella cecità, come se riuscissi a cogliere – più con la sensibilità che con l’intelletto – delle dissonanze ancora latenti. Come quando l’altro giorno ho visto la foto dei russi indicati come i responsabili dei crimini efferati perpetrati alla periferia di Kiev.

Ho guardato le foto di quei soldati quasi imberbi, sorridenti con un sorriso che mi è apparso subito intollerabile perché beffardo e cinico, come è intollerabile il contrasto tra quel sorriso e lo scempio mostratoci.

Che cosa mi dicono quelle foto accusatrici? E’ difficile non aderire alla rappresentazione fornita. Se non aderisci sei moralmente colpevole, mi si dice. Mi serve una chambre d’écho per comprendere cosa risuona in me. Di fronte alle immagini ora devo chiudere gli occhi.

Per caso, alcune settimane fa ho dedicato due-tre lezioni a Gengis Khan e a Tamerlano, all’espansionismo mongolo nell’intera Asia, alla fondazione dell’impero, all’occupazione della Cina, alla nascita dei khanati, compreso quello dell’Orda d’oro, ho invitato gli studenti a guardarsi “Mongol“, che è quasi un documento etnografico di ottima fattura.

Distanza con un mondo di segni quasi incomprensibili, di lingue ignote, di gesti intrisi di una ferocia arcaica.

Certo, i mongoli. L’eco si è fatta sentire, dapprima oscuramente, quasi un’intuizione sorda. Nel fondo delle nostre anime, le potenze demoniache prendono forma, si fanno visibili.

Dentro di me avevo già condannato i soldati con i tratti mongolici, di questo mi accorgo. È stato allora, appena dopo aver fatto corpo unico con la mia condanna morale, che mi sono ricordato delle lezioni su Gengis Khan e Tamerlano, e della loro ferocia fattasi dunque mito, e così memoria.

Con un sussulto scettico ho iniziato a dubitare, e mi sono reso conto che stavo andando nella direzione opposta, perché quell’immagine dei soldati con occhi orientali aveva anzitutto fatto presa su quel terrore per il remoto che alimenta i nostri razzismi più reconditi.

Il mio buon demone anarcoide mi stava spingendo dall’altra parte rispetto a quell’adesione morale inconscia che mi metteva al riparo. Al riparo da che cosa?

Non sto ponendo il problema se quei soldati siano stati o no responsabili di fatti atroci e terribili. Sto ponendo un altro tipo di problema, che riguarda l’evocazione di potenze demoniache che vediamo là fuori, in immagine, e che ci provocano un’angoscia ancestrale.

Ma albergano in noi e in noi prendono la forma dei volti cinicamente sorridenti di soldati asiatici. Mongoli.

L’economia del senso prodotta da quelle immagini mi stava mettendo al riparo da quelle potenze demoniache, collocandomi nella posizione di chi stava facendo la scelta retta, giusta, per quanto essa si alimentasse di un razzismo inconscio che aveva suscitato.

Quei volti di mongoli avevano catalizzato il demoniaco, mi avevano indotto al disprezzo e all’odio, fornendomi una rappresentazione conforme di ciò che non volevo vedere. D’altronde, li avevo già condannati, loro, i colpevoli.

Come non si può odiare il male, questo male che da dentro ci rode e ci tormenta, e di cui noi, europei e occidentali, non possiamo che vedere il riflesso nel più estraneo?
Si apprende dal “Manifesto” che i soldati yakuti – quei mongoli dei nostri più terribili incubi – furono congedati due anni fa e che da allora non sono più in servizio.

Intanto, una parte di me è stata sfiorata dal tepore di un razzismo profondo e innominabile, ma confortante. La parte oscura del mio essere “dalla parte giusta, dalla parte dei buoni”.

 

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Raoul Kirchmayr
Raoul Kirchmayr
Insegna Storia e Filosofia nei Licei e dal 2002 è a contratto all’Università di Trieste, dove attualmente insegna Estetica presso il Corso di laurea in Architettura. Ha al suo attivo oltre un centinaio di pubblicazioni.

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