Speranza: “Il problema del Pd è l’identità. Ci vuole una cosa nuova”. Ma questa evocazione de ‘la cosa nuova’ nella storia dem non è di buon auspicio.
Il PD e ‘la cosa’
Di Fausto Anderlini*
“Il problema del Pd è l’identità. Ci vuole una cosa nuova”. Cito a memoria Roberto Speranza, come ho letto da qualche parte, per segnalare la mia attenzione su questa evocazione della ‘cosa nuova’.
La ‘cosa‘, il termine più indeterminato, comprensivo ed autoreferente della lingua italiana, potendo significare qualsiasi cosa.
Sovente il termine cosa rinvia a una realtà lugubre e inquietante. Un celebre film di Carpenter chiama ‘Cosa’ una orrorifica realtà aliena sconosciuta.
Per mio padre invece era un termine onnicomprensivo sostitutivo di tutti i nomi che dalla mente non riuscivano a trovare la sede orale. Quando gli facevo da manovale in qualche ‘ciappino’ domestico capitava spesso che mi ordinasse in dialetto di passargli il coso che stava là sulla cosa per fare una cosa. E siccome non capivo si incazzava anche.
Solo le persone con grande intelligenza intuitiva sanno cogliere al volo la cosa. Nel dialetto bolognese c’è un termine dinamico che ancor meglio rappresenta l’indeterminatezza mobile: ‘ctaler’, un fare/pensare come attività che si applica a qualsivoglia cosa. Anche al nulla.
Ecco, non ci si crederà, ma questo ‘ctaler’ intorno alla ‘cosa’ è quanto meglio sintetizza quella inesausta ricerca intorno all’identità che è stato il tarlo della generazione post-comunista.
Il 12, 13 e 14 febbraio 1998, a Firenze, nell’assemblea degli Stati generali della sinistra, il segretario del Pds Massimo D’Alema lanciò la così detta “Cosa 2“.
Il Pds accolse vari esponenti della diaspora socialista e cristiano sociale e tolse il termine partito dal logo assieme alla falce e martello, che fu sostituita dalla rosa a significare l’approdo finale al socialismo europeo. Sembrava un punto finalmente fermo nel divagare carovaniero susseguito alla svolta occhettina, e invece…

Accadde infatti che D’Alema salì alla presidenza del consiglio dove si impegnò nel riempire la svolta identitaria di contenuti propri della ‘terza via’ blairiana (altro termine indeterminato a indicare una cosa che non è né l’uno né l’altro). Tanto che Nanni Moretti cominciò a chiedergli per via cinematografica di dire ‘qualcosa’ di sinistra.
Nel mentre Veltroni salì alla segreteria del Ds, un partito che aborriva e che una volta stigmatizzò come una cosa come cavolo si chiamava. Poi in procinto delle elezioni del 2001, un anno dopo la caduta del governo D’Alema, piantò il partito in asso per candidarsi al Comune di Roma. I Ds presero una seria scoppola elettorale a causa della concorrenza vendicativa dei prodiani riuniti nell’Asinello.
Come conseguenza nel partito salì alla segreteria Fassino, un leader ‘terzo’ che sembrava godere del transitorio beneplacito di D’Alema. Nel mentre si formò un correntone di opposizione (termine significativo di una grossa quanto indeterminata corrente, che riuniva i veltroniani e la sinistra interna, composta di occhettiani e post-ingraiani, tutti ostili, seppure per opposti motivi, alla Cosa due.
Infine nell’aprile del 2007 Fassino guidò i Ds alla dissoluzione nel costituente Pd. La Cosa per eccellenza, la sua fase suprema: riunione di tutte le cose in qualcosa di indefinitamente comprensivo: il Tao democratico post-ideologico, del quale Veltroni prese la guida indirizzandolo secondo il brodo primordiale che ribolliva nella sua mente.
Nomina sunt consequentia rerum.
Quel che non si è ancora capito è se questa ‘cosa nuova’ debba sortire dall’alveo del Pd, per partenogenesi, dando luogo ad altro indeterminato composto del polverone universale, oppure da una scissione chiarificatrice del Pd. Atteso come dice Goffredo Bettini che non è più tollerabile un’anima a mezzadria. Oppure da cos’altro ancora.
Parlare di Cose, come l’esperienza dimostra, non porta bene ed è fonte di confusione. Occorrerebbero fatti certi, posizioni politiche chiare. Per poterle chiamare con un nome che non sia una cosa.

* Grazie a Fausto Anderlini
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