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martedì 17 Maggio 2022
PanIl "pratone" a rischio: un nuovo scempio ambientale incombe su Roma

Il “pratone” a rischio: un nuovo scempio ambientale incombe su Roma

È in via di completamento un iter amministrativo che prevede, ancora una volta, una massiccia densificazione di uno dei polmoni verdi della capitale, conosciuto come “il pratone”.

Il pratone

Tra i quartieri romani di Don Bosco e Torre Spaccata c’è un’estesa parentesi verde di sessanta ettari, chiamata affettuosamente pratone, sopravvissuta a decine di tentativi di edificazione. Per chi conosce poco quella zona, si può aggiungere che i due quartieri che affacciano su quell’area sono tra i più densifcati della città, esito di quell’urbanistica ingorda e massificata dei decenni successivi al dopoguerra.

L’originario proprietario di questa superficie era lo Stato, che nel piano regolatore del ’62 l’aveva inserita nel velleitario progetto dello Sdo, in seguito mai realizzato.

Con l’avvento della triste stagione delle privatizzazioni, l’aveva poi venduta con la rassicurazione che gli acquirenti avrebbero potuto edificarla: ma anche in questo caso, nonostante il nuovo piano regolatore riconfermasse la destinazione edificatoria, nulla accadde e il pratone restò intoccato.

In un’imbarazzante girandola immobiliare, ora quell’area è stata riacquistata dallo Stato, attraverso il suo braccio finanziario Cassa Depositi e Prestiti.

Sottacendo per pudore quanto denaro pubblico sia stato sprecato in tale manfrina, si potrebbe tuttavia pensare che essendo tornato pubblico, il pratone venga allora destinato a un uso sensatamente pubblico, diventi cioè quel parco che gli abitanti di entrambi i versanti da decenni rivendicano. Non se ne parla proprio.

È in via di completamento un iter amministrativo che ne prevede, ancora una volta, una massiccia densificazione: a conferma che ormai non c’è dunque differenza tra il pubblico e il privato, sono entrambi animati da istinti speculativi, indifferenti verso le esigenze sociali di salvaguardia.

Il nuovo progetto prevede furbescamente un comparto destinato a estendere le funzioni produttive di Cinecittà, quasi a sostenere che in tal modo si preserverebbe la destinazione urbanistica pubblica; quando basterebbe riconvertire le volumetrie già esistenti negli storici stabilimenti cinematografici, che invece vengono lasciate al degrado e all’abbandono, poiché edificare nuove cubature è più redditizio del riuso di quelle esistenti.

In aggiunta, la quota sensibilmente maggioritaria della previsione riguarderebbe poi il solito, inguardabile, distruttivo intervento edilizio fatto di palazzi e palazzine, centri commerciali e paccottiglia varia.
Siamo di fronte a un’operazione indegna.

Ma come si permettono di densificare una delle poche aree verdi della periferia, in un periodo in cui, al contrario, il vuoto urbano si dovrebbe salvaguardare e custodire, in tempi in cui sarebbero necessari prati e boschi per stemperare la crisi climatica, e sole e vento per raccogliere quell’energia che ci manca.

Ma come possono rendersi complici e compiacenti verso i profitti economici e sprezzanti verso i bisogni popolari. Ma come può la politica essere sempre uguale a se stessa, animata da logiche liberiste e subalterna a rendite e accumulazioni, quando è ormai assodato che questo modello genera ingiustizie sociali e disastri ambientali.

Ma come può essere che una delle città più belle e prestigiose al mondo debba essere sempre trattata come una vacca da mungere e una straccio da buttare?

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Sandro Medici
Sandro Medici
Giornalista, ha lavorato per circa vent’anni al Manifesto, fino a diventarne direttore. Per dodici anni è stato presidente di Cinecittà, dov'è stato eletto per tre volte consecutive. Ha pubblicato diversi libri: “Vite di poliziotti” (Einaudi, Torino, 1979), “Via Po” (Manifestolibri, Roma, 1987), “Un figlio” (Baldini e Castoldi, Milano, 1996), “Vùlture” (Intramoenia, Napoli, 2003).

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