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La geopolitica rischia di riservare cattive sorprese a chi legge il mondo con schemi storici ormai dissolti ma continua a prevalere la dimensione valoriale su quella analitica.
La guerra e la dimensione valoriale
Di Alessandro Aleotti*
Ci sono molte brave persone democratiche, liberali e anche intellettualmente oneste che, tuttavia, restano incatenate a una visione statica e valoriale della storia. Invece, il mondo si muove ed è necessario capire le sue traiettorie.
Considerare il conflitto in Ucraina come una lotta tra buoni e cattivi può servire alle rispettive propagande, ma non aiuta a trovare vie d’uscita.
Occorre umiltà intellettuale per capire la storia, soprattutto da parte di noi occidentali europei che stiamo transitando da una posizione egemone verso una demograficamente ultraminoritaria e, quindi, necessariamente tollerante e pluralista.
La geopolitica rischia di riservare cattive sorprese a chi legge il mondo con schemi storici ormai dissolti. Purtroppo, soprattutto in Europa, il discorso pubblico ha perduto capacità selettive e chi a scuola indossava il cappello dell’asino oggi pretende di sedersi in cattedra.
È oggettivamente difficile affermare una posizione risolutiva sulla questione ucraina, ma probabilmente la chiave dell’intelligenza va infilata nella serratura di una resa immediata di chi nella circostanza è più debole, ma viene garantito dalla collaborazione esterna di chi è complessivamente più forte.
Una presa d’atto
La discussione su un tema così incandescente è destinata a far prevalere la dimensione valoriale su quella analitica (e non certo per la “partigianeria” degli intervenuti che, anzi, sono tutte persone molto raziocinanti).
Questa dinamica descrive perfettamente la logica dell’escalation che -almeno sul piano decisionale- è ciò che occorre assolutamente disinnescare. Ma come? A questo punto non può che tornare centrale il silenzio. Credo che la cosa più intelligente sia non parlare.
Il silenzio oggi esprime un’eloquenza certamente più efficace dell’overload verbale. Quindi, essendo io -come tutti- solo un osservatore delle vicende, non parlerò più della questione.
Un elemento aggiuntivo, però, mi preme indicarlo e riguarda la sostanza filosofica di questa -come di molte altre- questioni politiche contemporanee: la dialettica tra Essere e Divenire.
In Occidente viviamo, da più di un secolo, nell’egemonia del Divenire. Noi crediamo fortemente nel cambiamento e gli USA incarnano perfettamente questa nostra identità.
Tra gli oltre 7 miliardi di abitanti del pianeta, tuttavia, sono molti di più quelli che vivono (talvolta costretti, ma in maggioranza per consolidata scelta culturale) in un primato dell’Essere che prevede l’ineluttabilità dei destini individuali e collettivi. Questo non può non venir considerato.
La questione rilevante, allora, non è quella di prender parte, ma di riflettere sulla sopracitata dialettica e sulle sue future traiettorie. Forse questo potrebbe aiutare anche a capire e a posizionarsi di fronte alle questioni più scottanti del dibattito presente.

* Riflessioni di Alessandro Aleotti, founder Milano Metropoli, Brera Calcio, Milania.
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