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sabato 5 Giugno 2021
TecnèNanni Moretti: intervista ad un giovane autarchico

Nanni Moretti: intervista ad un giovane autarchico

Nanni Moretti è stato ragazzo, che ci crediate o no.  Il monolitico cineasta romano, che in questi giorni avrebbe dovuto presentare a Cannes 2020 il suo ultimo film, Tre Piani, nel 1977, agli albori della sua carriera, rilasciò un’intervista a una geniale rivista oggi introvabile.

Nanni Moretti e il cinema in casa

La follia di chi fa cinema, in qualunque dimensione lo faccia, dal semplice spettatore compulsivo all’appassionato che si cimenta pure nella realizzazione del suo film, è da sempre totale. Ed a questo pubblico di squilibrati si rivolgeva una rivista eccezionale, Cinema in casa. La rivista del cineamatore.

Cinema in casa
Cinema in casa, copertina originale.

Si trattava di un vero e proprio magazine per fanatici del super 8 che nel 1977 intervistò un outsider ventitreenne, un aspirante super regista, l’integerrimo (già così giovane) Nanni Moretti. Le domande incalzavano perché il geniale ragazzo aveva realizzato il suo film “Io sono un autarchico” interamente in super 8.

Mike Sugar (intervistatore): Come hai cominciato a girare film in super 8? Come ti è sorta la necessità di fare cinema e come l’hai realizzata inizialmente e a quanti anni?

Nanni Moretti: Ho cominciato 4 anni fa a 19 anni, con amore e passione per il cinema, dato che consideravo e considero il cinema l’unico mezzo con il quale riesco a comunicare. Comperai la mia cinepresa per centomila lire a quell’età perché era l’unico modo per fare cinema.

MS: Ma qual è stata la genesi di questa tua scoperta per il cinema. Hai visto qualcun altro che faceva cinema con questi mezzi e quindi hai seguito la stessa strada?

NM: L’unica cosa che mi piace è fare cinema. L’ho capito guardandomi intorno e ho deciso di girare in super 8 perché non mi era possibile farlo in 16 mm, per cui ho comperato un super 8 e delle bobine che allora costavano la metà di quello che costano oggi.

 

Intervista a Moretti
Stralcio dell’intervista a Nanni Moretti

Da La sconfitta a Io sono un autarchico

Io sono un autarchico è il primo lungometraggio di Moretti che segue altri tre lavori in super 8, di durata inferiore. Sono questi quattro film che tracciano la strada, un passo alla volta, verso quello che sarà poi il suo mondo ed il suo lavoro per tutta la vita: La sconfitta, del 1973, seguito da Patè de Bourgeois e nel 1974 Come parli frate?, una sua rilettura donrodrighiana de I promessi sposi.  Il boom di Ecce Bombo sarebbe stato di lì a poco.

Come spiega bene in questa intervista, Nanni ha bisogno di fare film per esprimere le sue idee, la sua visione del mondo, delle persone, delle cose, perché è al mondo attraverso i suoi film. Dalle sua parole, sicure nonostante l’età, traspare una caratteristica che orienta il suo successo (piaccia o no) nel cosmo del cinema: Moretti ha carisma.

Certo l’attrezzatura gli serve, e sicuramente servono i tanti amici che si prestano a dargli una mano in queste prime avventure, sia come tecnici che come attori, e servono pure le sue idee chiare. Lui sa che quella dimensione è la sua. Non pensiate che non ci sia coraggio nel linguaggio e nello stile che sceglie. Ancor oggi trovo che sia l’impresa più dura per chi fa questo mestiere: rischiare di rendere pubblica la propria opinione.

 

I cinque comandamenti di Nanni

 

Penso a tutti i ragazzi che ho conosciuto come regista e come docente. A quanti di loro hanno lo stesso sogno di Nanni. Fare il film. La lezione di questa intervista è tutta nella sudditanza della tecnica all’idea. Che non importa se sia giusta o sbagliata, l’importante è che ci sia.

Nanni dovette vendere la propria collezione di francobolli per comprare la sua prima cinepresa, ed in spregio a qualunque circuito istituzionale si cimentò nella ricerca di uno spazio nel quale proiettare i propri lavori.

Mike Sugar: La struttura e la grande organizzazione del 35 mm commerciale, tu la condividi o la contesti? La accetti con le sue grandi possibilità e le sue grandi contraddizioni?

Nanni Moretti: Non accetto la mentalità dei distributori e di molti produttori, non accetto quasi tutti i film dei registi e degli sceneggiatori, però voglio fare cinema, quindi cercherò di continuare a fare le mie opere, cercando di trovare delle persone, produttori, distributori e attori, che mi permettano di fare queste cose, come in questo primo caso.

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Io non sono in grado di dare una valutazione, di dire se Nanni Moretti ci è riuscito, o no. Quello che so è che molte delle cose che per lui erano importanti da dire, le ha dette. Sono passati trentanove anni da questa intervista. L’ultimo racconto di Nanni è del 2015,  Mia madre, parla proprio della morte di sua madre: ancora una volta un racconto di sé.

Non si tratta di rispondere alla, a mio giudizio tediosa, domanda sul fatto che, probabilmente, Moretti fa film solamente in chiave autobiografica o meno. Ha già chiarito tutto a 23 anni. Lui fa film perché è il modo che gli è congeniale di avere a che fare col mondo e a quel mondo parla di sé. In terza, in prima, in decima persona, ma in fondo chi se ne frega.

Chi di noi non sarebbe straniato all’uscita dell’ospedale dove nostra madre sta morendo e chi di noi non guarderebbe il traffico che gli si para dinanzi come qualcosa di alieno e lontano, un mondo tutto sommato incomprensibile.

Nanni Moretti: Le parole sono importanti

https://www.youtube.com/watch?v=FBuJnP7zY-k

 

Possiamo parlare di disagio, di lutto, di crisi religiosa, di disadattamento, di autodeterminazione e crisi di identità, di noi, degli altri nelle nostre vite: tutto ed il contrario di tutto nell’analisi psicoanalitica-cinematografica che da sempre si fa parlando di Moretti. Rivoltandolo come un calzino di Freud.

Eppure in queste parole del ragazzo Nanni io capisco perché non ha alcuna importanza continuare a chiederci, se o quanto ci piacciano i film di Moretti. Intanto ci siamo dentro.

 

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Barbara Napolitano
Antropologa, regista e docente di cinematografia all'Accademia di Belle Arti di Napoli

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