12.6 C
Rome
martedì 17 Maggio 2022
AgoràEffetto Braidotti: i pacifisti per la guerra

Effetto Braidotti: i pacifisti per la guerra

Rosi Braidotti, nel salotto di Otto e mezzo, ha enunciato un nuovo approccio fenomenologico alla questione della guerra e della pace, ovvero: sono pacifista, ma sono per la guerra, se questa viene combattuta dall’aggredito.

Effetto Braidotti

Se ci fosse ancora bisogno di capire quale fosse la collocazione teorica di Rosi Braidotti, con la sua presenza su La7 abbiamo avuto ampie conferme su quanto è facile scivolare da posizioni apparentemente critiche a posizioni mainstream, allineate nella sostanza – benché con qualche distinguo tutto sommato ininfluente – su quelle ampiamente rappresentate dai media occidentali. Allineamento planetario, si direbbe, se la faccenda non fosse di proporzioni ben minori.

L’argomentazione che Braidotti ha presentato a “Otto e mezzo” è riconducibile a questa tesi: “Sono pacifista, non sono per il riarmo, ma di fronte al sopruso del più forte, occorre armare il più debole”. Il supplemento d’argomentazione è biografico: “vengo da una famiglia di partigiani, e mi hanno insegnato che la libertà va difesa con le armi”.

In sintesi: sono pacifista, ma sono per la guerra, se questa viene combattuta dall’aggredito.
E sia. Tuttavia, a me questo tipo di argomentazione pare peccare irrimediabilmente di astrattezza e financo di malafede.

È un modo di procedere tipico del pensiero analitico che, come per magia, fa scomparire la cornice storico-sociale, politica, economica, culturale delle questioni, riducendole a dilemmi etici decontestualizzati, strutturati invariabilmente su due e due sole opzioni, che comportano in ogni caso una perdita, per cui si tratta tutt’al più di calcolare l’entità della perdita da affrontare.

Nel caso specifico: se mi astengo dall’inviare armi all’aggredito, sono corresponsabile della sua aggressione; se invio armi, non mi posso più dire pacifista. Dunque, la mia scelta è ristretta al solo calcolo del danno minore. Di fronte ai morti ammazzati nella guerra, metto da parte il mio pacifismo, che tuttavia idealmente non rinnego.

Ed ecco la sintesi: sono pacifista, ma sono per l’invio delle armi.

Come sempre accade, questo modo di costruire il “frame” che determina il dilemma è una falsificazione, perché omette per sistema una serie ben nutrita d’informazioni derivanti dalla conoscenza dei processi storici e politici, dalla loro complessità che non può essere ridotta all’opzione “o A o B”. Se la politica è l’arte del possibile – mentre la filosofia è il pensiero dell’impossibile – questo tipo di ragionamenti poveri e schematici si presenta come indiscutibilmente “reale”. Come se la “realtà”, appunto, si riducesse a uno schema di calcolo binario.

Abbiamo bisogno di ragionamenti così, che rinforzano il senso comune? Direi di no. Anzi, sono da combattere. Ed è questa la ragione del presente post. Fine della prima parte.

Nella seconda parte, Braidotti precisa il suo ragionamento, venendo a quello che mi è parso essere il nucleo ideologico della sua posizione. Braidotti ha spiegato quanto segue:

1) Putin agisce strategicamente su impulso delle idee di Dugin.

2) Dugin è un antimoderno e un tradizionalista (odia l’emancipazione di donne e gay).

3) Dugin è amico del patriarca Kyril.

4) Dugin si ispira alle idee di Evola, dunque è un fascista.

5) Dugin vuole distruggere l’Occidente, dunque anche te e me.

Analizziamo. Circa la proposizione 5) che dire? D’accordo, ci provi, mi pare che abbiamo sufficienti armi culturali per impedire la diffusione di tradizionalismi antimoderni. Ciascuno fa il suo mestiere e il mio è anche questo. Ma siamo sicuri che la posizione di Braidotti non comporti in nuce un rafforzamento esattamente di quelle posizioni antimoderne? Di quale modernità Braidotti si vuole rappresentante? Temo fortemente – ma non mi preoccupo di questo – che la sua modernità non coincida affatto con la mia.

Se la proposizione 2) è vera e la proposizione 3) è irrilevante, la proposizione 4) dovrebbe essere ulteriormente argomentata (mi dispiace, non sono interessato a Dugin né tantomeno a Evola, il cui pensiero mi è sempre parso, per quel che ne so, un bidone di spazzatura irrazionalista; quindi su questo mi astengo);

la proposizione 1) è semplicemente idealistica, come se un complesso di ideologemi tradizionalisti e spiritualisti costituisse una strategia politica (consistente, dice Braidotti, nel “trasformare l’anima dei russi”, oltre che, ovviamente, nell’abbattere l’Occidente decadente).

Che dire? Non lo so, perché in effetti non c’è niente da argomentare, e poco da aggiungere. La semplice articolazione del ragionamento di Braidotti mostra la sua stessa inconsistenza.

E costei è reputata essere una teorica internazionalmente riconosciuta.

Io sono modesto, ma stasera, dopo averla ascoltata, non riesco a trattenermi dal sentirmi Cartesio. Kant no, per le recenti ragioni che sono a tutti e a tutte voi note.

Cartoline da Salò: un anno marchiato dalle stimmate della pandemia

Leggi anche

 


Raoul Kirchmayr
Raoul Kirchmayr
Insegna Storia e Filosofia nei Licei e dal 2002 è a contratto all’Università di Trieste, dove attualmente insegna Estetica presso il Corso di laurea in Architettura. Ha al suo attivo oltre un centinaio di pubblicazioni.

Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli