Italia eliminata: il calcio senza fondamentali non va ai Mondiali

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Terza esclusione mondiale per l’Italia, eliminata anche dalla Bosnia. Non è sfortuna: è crisi strutturale. Troppa tattica, poca tecnica. Settori giovanili che formano sistemi, non calciatori. Il risultato è un calcio senza talento, prevedibile e sterile.

Italia fuori per la terza volta: non è sfortuna, è sistema

La terza eliminazione consecutiva dell’Italia ai Mondiali non è più un incidente. È una diagnosi.
Anche stavolta, a certificare il decesso sportivo, non è una corazzata, ma la Nazionale di calcio della Bosnia Erzegovina. Una squadra ordinata, modesta, senza fenomeni planetari, a parte l’eterno Dzeko. Abbastanza, però, per mandare a casa un Paese che continua a raccontarsi che il problema sia altrove.

Oggi ci si concentra sulle scelte di Gattuso o sull’errore di Bastoni, domani sulla gestione di Gravina. Poi si passerà a parlare di troppi stranieri, di calendari congestionati, di logoramento fisico. Tutti elementi reali, certo. Soprattutto la gestione di Gravina e dell’apparato politico del nostro calcio in generale, sempre attaccato alla poltrona. Ma gli altri punti invece sono perfettamente condivisi da altre nazioni che, curiosamente, ai Mondiali ci vanno. E magari li vincono. Il punto è più semplice e più scomodo: il calcio italiano ha smesso di insegnare calcio.

Il dogma del sistema (e la morte del talento)

Negli ultimi anni abbiamo costruito una liturgia: pressing, costruzione dal basso, occupazione degli spazi. Parole che suonano moderne, internazionali.  Il problema è che, sotto questa superficie, manca la materia prima.

Le grandi squadre che hanno dominato il calcio europeo – dal FC Barcelona alla Nazionale di calcio della Spagna – non erano solo organizzate. Erano tecniche. Avevano giocatori capaci di saltare l’uomo, creare superiorità, rompere gli schemi. Xavi e Iniesta erano il vero schema vincente.

Noi abbiamo calciatori che arrivano sulla trequarti e si fermano. Si girano. Appoggiano lateralmente. La giocata più frequente è il passaggio orizzontale.  L’idea che un esterno possa puntare l’uomo, andare sul fondo e crossare con il piede naturale sembra quasi una reliquia. Come se il gesto tecnico fosse diventato un vezzo, qualcosa di superfluo rispetto alla “struttura”. Il risultato è un calcio prevedibile. Ordinato, sì. Ma sterile.

Giovani programmati, non formati

Il problema non nasce in Serie A. Nasce molto prima. Nei settori giovanili, dove si è deciso che la priorità non è più insegnare il gesto tecnico, ma inserire i ragazzi in un sistema. A dieci anni sanno cos’è la linea difensiva, la pressione coordinata, l’uscita palla. Ma non sanno fare un dribbling. Non sanno usare entrambi i piedi. Non sanno calciare dal limite con naturalezza.

E qui il paradosso diventa quasi grottesco: si pretende un calcio sempre più veloce, ma senza dotare i giocatori degli strumenti per eseguirlo. Perché il calcio veloce non è solo questione di corsa. È questione di tecnica. Di controllo. Di decisione immediata. Oggi, invece, sempre più giocatori perdono un tempo di gioco. Si aggiustano il pallone. Si sistemano il corpo. E vengono murati. Non per sfortuna, ma per limite strutturale.

La domanda è brutale nella sua semplicità: perché non si lavora sull’ambidestria? Perché non si insegna il dribbling? Perché il tiro da fuori area è diventato un evento raro, spesso goffo, quasi accidentale? La risposta è altrettanto brutale: perché non è più considerato centrale.

Il mito della modernità (e il ritorno della realtà)

Il calcio italiano si è convinto di essere moderno perché ha importato modelli. Ma li ha importati male. Ha copiato la forma, ignorando la sostanza. Pressing senza tecnica diventa corsa a vuoto. Possesso palla senza qualità diventa esercizio sterile. Costruzione dal basso senza personalità diventa un rischio calcolato male.

E quando incontri una squadra organizzata, anche modesta, ma con giocatori capaci di fare cose semplici bene, perdi. Come è successo contro la Bosnia. Non serve un fenomeno per battere una squadra prevedibile. Basta ordine, disciplina e un minimo di qualità individuale. Il resto lo fa l’inerzia.

A questo punto, il riferimento storico diventa quasi inevitabile. Nel 1994, sotto la gestione dogmatica e instabile di Arrigo Sacchi, l’Italia arrivò in finale grazie a un elemento che sfuggiva agli schemi: Roberto Baggio. Il talento che rompe il sistema, non che lo esegue. Oggi, quel tipo di giocatore semplicemente non esiste. Non perché non nasca. Ma perché non viene formato.

Un problema culturale, non tattico

Continuare a discutere di moduli, convocazioni o allenatori è rassicurante. Permette di evitare il nodo centrale. Il calcio italiano ha perso il rapporto con il gesto tecnico. Ha trasformato il gioco in un sistema da applicare, non in una lingua da parlare e quando smetti di parlare una lingua, anche se ne conosci la grammatica, non comunichi più.

La terza eliminazione consecutiva non è un fallimento sportivo è la conseguenza logica di un percorso. E forse la cosa più preoccupante non è essere usciti ma non sapere davvero perché.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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