This England, la serie che racconta le aspirazioni di grandezza completamente disattese dell’ex Primo ministro britannico Boris Johnson, interpretato da Kenneth Branagh.
This England, Brexit e BoJo
Joe Strummer l’aveva cantato e prima inciso. Vero che per lui il futuro fosse non scritto, ma guardando Kenneth Branagh, tra scafandro e trucco da Boris Johnson, viene da pensare che Something About England sia stata creata durante una visione mistica sulla Brexit, ragionando da un’epoca simile e thatcheriana, valutando e sentendo arrivare in anticipo un tempo in cui «sarebbero rose e fiori se l’Inghilterra fosse di nuovo degli inglesi».
E This England – miniserie televisiva britannica creata da Michael Winterbottom e Kieron Quirke, disponibile su Sky Atlantic e Now dal 30 settembre – riavvolge la cronaca recente e riparte dall’ascesa di Johnson come Primo ministro, con la promessa di un 2020 «anno di prosperità, crescita e speranza».
Tutte aspirazioni di grandezza che non mancheranno di essere disattese: il leader dei tories, da predestinato e autoproclamato erede della storia, non smette di citare Winston Churchill e Omero, paragonare la moglie alla signora Rochester, personaggio di Jane Eyre, investire i suoi collaboratori del ruolo di Agrippa e se stesso come moderno Augusto.
Branagh\Johnson
Impegnato nella stesura della biografia di Shakespeare, progetto che occupa più tempo, mente e spazio del governo, Johnson ama perdersi nelle elucubrazioni di Amleto, sentirsi stratega tradito come Giulio Cesare – tanto che la pandemia viene salutata come le idi di marzo – e perseguitato da profezie nefaste, interpretate dai figli, come le streghe del Macbeth.
Per questo non poteva esserci scelta migliore di Kenneth Branagh: solo chi ha interpretato già Enrico V, Iago e Amleto può far coesistere l’ambizione shakespeariana e l’incapacità, rozzezza e goffaggine di Boris Johnson.
Sepolto sotto più mastice di Leonardo DiCaprio per J. Edgar Hoover – quasi che i trucchi della storia contemporanea, per essere svelati, abbiano bisogno di più make-up – l’attore britannico mostra il vero fallimento del Primo ministro: chiuso in un mondo citazionista per eguagliarlo, Johnson dimentica completamente le azioni per passare alla storia.
Preda di un autismo in un cui i figli rifiutano le sue telefonate, le conversazioni con la moglie tra l’inquinamento di Amazon e la festa per l’ultimo genito in arrivo, Johnson mette l’Inghilterra completamente nelle mani di Dominic Cummings – suo consigliere, architetto della Brexit e moderno Iago – esattamente come affida il cane alle cure degli assistenti: deve occuparsene sempre qualcun altro che non sia lui.
E mentre il paese scivola sempre più velocemente sotto le alluvioni, i numeri dei contagi e le task force del ministero della salute per correre ai ripari, più lo schermo viene sommerso da filmati da tutto il pianeta a testimoniare l’inarrestabile circolazione del virus, o meglio l’incapacità di tutta la classe dirigente mondiale per poter rimediare.
Nascosto dietro false previsioni e dati inesatti, lo staff governativo inglese è più occupato a cercare uno slogan per convincere le persone a stare a casa – «Solo tre parole» – che trovare soluzioni per apparecchiature mediche e dispositivi sanitari adeguati.
Il Regno Unito e il doppio binario della pandemia
Senza deprezzare il talento attoriale del cast, ma è la ricerca di responsabilità diretta il vero punto di forza dell’intera serie: l’esposizione quasi documentaristica di come reagisce l’intera nazione di fronte all’inattesa emergenza da covid- 19.
Se gli esperti non fanno che congratularsi per il lavoro svolto, rassicurare, minimizzare e rimandare i termini, c’è un’Inghilterra che sembra essere stata scritta da Ken Loach: i volontari che assistono gli anziani – le cinquecentomila persone che si è disposti a sacrificare per raggiungere l’immunità di gregge – le infermiere disposte ad allontanarsi dai figli per poter coprire i turni in ospedale, i medici sempre più sconvolti dalla dimissione dei pazienti senza tampone negativo – «Perché li bloccano?» «Perché sono degli idioti.» – . Così mentre Boris Johnson declama i temporali nelle opere di Shakespeare, le comunità islamiche interrompono le preghiere comuni, ricordando le ammonizioni di Maometto durante i tifoni.
È su un doppio binario, su due realtà che viaggiano parallele senza intersezioni, che è costruita This England, titolo non a caso nato da una citazione del Riccardo II: «questa Inghilterra» sognata in grande da Johnson, persa nelle strategie di comunicazione, negli slogan ripetuti come «espediente retorico molto rispettabile», slegata dalle necessità e dalla vita delle persone, e «questa Inghilterra» che muore in solitudine, malata, solidale, imperfetta. «Con le strade ormai deserte, le luci spente nelle camere e la vecchia Inghilterra rimasta sola», esattamente come cantava Joe Strummer.
Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
VAI AL LINK – Kulturjam Shop
Leggi anche
- Crisi ucraina, l’Europa è cerniera dello scontro di due mondi
- Meloni: “Il terremoto, le cavallette…non è stata colpa mia!”
- Farsa AGCOM: ad elezioni passate denuncia la censura dei TG verso Unione Popolare e Italia Sovrana
- Tabula rasa de-piddinizzata
- La pace è il nemico occulto dell’Occidente
- La bolla social incapace di trasferire la politica dalla società reale a quella virtuale
- Wanna Marchi, il buco nero dell’illusione
- Cartoline da Salò: il nuovo libro di Alexandro Sabetti

















