Non potevano lasciare indifferenti le lacrime di Messi durante la conferenza stampa d’addio al Barcellona. Ma la maggior parte dei commenti sono stati piuttosto sarcastici: inevitabili i riferimenti al mega ingaggio che lo attende sotto la torre Eiffel.
Le lacrime di Messi
Trovo un po’ banale e moralistico questo dare addosso a Leo Messi. Le sue lacrime erano sincere, dopo tanti anni e il suo esser diventato un simbolo – che resterà – del Barcellona.
Va via perché lo ha voluto lui? Per vile denaro? Ha preferito andare al redditizio circo del PSG invece di continuare sul sentiero della gloria? Messi non è Maradona? Tutto verissimo.
Ma è l’uomo d’oggi che è questa cosa qui. Non si sazia, ma questo è un altro discorso. Quasi nessuno avrebbe fatto diversamente al suo posto. Anche perché con quella dirigenza mi pare che non andasse più d’accordo.
In ogni caso, nella gloria Messi c’è già e ci resterà, certo un gradino più sotto di Maradona o Crujiff e qualche altro. Ho letto da qualche parte che Messi non è un leader politico come Maradona. Oggi non mi pare ce ne siano nel calcio o altrove.
Ci sono atleti che si inginocchiano per moda ma nessun vero leader. Le ultime parole vere pronunciate nel mondo del calcio contro il razzismo sono state quelle di Maradona agli ultimi mondiali. Il resto è conformismo.
Messi è il figlio di questo calcio e di questa società. Entrambi peggiorati con la pandemia.

Ma l’attenzione che hanno avuto tanti sport durante queste Olimpiadi e il clamore, anche in Italia, per medaglie importantissime, sono salutari. Non di solo pallone si vive. E troviamo storie bellissime e piene di significato anche in altre discipline.
Valentino Rossi si è ritirato ma i giovani raccolgono in qualche modo quel lascito e continuano a correre, per vincere e per la bellezza.
Sta alla società mettere leggermente un gradino più sopra la seconda, sfidando questa tentazione, oggi più forte che mai, di mettere in parentesi la morte.
Del resto lo sport è soprattutto quello, hemingwayanamente, una grande sfida con la morte in cui l’atleta, per qualche minuto, siamo tutti noi.
E grazie alle sue imprese, come alle sue sconfitte, ci sentiamo meno soli.

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