È stata la mano degli Squallor

Proprio in questa settimana di ottobre, due anni fa, ci lasciava Alfredo Cerruti, geniaccio tra i geniacci in quel fantastico esperimento che furono gli Squallor. Per parlarne riproponiamo un brillante pezzo di Mario Colella che fu pubblicato nei giorni in cui si scandagliava l’ultima fatica cinematografica di Sorrentino.

È stata la mano degli Squallor

La prendo un po’ alla larga. Parto da “È stata la mano di Dio”, il film di Paolo Sorrentino entrato nella short list della Academy degli Oscar. Si è sottolineato da più parti che la pellicola vive di un magico equilibrio tra uno sguardo mai banale sulla città e quello su un dolore molto personale e profondo.

Qui ci serve sottolineare come il racconto del regista napoletano si svolga nella Napoli degli anni ’80 e forse sia addirittura un omaggio a quella città.

Era un posto molto diverso da quello attuale, quello che accoglieva Diego Armando Maradona il 5 luglio del 1984 al San Paolo, perfino più cattivo, genuinamente cattivo, al punto da meritarsi, al di là delle fideiussioni bancarie e di Ferlaino, il semidio scugnizzo che ai quarti di finale del Mondiale dell’86 riesce a far gol con la mano vendicando il suo paese dai colonialisti inglesi (come sottolinea nel film un grande Renato Carpentieri).

Visti da quest’epoca pandemica – ma anche da prima era lo stesso – gli anni’ 80 sembrano ancora più distanti dei ’70. Faccio un esempio relativo alla musica. Chi ha vissuto quel periodo definito “di riflusso” trovava la musica di allora di qualità inferiore a quella della decade precedente.

Chi scrive però ricorda lo scrittore Pier Vittorio Tondelli che, per dire, recensiva il primo Zucchero Fornaciari (è nel romanzo/saggio “Un week end post moderno”) elogiando questo provinciale un po’ mattoide ma tutto sommato genuino che credeva di essere Joe Cocker e di vivere in America anziché nell’Emilia paranoica di quegli anni. Ecco: Zucchero è diventato inascoltabile da secoli.

Come Bennato, come l’unica e sola canzone di Ligabue, come i Litfiba e tanti altri. La realtà non è scadente, diversamente da quel che sostiene il giovane Fabietto/Sorrentino nel film, ripetendo le parole di Fellini e contraddicendo il suo maestro Antonio Capuano. Ma lo è diventata. Ma più della realtà è diventato scadente l’immaginario. Vale anche per Napoli. Fabietto/Sorrentino spegne la tv mentre Maradona ci consegna il primo scudetto. Noi lo facciamo qualche tempo dopo. La cosa non cambia molto.

L’apice di quel sogno che si fa realtà è già l’inizio della fine. Dello scadimento. Dello scivolamento verso la mediocrità: dall’identità vissuta, anche con un certo grado di inconsapevolezza, all’identità ostentata e fasulla.

Per tornare a “È stata la mano di Dio”, potremmo dire: dalla cattiveria degli scherzi telefonici della madre di Sorrentino (cui dà volto una straordinaria Teresa Saponangelo), dalle mazzate del giovane contrabbandiere ad un americano per un’inezia, dalle cazzimmosissime battute del padre, comunista un po’ ipocrita e assai fedifrago ma umanissimo (interpretato da Servillo), insomma da una realtà piena di contraddizioni ma fertile, con la sua ricchezza, le sue sfumature, al piattume, alla finzione, al buonismo accattone di oggi.

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, chi aveva quattordici, dodici, perfino dieci anni, veniva svezzato dalle canzoni degli Squallor. Sembra impensabile oggi, in pieno delirio politicamente corretto, ma al tempo ci si riuniva a casa di qualche amico, ci si chiudeva in una stanza badando di non essere sgamati, e si rideva a crepapelle con quei testi.

Ma tra i più grandi giravano anche commenti del tipo: “Cazzo, questi sanno anche suonare!”, specie quando il piatto o il mangianastri ti sparava a tutto volume una delizia porno-funk come “D’Annunziata” (1978, l’album era “Cappelle”).

Noi non abbiamo avuto i Sex Pistols ma Alfredo Cerruti. E in questo caso, guardando alla fine che ha fatto John Lydon, forse siamo andati meglio noi. Cerruti, fondatore degli Squallor, eterno puer, se ne è andato da pochissimo, proprio mentre in questo paese trionfa il senex e si bandisce il superfluo, cioè il meglio. Lui era la “voce narrante” di quel racconto esplicito, ma anche l’uomo di “Volante Uno, Volante Due” per Arbore, colui che mandò affanculo Claudia Mori, sculacciò la Bertè, propose come spot contro l’Aids all’allora ministro della sanità De Lorenzo lo slogan “Col cazzo che lo prendo” (che fu naturalmente bocciato).

E se quando si ascoltavano gli Squallor si provava un po’ di vergogna, è vero, alla fine, dentro di noi, si era consapevoli di accogliere una educazione sentimentale profonda, non meno di quella impressaci dai film di Troisi. “Gli Squallor”, come ricorda Amleto de Silva, “erano quelli che scrivevano bellissimi versi d’amore, che molti, ovviamente, non capivano, perché erano troppo scandalizzati dalle male parole”:

Uè, guarda ‘stu culo che passa
Uè, guarda ‘stu core che fesso
Sempe ‘nnammurato, ‘nnammurato ‘e chella ‘llà
Uè, guarda ‘ca chiove e nun passa
Uè, si ‘stu turmiento me passa
Manco ‘nu minuto me dà ‘cchiù pe’ respirà
Uè, guarda si vene ‘sta cessa
Uè, chissà a chest’ora addò stà
Chiagne, ma chi cazz’ m’o ‘ffà fa.

La band nasce ad inizio anni ’70, ad opera di alcuni soggetti con le mani ben in pasta nel mondo della musica pop: Daniele Pace, cantante e paroliere, Totò Savio, compositore e musicista, Giancarlo Bigazzi, produttore discografico e compositore (è il coautore di “Gloria” di Tozzi, per dirne una), il suddetto Cerruti, produttore discografico e autore per la tv.
La loro fu una vera e propria epopea, ben raccontata nel documentario del 2012 per la regia di Michele Rossi (con dentro tanti ospiti, forse troppi, da Vinicio Capossela a Freak Antoni passando per Diego Abatantuono e Gigi D’Alessio).
Forse lo trovate su Youtube.

Fu una rivalutazione postuma, quella del film che li omaggia. All’epoca in cui oggetti ormai di culto come “Tromba”, “Pompa” e “Arrapaho” giungevano negli scaffali dei negozi, vendettero tantissimo, facendo la fortuna soprattutto dei fornitori degli autogrill, quelli dove trovate sempre Toto Cutugno e il live di Pupo in Canada, ma i nomi dei componenti del gruppo erano avvolti dal mistero (così come quelli dei loro collaboratori, da Boncompagni a Sabani); erano dei clandestini, come le Brigate Rosse, ma il loro terrorismo era benefico, goliardico, mutava il costume dei giovani.

Ripeto: fu il nostro punk e la nostra iniziazione, non meno di Andrea Pazienza, di “Ricomincio da tre” o di Animal House di Belushi. Ed era una clandestinità bellissima, un segreto da circoli esoterici di giovanissimi che giocavano a pallone per strada e mangiavano la pizza sui cofani delle auto, ignari dell’avvento del gourmet e della “lingua inclusiva” di lì ad una ventina d’anni.

E c’è da scommetterci sopra, prima o poi accadrà anche che qualche solone si accorga di “Vitamina C“, l’album solista di Daniele Pace fuori dagli Squallor.

Già ci immaginiamo i commenti del solone postumo nel lanciare sui social una perla come “Piccerè” o nello scriverne su qualche rivista specializzata, il tirar in ballo Serge Gainsbourg, e, se ardito, ma assai ardito, parlarne come di un Leonard Cohen irriverente e cazzaro. Il dirne come di un affare a metà strada tra i succitati Squallor e il porno soft, senza scordare gli Alunni del Sole di “Liù”.

Allora, al solone, risponderemo allegramente, col titolo di una canzone del disco di Pace: ma vaffanculo! E dentro c’è già tutto il Capuano/Capano del film di Sorrentino che tronca l’attricetta pretenziosa che lo venera. Perché, è proprio vero, come sottolinea ancora l’autore di “Pianese Nunzio” nella pellicola: è importante soprattutto avere qualcosa da raccontare. Gli Squallor ce l’avevano. Raccontavano ciò che non poteva essere detto. Rivelandoci un consistente pezzo di verità.

*Da Magazine Pianura (23.12.2021)

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Mario Colella
Mario Colella
Garibaldino

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