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domenica, Agosto 14, 2022

Rock and roll is dead e Keith Richards è l’ultimo immortale

Il rock muore con Watts e gli Stones: viene sepolta una vicenda non solo musicale ma che aveva a che fare con uno spirito eversivo e ribelle, prodotto da un epocale mutamento della società.

Rock and roll is dead

L’altra sera, su Sky Arte, sono andati in onda due documentari sui Rolling Stones. Il primo raccontava le vicissitudini della band fino alla fine degli anni ’70, passando per la morte di Brian Jones e la tragedia di Altamont, con un Keith Richards che viveva la sua discesa agli inferi e la conseguente risalita.

Il secondo documentava la prima data Usa del tour dedicato alcuni anni fa all’album Sticky Fingers. Entrambi mi hanno fatto pensare ad alcune cose.

Il primo pensiero è andato a Keith Richards, uno che si è sparato dosi inimmaginabili di droghe che avrebbero stecchino chiunque, ed infatti hanno mandato al creatore tanti suoi coetanei. Ecco, il vecchio Keith, a vederlo suonare i pezzi del grandissimo disco del 1971, coi capelli bianchi, la faccia come una carta geografica e i suoi riff indistruttibili, mi è apparso, sì, immortale.

Il giorno in cui mi diranno che ha tirato le cuoia, semplicemente non ci crederò. E fareste bene a non crederci neppure voi.

Rock and roll is dead e Keith Richards è l'ultimo immortale

Qui, è chiaro, non abbiamo a che fare con un umano qualsiasi ma con l’ultima incarnazione del Bluesman che ha fatto il patto col diavolo. Lui, da tempo, è già altrove, a suonare con Robert Johnson e Muddy Waters. E negli ultimi anni, le sue sortite con Mick e gli altri erano solo delle pause della sua reale occupazione. Che proseguirà in eterno.

Ancora: chi pensi o abbia pensato di poter fare come lui, e dunque bombardarsi in quel modo, è uno stupido (i secondi, mi spiace per loro, dei morti stupidi).

Infine: nel primo dei due documentari, troviamo un ancor giovane Charlie Watts cui viene chiesto da un giornalista se approvi il modo di vivere dei suoi compagni.

Il batterista risponde di no, senza scomporsi: “non è il mio stile di vita e non lo approvo“. Poi, l’intervistatore incalza: “Ma come fa a stare con loro, allora?“. E Watts risponde qualcosa come “Io sto con me stesso“.

Charlie Watts: so long, cosmic Charlie...
© Michael Cooper, 1967

Ora, sappiamo tutti che non può essere del tutto vero – se non si è sviluppato un minimo di legame amicale, non puoi stare con altre persone a così stretto contatto per così tanti anni – ma neppure è del tutto falso. Gli Stones erano in quegli anni una sorta di comune ma estremamente democratica, forse perfino paritaria sotto alcuni punti di vista, questo è quanto almeno traspare dalla visione del primo film.

È possibile parlare di una rara comunità di aristocratici, apparentemente sbracati ed insofferenti alle regole ma interiormente disciplinati? Se non fosse stato così, non si capirebbe la costanza nel produrre canzoni, nel trovare quotidianamente il tempo per provarle e sfogare un talento innato ma da coltivare, anche in mezzo ad arresti, overdose, morti, fidanzate.

Un’ultima considerazione. Davvero con la morte di Watts gli Stones sono finiti, e ridicola apparirebbe una sostituzione con un pur mostruoso ragazzino di oggi. Ma non sono solo gli Stones a finire quanto il rock stesso.

Rock and roll is dead e Keith Richards è l'ultimo immortale

È vero, questa la cantano da anni. Lo so, lo so. Ma stavolta credo sia vera. Da decenni il rock arranca, pure più della democrazia americana, dagli anni ’80 almeno è ideologicamente spento, in coma.

Non che il rock sia stato mai qualcosa di compatto da quel punto di vista, essendo dalla sua nascita espressione di contraddizioni, ma vedere i rockers diventare salutisti alfieri dei diritti umani e nuovi chierici moralisti è stato il primo grande tradimento, peggiore pure delle quintalate di amplificatori e strumentazioni negli stadi del decennio precedente.

Negli anni ’90 la generazione del grunge ha cercato di restituire un po’ di immediatezza, di connessione col malessere dei giovani, di energia, ma questa riproposizione di parte dello spirito del punk rock non ha messo radici e il successivo indie rock è stato sempre più affare di effimero giovanilismo, finzione, al più qualche isolata zampata, buona per ricordare i bei tempi andati, nothing more.

Il rock muore con Watts, e con gli Stones, nel senso che viene definitivamente sepolta una faccenda che non era solo musicale ma aveva a che fare con uno spirito eversivo, ribelle più che rivoluzionario, prodotto da un epocale mutamento della società.

Da esso scaturiva sia il consumismo che ha determinato una mutazione antropologica dell’uomo occidentale sia quell’urlo dionisiaco che, poche storie, fu un fatto assolutamente salutare, necessario, liberatorio.

Una scossa elettrica che parte dal bacino di Elvis e giunge all’assolo di Brian May in “Now I’m Here” all’Hammersmith Odeon nel ’75, a Patti Smith che urla come uniossessa in “Rock and roll nigger“, a Tamburini e Liberatore che creano dal nulla di una pagina bianca il coatto violento e politicamente scorretto Ranxerox, transitando per i tamburi pestati da John Bonzo, per Grace Slick madonnina rinascimentale col dito medio alzato, per il finale allucinogeno di Zabriskie Point, per il trip di Fonda e Hopper in Easy Rider sulle note di “If six was nine” di Hendrix. E naturalmente per le corde in tensione della chitarra di Keith.

Lawrence Ferlinghetti è morto. Lawrence Ferlinghetti è già rinato
Michael McClure, Bob Dylan, Allen Ginsberg, Julius Orlovsky e Lawrence Ferlinghetti

Hey hey, my my, cantava un giovane Neil Young. Ma forse senza crederci più di tanto, se attorno a lui aveva collocato su quel palco i Devo, alfieri della dissacrante de-volution e autori, qui torniamo agli Stones, di una deturpante, schizofrenica per quanto eccitante cover di Satisfaction.

Il rock è morto. E con lui un pezzo di noi. Non poteva classicizzarsi come qualsiasi altra espressione musicale, era troppo indissolubilmente connesso con un suo tempo. Che non esiste più se non nel cuore e nel ricordo di qualche fottuto nostalgico.

 

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Mario Colella
Mario Colella
Garibaldino

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