Luci a San Siro qua, Luci a San Siro là, si vabbè, poi alla fine si sono accese davvero per il derby di Champions che ha regalato gioia ai tifosi nerazzurri.
E alla fine furono davvero ‘Luci a San Siro’
Quel vinile, a furia di solo nominarlo, devono averlo sbrindellato nel giro della manciata di giorni che dividevano 33esima giornata del campionato di serie a dal derby di Champions League. “Luci a San Siro” qua, Luci a San Siro là, si vabbè. Almeno farla anche sentire qualche volta quella canzone di Vecchioni, che vale sempre la pena. Invece niente, solo un gran blabla, al punto di farcene venire la nausea. Ed è un peccato perché è semplicemente meravigliosa.
In quattro minuti e mezzo, Roberto mise dentro quel brano la poesia, il rimpianto, la nostalgia, il ricordo, la passione carnale e quella sentimentale. Sentimenti raccontanti con la sua voce chiara, di cui si può distinguere ogni sillaba. Singhiozzante alle prime strofe, passando al tono confidenziale a metà del brano, concretando incazzata e quasi roca nel suo epilogo.
Il racconto in musica di una Milano che non c’è più, con la nebbia diventata ormai è un evento rarissimo, con San Siro (ma l’autore si riferiva all’omonimo ippodromo) in cui oggi è già impossibile “nascondersi”, figuriamoci “amarsi là”. E con quell’armonia elegiaca ha composto uno dei brani più significativi della musica italiana d’autore, che andrebbe conosciuta e ascoltata, prima che raccontata.
Finalmente si sono accese quelle benedette luci, dentro uno stadio bardato di rossonero, poichè il Milan convenzionalmente giocava in casa. Sciolti i dubbi in casa Inter se di dubbi si potesse parlare: era nelle cose della natura che Inzaghi non avrebbe rinunciato a Mkhitarian e che di conseguenza Brozovic avrebbe visto il calcio d’inizio dalla panchina.
La coppia d’attacco composta da Dzeko e Lautaro. Risolti anche quelli di Pioli relativi alla presenza di Leao: il portoghese, alla chiamata, ha risposto “mister, nun ce la fò”. Buon per lui, gli assenti questa volta non hanno nessun torto.
Nelle ultimissime riprese di campo prima del fischio d’inizio rimane catturato il faccione ingrugnato di Lukaku, forse non contento delle scelte del coach. Ne ha ben donde, ma la qualità di certe scelte si possono valutare solo al termine della contesa.
Pronti-via e Theo fa subito sentire i suoi tacchetti alla caviglia di Dumfries, giusto per mettere le questioni in chiaro. Che ci sia una tensione senza precedenti per almeno i vent’anni a guardar indietro, lo dimostrano plasticamente i controlli approssimativi dei giocatori che, per i primissimi minuti, sembrano dover governare la palla magica con cui giocavano i pargoli negli anni 70: chi c’era, sa.
I colli dei piedi sono tremanti, senza sensibilità, le arcate plantari malferme: pare che a Madrid si stiano già fregando le mani. Sbagliano disamina, in terra di Spagna perché le giunture tendono a sciogliersi con la pratica e mentre sbagliano, l’Inter intanto si procura un calcio d’angolo. L’arcobaleno disegnato da Calhanoglu è indirizzato verso il palo opposto rispetto al corner, dove ad attenderlo c’è una strana coppia, Dzeko e Calabria.
L’italiano, vista la mole del suo contendente deve aver pensato “mò so’ cazzi” e si è disposto davanti a lui, nel tentativo di tagliarlo fuori. Ma, purtroppo per lui, l’altro è una creatura mitologica dotata di una moltitudine di arti smisurati e sa cosa farne.
Calabria si accorge appena dell’arto che gli sbuca da dietro e quindi niente può: lo scarpino della creatura si allontana irrimediabilmente, quasi sparisce all’orizzonte e quindi impatta col pallone quando questo è in via Lorenteggio.
È la mortificazione del rude terzinaccio, è il Professore che scippa il gessetto all’allievo inetto prima che questo verghi una catastrofica corbelleria sulla lavagna, è il Maignan a cui non resta che guardare ammirato prima, rassegnato poi, l’attrezzo del mestiere che va a morire in rete: così va la vita.
Lo 0-1 viene dalla specialità della casa, il gol da calcio piazzato. Meno specialità invece è il gol fatto all’alba della partita. Non abituati all’evento, tutti son lì a chiedersi quale effetto farà. Non è un dilemma che assillerà troppo a lungo, giusto un paio di minuti.
Una nuova incursione di Dimarco nella prateria lasciata libera alle spalle del solito Calabria ha dato la stura alla possibilità di infierire sul malcapitato. Il suo traversone taglia fuori la difesa milanista affannata dalla riconcorsa a ritroso, che si ritrova a coprire il cuore dell’area inutilmente, perché lì c’è solo il professore.
L’intelligente suggerimento sarebbe destinato a Lautaro, che si scopre mente pensante: accortosi che la sua postura è disutile alla economia della azione, l’argentino lascia scorrere la sfera limitandosi ad indicare la pista d’atterraggio a Mkhitarian che sta, in quel preciso istante, planando al centro, appena fuori area. Questo l’arpiona e giustizia Maignan dritto per dritto, per la seconda volta, siglando è lo 0-2. Se non è un kappao poco ci manca, neanche vorrebbe mettere il pallone al centro, il povero Milan.
Invece gli tocca farlo, il regolamento è chiaro. Ma quello che calcia dal dischetto di centrocampo è un pugile suonato, che sbrocca, sbanda e sbarella. Che per giunta, rischia di finire di nuovo al tappeto cinque minuti dopo, quando quel turco figlio degenerato, libera il suo sinistro al fulmicotone dai venti metri. La palla viaggia troppo veloce per Maignan che tapino, deve solo sperare per il meglio. E il meglio si realizza perché quella palla incandescente si schianta sul palo alla sua sinistra, quasi sradicando il palo dal pozzetto in cui è installato. Quando può piovere sul bagnato, stai sicuro che diluvierà.
E a conferma della legge di Murphy ci capita Bennacer, che impasta il suo ginocchio destro contendendo una palla vagante a Barella e auguroni a lui. E’ un colpo mica da niente, con un centrocampo già soverchiato dai nerazzurri con Barella, Calhanoglu e Mkhitarian a portare un feroce tourbillon in cui l’unico a capirci qualcosa è Tonali.
Tra quelli più attesi del Milan latita Theo Hernandez, più preoccupato di esser lasciato solo da Saelemekers che dal dover arginare un ispiratissimo Dumfries. Al venticinquesimo, non è che succeda niente di particolarmente interessante, si registra che il display proposto dal regista Tv, racconta che l’Inter oltre ad essere in vantaggio di due gol, in termini ben più cospicui è in vantaggio nel numero di tiri: due a sette.
Si fa accademia mentre si arriva al ventinovesimo minuto, col primo tiro in porta del Milan. Più corretto dire un tiro “verso” la porta visto che il tacco di Diaz si spegne sull’esterno della rete.
Al trentesimo è rigore per l’Inter, ma nulla di serio. All’arbitro viene ordinato di andare a rivedere il fallo incriminato, quello ci va e ci ripensa: Lautaro viene si toccato da Tomori, ma è contatto è lieve. In Italia te lo danno, quel rigore. Viceversa, in Europa la canzone è diversa, pazienza. I ragazzi in nerazzurro non battono ciglio, neanche cinque minuti dopo Lautaro poteva fare meglio, tirando alto sulla traversa dai quindici metri.
Per i commentatori del canale 8 è arrivato il momento di sentire pareri forbiti: interpellato, Julione Cesar punta i riflettori su Onana. La sua preoccupazione riguardo alla sua inoperosità cala sui telespettatori come risarcimento per il non aver trovato il biglietto per il derby: non potrebbe essere che disabituato a quell’andazzo possa poi ritrovarsi impreparato davanti all’unica chiamata in causa?
Può essere, non è il caso di invocare la verifica. Il primo tempo si conclude sullo 0-2 condito da rimpianti, il vantaggio poteva essere molto più congruo.
Il secondo tempo parte col Milan più convinto, d’altronde cosa ha da perdere? Fa la partita, si crea un paio di azioni interessanti con Diaz e Messias i quali litigano col palo destro difeso da Onana, che comunque mostra di essere concentrato, malgrado le preoccupazioni di Julio Cesar. Lite che non si dirimerà neanche più tardi quando ci proverà Tonali dalla distanza: il palo è sempre quello, solo che stavolta viene centrato in pieno.
Fatto sta che adesso i diavoli spingono, a loro volta spinti da un pubblico fragoroso, per niente ammutolito dal doppio gap. Di occasioni però nisba, ma per lo meno adesso la squadra mostra di tenere il campo. Chi da quella parte del prato prova a mettere sale ad un attacco asfittico è il solo Giroud, arginato con le buone e le cattive (più le seconde) da un sempre più sorprendente Acerbi. Quando non c’è lui, c’è Darmian che quando è costretto all’inoperosità gli piglia un sacco male e allora si mette a tosare erba sulla fascia, che pure il giardinaggio è un bel daffare.
“Inter alle corde che prima o poi si fa raggiungere” recita il copione? Invece no, perché è ancora lei a sfiorare il terzo gol, con il Professore imbeccato da un monumentale Bastoni in versione Beckenbauer nel pieno cuore dell’area milanista, “face to face, heart to heart” con Maignan. Stavolta è il portiere a impartire lezioni al prof e, alla maniera di estremo di pallamano, ripara con una parata di piede. Pioli le prova tutte, mette Origi per Saelemekers ed è una buona pensata perché il nigeriano mette pepe all’attacco pur non essendo mai pericoloso. Inzaghi risponde con Broz per Mkhitarian, perchè serve fosforo e una bella raffreddata all’azione rossonera, che nel frattempo è diventata incalzante.
Rinculare davanti all’avversario non è mai una buona idea, primo perché rischi di portartelo in casa tua, rischiando che quello si porti i suoi parenti fino al terzo grado. Secondo perché quel verbo, nella sua assonanza, richiama sinistramente a certe ancestrali punizioni di tipo corporale di cui è vietato raccontare i propri patimenti. Situazioni che – va da sé – è meglio evitare accuratamente.
I cambi non sortiscono gli effetti che i rossoneri si auspicavano, che attaccano senza però mai mettere in difficoltà il pacchetto difensivo nerazzurro. Inzaghi addirittura esagera, in un delirio di onnipotenza inserisce nientedimeno che Gagliardini per Cahlanoglu e, somma bestemmia, Correa per Lautaro. Il primo conferma e giustifica la disistima del pubblico nerazzurro sprecando un gol che gli fa rischiare il linciaggio, se non fosse per il timore dei linciandi di vedersi annullato il bel risultato fin lì conseguito. Il secondo si limita a passeggiare per il campo, dribblando giusto i rimbrotti di Inzaghi e nulla più.
C’è spazio pure per Lukaku che prova, con successo, a rendersi utile tenendo palla e facendo sponde di alleggerimento, tutta roba che fa accelerare il cronometro, con grande scoramento del pubblico milanista. I tre fischi vedono gli interisti alzare le braccia con moderata soddisfazione: il doppio vantaggio fuori casa regala concretezza a sogni che fino a un mese fa erano pornografia allo stato puro, però lascia anche un po’ di amaro in bocca per le occasioni sprecate. Peccato perché con un gol in più, la partita di ritorno sarebbe stata poco più di una formalità.
Il doppio vantaggio andrà governato con accorgimento perché la fregatura è sempre dietro l’angolo e le partite, quando sono coniugate in derby, hanno sempre un esito quanto meno incerto. Sugli scudi le prestazioni dei singoli certamente, ma anche – o forse soprattutto – la coralità di una equipe che sa lavorare come tale, che sa mettere intensità e concentrazione nello stesso rateo.
E’ confortante anche constatare che il momento topico della stagione sia coinciso con quello della miglior forma fisica della squadra e con il ritorno all’attinenza a trovare il gol, smarrita per lungo tempo soprattutto nei primi mesi dell’anno.
Esultare il giusto, quindi. Attardarsi in feste premature e in proclami vacui sarebbe operazione deleteria. Tornando ai fatti nostrani, la pratica “qualificazione alla Champions League 2023-24” è ancora di là da venire.
In alto i cuori, petto in fuori e pancia in dentro, ci si rituffi con convinzione nelle cose più terrene. Già tra settantadue ore sarà il Sassuolo, che nei nostri confronti pare sempre avere il colpo gobbo in canna, a misurare quanta adrenalina è ancora disponibile nei serbatoi dell’Inter che gioca nei weekend.

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