Dopo la fuga in massa di ministri, sottosegretari e collaboratori, il premier britannico lascerà l’incarico, ma resterà in attesa della nomina di un nuovo leader conservatore. Boris Johnson cade per i brindisi e le molestie in un bar di un suo deputato, non per la guerra o gli altri disastri.
Boris Johnson si dimette, quasi…
Boris Johnson alla fine si è dimesso. Quasi… Il primo ministro britannico ha deciso di farsi da parte dopo che una sessantina fra ministri e collaboratori ministeriali lo hanno abbandonato.
Piccolo dettaglio: Johnson resterà in carica fino a quando non sarà scelto il nuovo leader Tory alla congresso del partito. Dunque resterà a Downing Street nonostante il caos in cui si trova il partito di maggioranza e, di conseguenza, il Paese.
Dominic Cummings, l’ex braccio destro divenuto oppositore dopo esser stato cacciato da Johnson, ha esultato per la notizia. “Dentro il bunker dicono che è finita. Cambio di regime“, ha ‘twittato’.
Inside the bunker they’re saying it’s over & he’ll resign, Cabinet Secretary organising process for new PM#RegimeChange is here
— Dominic Cummings (@Dominic2306) July 7, 2022
Siamo dunque al doppio paradosso di un leader che si dimette ma resta al suo posto, operativamente, fino alla nomina di un successore da eleggere nella convention del proprio partito, in cui i tempi sono incerti (si parla di quest’estate, ma c’è chi ipotizza che potrebbe slittare tutto in autunno.
L’altro paradosso è quello principale, sistemico, e riguarda – attraverso il caso Johnson – tutte le democrazie atlantiche: il leader conservatore non cade per le sue scelte politiche a dir poco controverse (è stato fermo sostenitore della Brexit, portando il Regno Unito fuori dalla Ue ma si batte per l’allargamento della stessa Unione, spingendo per l’ingresso rapido di paesi come l’Ucraina e la Moldova; è un fautore dichiarato della guerra a oltranza con la Russia, con dichiarazioni destabilizzanti, l’invio di armi e istruttori a Kiev, sabotando praticamente ogni ipotesi di negoziato); ne per le scelte nel campo dei diritti umani (la sua proposta di spedire i migranti (non ucraini) che arrivano nel Regno Unito in Ruanda! Per non parlare della vicenda Assange…)
No, niente di tutto questo, su cui c’è, evidentemente, sostanziale accordo in tutte le forze politiche di governo e in tutte le cancellerie europee. Boris Johnson cade per i festini e i brindisi durante il lockdown e, principalmente per il caso dell’ex vice capo Whip Chris Pincher, travolto da uno scandalo sessuale e dimessosi quattro giorni fa (il parlamentare è attualmente sospeso a causa dell’indagine avviata nei suoi confronti).
È stato il Sun a raccontare che Pincher aveva palpeggiato due uomini in un gentlemen club di Londra. Per molti è inammissibile che pur essendo al corrente dei palpeggiamenti di Picher, il premier lo avesse cooptato nel suo governo.
Tutte cose che sarebbero importanti in un universo dove i più elementari diritti sociali fossero tutelati (il diritto di vivere e non morire per guerre e carestie, il diritto di lavorare, il diritto alla salute) e non in un modello che mette in dubbio i diritti fondamentali ma non il diritto a dichiararsi liberi. La libertà è quella di dichiararsi e sentirsi liberi, il resto è un optional.
E dunque ci si divide sulla schwa ma non sulla guerra.

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