Verso il congresso PD, l’Orlando dubbioso: Andrea in cerca di una via

Andrea Orlando è tra i pochi nel PD che, negli interventi in vista del congresso, ha parlato di riflessioni e di “critica all’attuale fase di sviluppo del capitalismo.” Ma su quali basi teoriche basare questa riflessione? E i dem sono il contenitore adatto?

L’Orlando dubbioso: Andrea in cerca di una via

I vari interventi sui temi del congresso del PD hanno attirato la mia attenzione. Più di altri gli interventi di Andrea Orlando. In più occasioni egli ha ribadito la necessità di avviare una riflessione profonda sulla natura e sulla identità del partito. Più volte ha ribadito che questa ricerca, questa riflessione non può non partire da una “critica all’attuale fase di sviluppo del capitalismo.”

Trovo questa affermazione, questo proposito assai interessante, ne sono convinto anche io e come vedo molti altri per fortuna. Credo che la “critica al capitalismo” sia l’elemento identitario principale da cui partire per una ricerca di nuovi percorsi e nuove identità.

Svolgere una critica, per giunta del capitalismo, richiede l’uso di un apparato teorico specifico però. La domanda che faccio a Orlando è: quale apparato teorico intende egli usare per la sua critica?

L’insieme degli strumenti critici e di elaborazione teorica con l’insieme dei valori che stimolano la ricerca stessa fanno parte tutt’uno con il modello identitario che eventualmente si propone di seguire. Anche il liberismo, nelle sue svariate versioni rappresenta una critica all’attuale sviluppo. Per fortuna su questo gran parte della sinistra è d’accordo nell’ abbandonarla come prospettiva.

Anche Keynes a suo modo svolse una critica all’allora “attuale sviluppo”, ma i suoi interventi rappresentarono solo una geniale “zeppa” che migliorava la situazione lasciando tutto intatto l’apparato liberista. Il vero sconvolgimento era contenuto, come è noto, dalla critica operaista nata con Marx-Engels e messa in pratica da Lenin, Stalin e Mao per citare i più importanti.

Tra questi poli opposti di critica negli anni ‘70 e ’80 si avviò una riflessione nel PCI sulla “via” da seguire, grazie ad una critica del mondo Sovietico e si identificò una “terza via” che prendeva le mosse dalla “via italiana al socialismo” inaugurata da Togliatti già nel ’56 all’VIII congresso del PCI. Cosa differiva la “terza via” dalla “via italiana al socialismo”?

Verso il congresso PD, l'Orlando dubbioso: Andrea in cerca di una via

La terza via conteneva appunto una implicita e più marcata critica al sistema sovietico. In qualche modo essa era più “occidentalista”, accettava l’idea che la società potesse dotarsi, sebbene di stampo socialista, di quegli elementi di “società aperta” che caratterizza le società autenticamente democratiche così come per esempio le descriveva il filosofo Karl Popper.

Berlinguer arrivò a proporre degli inserimenti progressivi di elementi di socialismo nella società italiana. Poi arrivarono gli anni della sua tragica morte e del ben più ”catastrofico” crollo del muro di Berlino. Eventi che gettarono gli allora giovani dirigenti della sinistra e del PCI soprattutto nel caos più totale.

Complici uno sconvolgimento delle strutture produttive dovute alla rivoluzione digitale e conseguente messa in crisi dell’operaismo, uno sviluppo di un capitalismo finanziario che prediligeva gli investimenti “facili” invece che nelle complicate industrie manifatturiere, essi pian piano si avvicinarono ad una visione sempre più liberista della società.

Così facendo pensavano di liberarsi del fardello del legame con il sovietismo e di offrire una sponda ai nuovi ceti medi generati dal nuovo capitalismo. Hanno cercato spasmodicamente un consenso al centro della compagine sociale nel frattempo in gran parte sceso di scala cadendo sempre più verso un livello di precarietà. Mondo quello del centro appannaggio da sempre dei partiti moderati. Tutto ciò che ce stato in mezzo in termini di storia politica fino ad ora ha questo come terreno di coltura, compresi mani pulite e l’ondata di populismo.

Insomma la sinistra finora non è stata in grado di capire come coniugare egualitarismo e società aperta!

Marx descrisse in modo assai brillante e sintetico la società capitalistica, cioè quella società dove si realizza il ciclo denaro/merce /denaro. Quella società in cui scopo ultimo dei produttori è produrre denaro per mezzo di merci da consumare attraverso il rincorrersi di domanda e offerta, generato quest’ultimo dall’acquisito carattere feticistico delle merci e da diffusi bisogni indotti.

È necessario offrire una visione in cui il ciclo da realizzare è invece: benessere sociale/mercato/benessere sociale. Nessuna società può essere considerata “aperta” se non ha come fine il benessere sociale diffuso ed equamente distribuito. In altre parole, è mai possibile creare “ricchezza” senza generare “macelleria sociale”?

Dall’altra parte come può essere considerata giusta una società che nel tentativo di essere egualitaria mina la libertà? In fondo, sempre per sintetizzare, cosa erano i regimi di stampo sovietico se non regimi dove si era, magari si, tutti uguali ma anche tutti poveri?

L’obiettivo non doveva essere tutti uguali ma tutti “ricchi””? Cosa ha impedito che ciò accadesse?

Allora in sintesi, cosa bisogna produrre, per chi produrre, come produrre, per realizzare uno stato di benessere sociale e culturale (la libertà) diffuso? Cosa si deve intendere per benessere sociale?

Credo che nessuna forza che voglia dirsi di sinistra possa eludere questi interrogativi e la ricerca delle risposte non può avvenire facendo leva su pseudo strumenti critici alla moda (ambientalismo fondamentalista, egualitarismo di facciata, pauperismo populista, ecc.) ma sull’uso della dialettica materialistica che offre ampi spazi di manovra sociale e politica.

Se è vero che non c’è più l’operaismo, non sono finiti i conflitti sociali! È possibile questa riflessione nel PD? Caro Orlando credo di no! Non basta una cultura governista fine a sé stessa. Serve una profonda cultura delle riforme di struttura e di valori (attuare la Costituzione). Serve chiudere quindi quella esperienza ed avviarne un’altra con basi e strutture nuove. Serve un Partito dei lavoratori di chiaro riferimento socialista egualitario, democratico ed unitario, scevro di doppiezze tatticistiche, aperto alle istanze sociali ma autonomo, radicato nella società e nel territorio.

Non ci mancano riferimenti, Marx, Gramsci, Berlinguer, Ingrao, Bobbio, ecc., ecc.

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Donato Lamacchia
Donato Lamacchia
Attivista nel PCI all'epoca di esistenza di quel partito, interessato al dibattito sull'evoluzione della sinistra nell'era dei cambiamenti digitali.

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