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lunedì, Luglio 4, 2022

Mourinho e la metafisica di Nereo Rocco

Ci voleva Josè Mourinho per sfatare il tabù del calcio italiano che da dodici anni non sollevava un trofeo europeo. E per farlo si è affidato alla metafisica di Nereo Rocco.

Josè Mourinho e Nereo Rocco

Nereo Rocco, che da allenatore si era preso la briga di spogliare il concetto di calcio da ogni sovrastruttura filosofica al punto di ridurlo allo stato metafisico, aveva un’idea ben precisa su cosa fosse necessario per allestire al meglio una squadra di calcio: “Una squadra perfetta deve avere un portiere che para tutto, un assassino in difesa, un genio a centrocampo, un mona che segna e sette asini che corrono”.

Facile, pulito. Forse troppo facile, a dirla tutta. Così sarebbero bravi tutti, si dirà. Non ci sarebbe bisogno di andare a scomodare certi maghi del futbòl.

E infatti il Mago per eccezione Herrera, non è che dissentisse troppo, però si premurava di completare il concetto di Rocco: “Classe, più preparazione atletica, più intelligenza, uguale scudetto”. Ma quanto era bravo HH a dire banalità passandole per concetti imprescindibili?

Tuttavia, con queste – seppur banali – aggiunte, la definizione di squadra perfetta comincia ad essere più complicata. In anni più recenti Mourinho l’ha complicata ulteriormente con la sua dialettica ermetica ed asciutta: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”.

Per dire, in sostanza, che il mestiere dell’allenatore non è per tutti: oltre alle conoscenze precipue del campo, devi essere tanto psicologo, un po’ filosofo, un cicinin storico, quel tanto che di letterato e se avanza qualcosa anche matematico. Se ne sai anche di arte non guasta, perché poi nelle interviste ci farai una figura monumentale.

E quindi, tornando alla metafisica di Rocco che Mou fa sua e condisce con la sua sapienza, la Roma è l’antropomorfizzazione di quei basilari concetti: il portiere Raul Patricio non parerà tutto ma para il parabile, in difesa c’è l’evoluzione dell’assassino, Smalling; la genialità è materia di Pellegrini, il mona che segna è tutt’altro che un mona ma è Abraham e i sette ciucci da fatica stai sicuro che se non ci sono, ci penserà Mou dalla panchina a farli correre a suon di calci in culo.

Poi Morinho sa come si fa, l’Europa è il suo campo di battaglia preferito. Possesso palla, costruzione dal basso sono per lui, un assoluto pragmatico, fronzoli inutili.

La sua Roma gioca in verticale, non passa quasi mai la palla al portiere, non dilapida tempo prezioso in passaggi che non siano funzionali alla manovra. Il resto lo fa la difesa, ordinata e attenta al netto di certi sfondoni che possono capitare e che solo la sorte può gestire (e ieri sera l’ha gestita molto benevolmente). Si dice che Napoleone gradiva i generali fortunati…

E infatti il tutto funziona, perché la Roma, con una squadra che non è certo il Liverpool o il Real Madrid vince la Conference League, perché Mourinho torna sul luogo del delitto regalando una soddisfazione europea a undici anni dall’ultima pervenuta, la Champions League della sua Inter edizione 2010: la Roma batte gli olandesi del Feyenoord e vince la prima edizione della Conference League, datata 2022. Complimenti non gliene facciamo?

Certo, la Conference non è certo la Champions League, e non è nemmeno l’Europa League, è più una coppa di consolazione pensata per compagini che nei loro campionati si siano piazzate in posizioni di rincalzo e per quelle eliminate dalla Europa League: non ci sono tra le partecipanti squadre che abbiano vinto il loro campionato di riferimento, spesso i loro nomi sono quasi sconosciuti anche agli addetti ai lavori: hanno sonorità inconsuete ed esotiche tipo Alaskert, Flora Tallin, Zorja, Jablonec, Randers, Lincoln, NS Mura, Qayrat. Però ci sono anche squadre di tutto rispetto e blasone: Rennes, Tottenham, Leicester, Sparta Praga, Olympique Marsiglia, PSV Eindhoven.

Non sarà certo il gotha del calcio europeo ma – insomma – prova tu a vincerla visto che sei così bravo e poi ne riparliamo.

Anzi, che provino a vincerla quei bravi allenatori nostrani che con aria di seccata presupponenza affrontano le competizioni continentali minori come fossero visite di controllo dello stato di salute della prostata.

Invidiosi: oggi della Roma potete solo dire il meglio, sarebbe carino complimentarvi e, in piedi, applaudire. Per quanto mi riguarda, ieri non ho pianto abbracciato a nessuno, non mi sono sentito una persona nuova, il cuore non m’è battuto forte al punto di togliermi il respiro: ma il pensiero è stato appena un sussurro: Grazie Roma.

 

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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